Pezzi d’amore nel cosmo

Andrea Angelini



La storia geologica ci mostra che la vita è solo un episodio tra due eternità di morte e che, proprio in questo episodio, il pensiero cosciente non è durato e non durerà che un attimo. Il pensiero non è che un lampo in mezzo ad una lunga notte. Ma questo lampo è tutto.

H. Poincaré, Il valore della scienza.

Respiri umani gettati nella carne cosmica. Nessun singolare rapporto come nessun singolo cuore è altra cosa da quella increata e granitica frenesia che sussulta in ogni dove, dentro e fuori. Il palpito di forze anonime attraversa l’uomo, lo alimenta, gli dà ossigeno, lo scuote, lo batte, lo spacca. Non si tratta di cercare un posto nell’universo rompendo le resistenze che ci isolano dalla culla stellare, è “la dilagante macchina acustica del firmamento” a farsi strada col suo enorme rumore ferroso. Incessante tuono siderale, indifferente a ogni umano sentire pur essendone la scaturigine mai occlusa.
“Una meditazione crudele sull’amore” narrata come un racconto fantastico, dove la parola assume realtà solo lanciandosi oltre la gabbia d’ozono che rinchiude nel noto la bestia terrestre. Lo scrittore si sforza di osservare quei giganteschi e minacciosi macigni senza colore, non solo le briciole infiammate che allietano i nostri occhi. Abita per tutti il fuori assoluto, sprofondato nell’altra notte (quella che per Blanchot non attende nessun sole), eco del suo freddo stridore, esagitata e indifesa cavia di quell’assenza di sé così essenziale per la scrittura e così trascurabile per le galassie. Da qui l’estasi del costituire una misera sporgenza, un’assurda bolla incastrata tra le pieghe del mondo, lo stupore che rende la vita un esperimento e una domanda che lotta contro se stessa. Esperienza sempre decentrata, avviticchiata a un infinito che non parteggia per noi.
Una storia d’amore come storia di una collisione stellare, scontro di corpi vaganti dove il tempo pare dapprima comprimersi nella bellezza dello scoppio, nello scintillio di una fusione materica, nell’energia impersonale dell’incontro. Le fessure corporee come soglie di comunicazione verso l’impensabile innocenza dello spazio illimitato, finestre sulla tremenda intimità dell’esistente. La più riposta interiorità, come le più visibili superfici della sagoma umana, sono territori non meno estranei delle voragini lunari, o dei gorghi bui tra le stelle più remote. Le sterminate distanze spaziali invadono anche l’illusoria confidenza tra globi oculari innamorati. Quei corpi sono condannati a separarsi nuovamente, a schizzare in nuove direzioni, portandosi dietro le ferite di un impatto mai governato, nell’atroce impassibilità del mastodontico automa davanti al destino mobile dei suoi elementi. L’amore degli uomini può darsi sia come quel bagliore beffardo della notte, ignaro d’appartenere ad astri già assegnati alla morte.
Un innesco misterioso, un esito che spiazza ulteriormente. Non sappiamo se il gesto folle avvenga all’interno di una cieca necessità, o se esso sia causato esattamente dalla follia di voler sfuggire al destino del tempo, alla finitezza, dalla volontà di eternizzare, di garantire, di fondare, ciò che è per essenza transitorio, caduco, aleatorio, incerto. Non sappiamo se sia la deriva sadica di un autolesionismo di lungo corso, una storia tra tante nell’orizzonte del patologico, o la metafora che vale per tutte le storie. La differenza tra fenomeno e condizione ontologica sfuma quanto quella tra dettaglio urbano e bowling galattico.
Un crescendo scellerato, generato dal bisogno di superare il limite, dall’esigenza di dare un senso, mediante l’amore, alla nostra partecipazione cosmica, di fissare un punto autentico nel divenire, un’impronta indelebile che unisca per la vita. L’amore dunque come possibilità oltreumana che sfocia nel gesto disumano. Coincidenza sommamente ambigua che è quella tra un microcosmo e un macrocosmo incommensurabili. Nell’elevazione del corpo oltre i confini atmosferici, l’amore e il senso si rovesciano in maschere di una violenza sorda che ci trapassa nell’oscurità. Il sentimento, l’essere per l’altro, la disposizione consenziente, diviene la trappola di un abisso ferino il cui istinto sanguinario sfodera improvvisamente i suoi artigli. La ragazza resta sola, rotta, in una stanza spoglia, una parte di sé abbandonata alla decomposizione, gli occhi offesi dall’orribile notte della verità.
La penna di Moresco è una volta ancora il diapason con cui ausculta il groviglio viscoso del ventre vitale, quell’orrore misto a musica sempre pronto a eruttare, a elevarci e dilaniarci oltre ogni nostra pittoresca rappresentazione o intenzione. Filtra quel “grumo rovente” con chissà quali mezzi, fino a stillarne l’immagine nel ferro della lettera. Rendere visibile questa trasfigurazione del quotidiano in escrescenze organiche di una polvere stellare è il coraggioso e riuscito tentativo di Jonny Costantino e Fabio Badolato («Sono cazzi vostri però, e sono cazzi acidi» fu la benedizione al progetto di Moresco). Difficile compito di dare un tessuto visivo a un piccolo prisma di senso, esuberante di significati negati, di corrispondenze sospese, di folgorazioni in corsa, d’immagini gridate sotto la frusta di un’immensità opprimente e spietata. Dalla carta allo schermo passa quel fiato cosmico che ci pedina e ci fende, sempre irriconoscibile, inappropriabile, traboccante.
Uno scambio di visioni nate forse da comuni affanni e insonnie. Quella con Moresco è un’orbita condivisa già prima di questa promettente collaborazione, e probabilmente già prima che le loro “disperate vitalità” si frequentassero. Il firmamento è la conferma di una scalpitante sintonia, della quale attenderemo smaniosi i nuovi frutti.

- Antonio Moresco, Il firmamento, in Merda e luce, Effigie Edizioni, Milano 2007.
- Il firmamento, regia di Jonny Costantino e Fabio Badolato, interpreti Ciro Carlo Fico e Carlotta Pircher, BaCo Productions 2012
- Per la scheda: http://www.bacoproductions.org/ilfi...
- Per vedere il film: http://www.cineforum.it/screen/Il_f...








pubblicato da s.baratto nella rubrica cinema il 25 giugno 2013