Le vite che non sono di Carrère nei libri di Carrère

di Silvio Bernelli



Il cospicuo successo di Limonov (di cui si parlava qui) ha rilanciato la fortuna di due romanzi di Emanuel Carrère: Vite che non sono la mia (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli, pp. 236, 10€) e L’avversario, (Adelphi, traduzione di Eliana Vicari Fabris, pp. 169, 17€ €. Con questo volume, tra l’altro, Adelphi inizia la ripubblicazione delle opere di Carrère).
Usciti rispettivamente nel 2009 e nel 2000, raccontano - proprio come Limonov - una storia vera, mettono alla prova la maestria di Carrère nel filtrare la realtà e tirarne fuori dei romanzi. Vite che non sono la mia contiene due vicende distinte, che in modo diverso coinvolgono lo scrittore di persona. La prima nasce dallo tsunami di Santo Stefano 2004 sulle coste del Pacifico. Carrère si trova in vacanza nello Sri Lanka. Lo scrittore e la sua famiglia restano incolumi, ma la piccola Juliette, la figlia dei connazionali Jerôme e Delphine, è tra le vittime della Grande Onda. La scrittura chirurgica di Carrère indaga gli effetti della catastrofe, proietta il lettore nella devastazione, nel caos dei soccorsi, nell’incomunicabilità di chi vive un’esperienza estrema in terra straniera. Oggetto del racconto è una vita della quale in un colpo solo si scopre l’insicurezza, la scommessa, l’impermanenza. Per fare da contrappunto emotivo all’angoscia di Jerôme e Delphine, Carrère mette insieme una pagina memorabile: l’incontro in ospedale tra Ruth e Tom, i due giovani scozzesi in viaggio di nozze che avevano creduto uno alla morte dell’altro nel villaggio raso al suolo dallo tsunami. Nel proseguio di Vite che non sono la mia la morte della piccola Juliette diventa una sorta di macabro annuncio della morte che attende un’altra Juliette. È la sorella della moglie di Carrère, la cognata. Poco più che trentenne, madre di tre figlie, la donna viene colpita nuovamente dal cancro che anni prima le aveva consumato schiena, bacino e gambe, obbligandola a una vita di fatiche sulle stampelle. Il bisturi di Carrère affonda con decisione nella trama dei giorni grazie allo strano connubio algidità dello sguardo/partecipazione emotiva che è una delle caratteristiche più originali dell’autore francese. L’abilità di Carrère di rimestare nell’ordinario che diventa tragedia, in una quotidianità vissuta incoscientemente sull’orlo di un baratro dal quale tutti possono essere ingoiati da un momento all’altro, trova altri momenti intensi. Il lungo racconto del giudice Étienne che ricostruisce l’avventura professionale di Juliette, sua collega in una magistratura di provincia, è una magnifico esempio di sodalizio maschio/femmina. L’amore sublimato – una forma d’amore spesso oggetto di una sottovalutazione immeritata – passa attraverso i cavilli del codice, le sottigliezze delle procedure, le notti spese a disegnare strategie processuali. E poi c’è la sobria disperazione di Patrice, lo svagato disegnatore di fumetti marito di Juliette, che si prepara come meglio può alla morte annunciata della consorte.
Se Vite che non sono la mia lascia il segno, un marchio ancora più profondo, ancora più bruciante rimane sulla pelle, dopo la lettura di L’avversario. La storia raccontata nel libro è nota. 1993, montagne francesi vicine al confine svizzero, Jean-Claude Romand stermina l’intera famiglia: moglie, due figli, padre e madre. Un maldestro tentativo di suicidio tramite incendio si risolve per l’assassino nel peggiore dei modi. Romand sopravvive ai suoi crimini. Le menzogne sulle quali per vent’anni aveva costruito l’intera vita vengono alla luce. L’uomo si era finto studente universitario, malato di cancro, medico, grosso dirigente dell’organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra nonché investitore finanziario dal tocco magico. Il crollo imminente del castello di bugie dovuto alla sua relazione con l’amante Corinne è la ragione della strage. Una storia, quella di Jean-Claude Romand, che si stenterebbe a credere vera, se non ci fossero gli atti del processo lì a ricordarla. Ed è proprio un’inchiesta sul confine tra credibilità e credulità, tra illusione e menzogna, il cuore di questo libro di Carrère. Ne è anche stato tratto un film nel 2002; regia di Nicole Garcia, protagonista Daniel Auteuil. E anche qui, come in Vite che non sono la mia la scrittura Carrère prende alla gola nel brano in cui Romand racconta la strage in tribunale. La moglie Florence massacrata con un mattarello. I figli di cinque e sette anni uccisi a colpi di fucile. L’esecuzione dei genitori settantenni. L’amante che sopravvive per caso al goffo tentativo di strangolamento. Non scatta alcuna empatia tra lo scrittore che segue il dibattimento in aula e il pluriassassino. I due comunicano via lettera e si incontrano una sola volta al termine del processo che condanna Romand all’ergastolo. Il loro è un dialogo inutile, accettato più che altro per curiosità, che non rivela all’autore nulla che già non sapesse. Davanti all’assassino-per-egoismo Romand, Carrère usa la scrittura come uno scudo tra sé e il mostro, manifestando con il suo talento il suo essere diverso dal mostro. Il libro si risolve in un atto di accusa verso un essere umano immeritevole di compassione. C’è un limite anche all’orrore e il vacuo, crudele e lucido Romand l’ha oltrepassato. Carrère scolpisce la sua condanna in questo libro compatto e potente come un pugno, che non si dimentica facilmente.
È un’opera ben diversa dal lungo, ben scritto ma a tratti poco partecipato Limonov. Nelle sue pagine Carrère sembra lambire la psicologia dell’uomo Eduard Limonov, che pure aveva conosciuto da giovane a Parigi, senza mai davvero afferrarla, senza mai offrirne al lettore un’interpretazione originale. L’uomo Limonov resta fuori dal libro che gli viene dedicato con la medesima implacabilità con cui invece Carrère riesce a mettere nero su bianco le vicende delle due Juliette e dei Romand. La storia tutta straordinaria di Limonov, dalla fuga dall’Ucraina alla bohème tragicomica newyorkese, dal successo dei libri autobiografici alla prigionia come “nemico dello stato russo”, toglie a Carrère la sua arma migliore: la capacità di scavare nella normalità quotidiana alla luce di una tragedia che proprio di quella normalità cambia il corso per sempre. Lo sguardo di Carrère si nutre della veglia per la sventura che - il lettore lo sa già - arriverà per distruggere i protagonisti di L’avversario e Vite che non sono la mia.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica libri il 25 giugno 2013