"La conta delle lentiggini" e la poetica dei corpi

Silvana Farina





Penso al libro come corpo fisico e metafisico, etico ed estetico, capace di sottrarci all’automatismo della percezione, staccando le parole dall’ordine astratto in cui sono state inquadrate, riattualizzandole e restituendole la loro vita. La conta delle lentiggini di Flavia Ganzenua (Caratteri Mobili, 2013) ha corpo e anima bellissimi. Un corpo-copertina nera sottilissima con un ombelico a mostrarci il viso di una ragazza dai capelli rossi a testa in giù come fosse sott’acqua tra cinque bolle d’aria. Un’anima-cuore pulsante con una bellissima dedica: a mia sorella, alle nostre estati di menta e more.

Guarda... ho incendiato il mondo per te! [...] Vuoi bruciare con me? La conta delle lentiggini esce nella collana Gli incendiati, omaggio a Moresco e a quel testo-ferita che parte dal rifiuto di “tutta quella vita che era sotto la cappa della morte” per ritrovarsi a bruciare in corpi-fiamme di un grande incendio.

Proprio di corpi si cibano queste nove storie incastrate come ossa-puzzle fatte l’una per l’altra con una colonna vertebrale dura come il dolore. Contare è il tic ossessivo dei personaggi bloccati tra due mondi, uno troppo reale e sofferente, l’altro evanescente e intimo del sogno. Corpi che odiano essere toccati come quello di F. che confessa io sono il mio labirinto e mi cibo di chi ci si perde. Corpi che se si toccano si consumano fino a conoscersi e morire, fino a schiantarsi e diventare una sola carcassa, fino a rigettarsi l’un l’altro nella pura contraddizione dell’amore.
Ti guardo e mi chiedo cosa sia l’amore, se sia solo carne, riconoscersi in bocca, ingoiare la tua saliva come fosse bario. Sentirti allo stomaco, digerirti e vomitarti infinite volte, volerti e non volerti. Forse questo è l’amore, questo rigurgito di latte. Zucchero cosparso intorno al capezzolo per farti attaccare. Chiudo gli occhi, ti gratto via.

Flavia ci fa un dono di scrittura pulsante di storie dolorose, di corpi scampati a disastri, come le mani che sono l’ultimo avamposto, la trincea isolata e dispersa che non si rassegna alla resa (in Travestita da adulta), unghie mangiate a sangue, occhi anestetizzati, cibi masticati e rigettati, cicatrici, odori (come quelli di Silvia nel racconto più lungo Belfast o la manutenzione del dolore). Le particelle solitarie che siamo incontrano altre particelle col loro carico di solitudine e incespicano sulle reazioni chimiche e fisiche che ne derivano.
Questi racconti brevissimi e vertiginosi sono scaglie narrative, radiografie di corpi torturati dalla vita. Sanguineti fece bellissime radiografie a quei corpi, a tutta quella corporalità, fisiologia, materialità, in particolare, scrivendo "Radiosonetto" (da Mikrokosmos. Poesie 1951-2004, a cura di Erminio Risso, Feltrinelli, 2004):

Il mio libro sei tu, mio vecchio amore:
ti ho letto le tue vertebre, la pelle
dei tuoi polsi: ho tradotto anche il fragore
dei tuoi sbadigli: dentro le tue ascelle
ho inciso il mio minidiario: il calore
del tuo ombelico è un tuo glossario: nelle
xilografie delle tue rughe è il cuore
dei tuoi troppi alfabeti: alle mammelle
dei tuoi brevi capitoli ho affidato,
mia bibbia, le mie dediche patetiche:
questo solo sonetto, io l’ho copiato
dalla tua gola, adesso: e ho decifrato
la tua vagina, le tue arterie ermetiche,
gli indici tuoi, e il tuo fiele, e il tuo fiato:

Come Sanguineti attraverso la poesia, la scrittrice riesce attraverso il racconto a leggere i corpi dei suoi personaggi mostrandoci tutti gli ingranaggi, le perversioni, il piacere, i pali che non tengono che sono scheletri ammaccati, le intercapedini tra sogno e realtà. Non solo riesce a leggere questi corpi ma li staglia entro un’atmosfera favolistica e allucinata in cui Barbablù, il lupo cattivo, cappuccetto rosso sono spettri ossessivi del nostro passato come si volesse restare per sempre bambini, rimanere intrappolati in una città che ormai è sparita. Flavia ci mette davanti a degli specchi che sono la proiezione delle nostre paure, il prolungamento dei nostri stessi corpi attraverso i quali prendere consapevolezza di dover stare al mondo come il dolore sta alla vita. Contare, allora, potrebbe essere la ninna nanna, l’incantesimo, la veglia. Chi sa che non può contenere tutto, che tutto continuamente gli sfugge tra le mani, cerca segni, appigli, e conta come per esorcizzare la sofferenza di ogni singola lentiggine-corpo, e tenta di non perdere mai il conto, fino a quando quello stesso conteggio cade alla rovescia, tre due uno e libera tutti.








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 18 giugno 2013