Un romanzo di formazione familiare

Graziano Dell’Anna



Caro Livio, iniziamo dal titolo. Il tuo Niente da ridere è un’infilata di incidenti, gaffes, capovolgimenti di ruoli, involontarie candidature politiche, improbabili scappatelle e pupazzi di Babbo Natale rubati agli studi televisivi. Il protagonista, Gregorio Perugino, vede la sua casa trasformarsi in un accampamento comicamente invaso da amiche di famiglia paranoiche, bambini altrui, zii indebitati e mariti scacciati di casa. Tuttavia la sua vita – che poi è quella quotidiana della famiglia media italiana – appare una realtà difficile, se non drammatica, al limite della nevrosi. Credi anche tu, come diceva Beckett, che "niente è più ridicolo della sofferenza"?

Volevo mettere in scena la vita quotidiana, l’epica minore di un interno-famiglia piccolo borghese. Non mi sembra che la narrativa italiana si occupi a sufficienza della famiglia. Ci sono saghe a tinte forti oppure storie patriarcali e/o matriarcali, ma nessuno che si occupi di spese al supermercato, di Tasso Annuo Effettivo Medio, di familiari disabili da accudire, di baby sitter e feste di compleanno cui portare i figli. In questo gli inglesi sono maestri. Senza scomodare gli spiantati di Osborne, il modello, quando ho cominciato a progettare questo libro, era Hornby di How to be good, ma anche tutta una letteratura di intrattenimento che va da John O’Farrell a India Knight. Mi piace l’aria da commedia che c’è in questi libri e, soprattutto, il fatto che riescano – anche nel cinema – a parlare di problemi molto gravi con un tono leggero e ironico. Poi c’è uno stream sotterraneo che attraversa tutto il romanzo: la voce interiore di Gregorio che perlopiù si rivolge al padre. È un topos vecchio come il mondo. L’edipo irrisolto, il fare i conti con l’età adulta che ti è piombata addosso in un soffio senza che te ne sia reso troppo conto.
Sì, siamo al limite della nevrosi. Altro che slow life meridiana. Io vedo i 35-40enni italiani che corrono come pazzi dalla mattina alla sera e che, sempre più spesso, non hanno più attorno quella rete solidaristica che sostituiva il Welfare che era la Famiglia. Al contrario, la famiglia è spesso un incrocio di sentimenti violenti, fonte di preoccupazione e, appunto, sofferenza. Ma in un posto dove un laureato prende 400 euro al mese lavorando in un call center, per una famiglia avere un parente disabile da accudire è fonte di reddito cospicua. E allora c’è qualcosa che non quadra più se un uomo e una donna, nel fiore della loro esistenza, son costretti per necessità ad assumersi sempre e solo il lato passivo del solidarismo.

Spese al supermercato, Tasso Annuo Effettivo Medio, familiari disabili da accudire, baby sitter e feste di compleanno dei figli. Niente da ridere mette in scena la realtà spicciola e ordinaria di tutti i giorni. È più o meno con Goethe e la nascita del romanzo di formazione borghese, che l’insignificante e il quotidiano trovano cittadinanza letteraria nella narrativa. Il protagonista del romanzo borghese non è più l’eroe dell’epica aristocratica, che vive nella luce di eventi grandiosi e gesti straordinari. L’antieroe borghese si trascina nella fanghiglia del "niente quotidiano". Pensi che questa realtà minuta, prosaica possa avere una sua poesia?

Lo penso eccome! Nelle Correzioni Franzen dedica un lunghissimo capitolo al fratello maggiore di questa grande famiglia con mamma invasiva e asfissiante: Gary. È uno dei capitoli più intensi del libro. Il modo in cui la moglie di Gary, per evitare di trascorrere un Natale in casa dei suoceri, convince il marito di essere clinicamente depresso a desiderare una tale assurdità. La strategia che la donna mette in atto, quel misto di indifferenza e di apprensione per un malato. E la metamorfosi di Gary. Che per recuperare la figurina della Famiglia Felice E Unita comincia a credere egli stesso di avere dei problemi, acconsente a farsi curare e, in definitiva, a non andare a St. Jude per quello che la madre aveva immaginato come l’ultimo Natale della famiglia d’origine. È letteratura altissima che si dipana fra un barbecue e un parquet da pulire, fra le grida dei bambini e la tintura dei capelli della moglie.

Tuttavia la realtà non è molto piacevole. Genera nevrosi e istinti di fuga. E questa fuga, come accade a Gregorio, può assumere l’aspetto di una degenza ospedaliera, di una cotta extraconiugale o di un trasloco all’estero. C’è tuttavia un’evasione silenziosa, meno appariscente, ed è quella praticata quotidianamente da Gregorio, che tira avanti a forza di ansiolitici. Anche altri protagonisti del libro ricorrono agli psicofarmaci per vivere narcotizzati, anestetizzati, per non sentire la vita. È un lato eccentrico dei tuoi personaggi o anche in questo caso hai preso spunto dalla realtà?

Un lato eccentrico? Gli ansiolitici sono il farmaco più venduto al mondo, seguito da antidepressivi e antibiotici. Il romanzo attacca parafrasando Let it be dei Beatles. Solo che nell’originale era Madre Maria, e cioè la marijuana, a venire in soccorso in tempi di guai. Per i miei quarantenni pieni di fretta occorre qualcosa di più immediato che una canna. Occorre una pasticchetta che in quattro e quattr’otto ponga rimedio all’ansia. E se poi ti viene il mal di vivere, altro che lunghe psicanalisi. Un paio di settimane di inibitori della ricaptazione della serotonina e torni in forma smagliante. La mia generazione è piena di gente devastata dagli attacchi di panico, dalla cosiddetta depressione secondaria e via enumerando. Non è un modo per non sentire la vita. Al contrario, è esattamente un modo, l’unico che conosciamo, da occidentali capitalisti, di ritornare a contatto con la nostra personale essenza troppo bersagliata da carriere che non decollano, progetti scaduti, incessante affanno da prestazione. Lo stesso mondo della letteratura non ne è esente. Pensa che, recentemente, David Foster Wallace ha dichiarato di essersi rassegnato a dover prendere Zoloft per tutta la vita.

Questo tuo "romanzo di formazione familiare" si apre con un incidente automobilistico, dopo il quale vediamo Gregorio zoppicare da una pagina all’altra a fare la spesa, mettere a letto le bambine, addirittura guidare l’auto brancolando in una realtà quotidiana in cui sembra effettivamente "muoversi a fatica". Un altro recente libro, S’è fatta ora di Antonio Pascale, racconta di padri che diventano padri troppo presto, di figli cresciuti prima dell’età e, più in generale, di una vita che sembra essere sempre fuori tempo, come un passante che attraversa col rosso. Sono coincidenze o esiste effettivamente una generazione di "giovani invecchiati"?

Effettivamente, oltre che una commedia "amara" questo romanzo voleva anche essere il mio bildungsroman. Quel lamento silenzioso, sordo, rabbioso che scorre a fianco alle vicissitudini grottesche di Gregorio Parigino mi era parso che fosse stato "messo a sistema", come dicono i giuristi, con il capitolo finale che viene dopo un penultimo in cui si racconta di una festa familiare con tono volutamente esagerato, popolaresco, farsesco, comicamente tragico. Ma a volte i moventi psicologici di chi racconta le storie sfuggono agli stessi narratori. Nel senso che i meccanismi di fondo, gli automatismi cattolici, il senso di colpa, pur senza volerlo li ho riprodotti nelle pur apparentemente mutate esistenze di Gregorio e Delia. E stavo anche lì lì per eliminare il piccolo ma significativo lapsus se non avessi incontrato, manco a dirlo, un professore (da figlio di insegnanti per quattro generazioni, ho sempre amato raccontare i professori, sui giornalini di paese ero esperto in necrologi di docenti leggendari, e Niente da ridere fornisce fra l’altro il ritratto di un professore che è la summa dei miei tre più importanti maestri). Avevo appena parlato agli studenti di Architettura a Venezia, avevo mostrato e commentato loro centinaia di foto del mio personale immaginario che ha dato origine al libro affinché penetrassero la personalità dell’autore nonché del protagonista del romanzo ed escogitassero una copertina. Avevo parlato ai ragazzi anche di questa formazione non del tutto avvenuta (o, per usare un’altra metafora, di questa linea d’ombra che oscura ancora la barcaccia per un quarto della sua lunghezza) e dell’idea che avevo di eliminare quel personaggio che spunta nel finale e che sembra portare tutto al punto di partenza. Prima d’andare via mi chiama in disparte questo professore fricchettone, e mi fa: "Non togliere quel personaggio, le persone non cambiano così radicalmente", e poi mi sorride affettuosamente. Ebbene, gli ho creduto. Ho lasciato tutto così com’era. Sì, una vita vissuta "con tempi sfalsati", per dirla con Pascale. Giovani invecchiati non degni manco d’una bildung dignitosa.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 13 marzo 2007