L’amore non è più quello di una volta

Linnio Accorroni



Volete spiegare il perché di questa scelta così particolare e desueta? In questa miscellanea compaiono solo scrittori-maschi del Nordest.

Le motivazioni sono diverse.
Innanzitutto ci piaceva coinvolgere in un progetto comune un gruppo di amici che da anni si incontrano con una certa frequenza, si confrontano e si interrogano sui temi della scrittura.
Questo libro, quindi, è anche l’esito di un’amicizia, la quale a sua volta si fonda sulla stima reciproca. Poi abbiamo trovato interessante l’idea del ribaltamento di prospettiva, consistente nell’affidare a voci maschili lo sviluppo di un tema tradizionalmente "rosa" quale quello dei sentimenti. Proprio il fatto di collocarci fuori dalla tradizione, infatti, ci sembrava un vantaggio, poiché oggetto dell’indagine sono appunto le nuove forme emotive dell’oggi. In terzo luogo, senza alcuna pretesa di mappatura o di definizione di una geografia letteraria, abbiamo scelto di coinvolgere nel progetto una generazione di scrittori (tra i 30 e i 40 anni) che si muovono in quest’area geografica – il nordest – per lo più considerata "afasica".

Questo libro ha avuto anche l’onere (o l’onore) di passare in televisione nella trasmissione di Giuliano Ferrara; sta, inoltre, riscuotendo anche un discreto successo di vendita. A che cosa è dovuta secondo voi questa popolarità? Ve la aspettavate?

Quello che ci interessa è cercare di comprendere chi siamo e come siamo cambiati. La scrittura è lo strumento più potente per aiutarci a farlo. Forse la quota di popolarità, qualunque essa sia, dipende da questo. I lettori sentono che si sta parlando proprio di loro, delle loro vite e della loro sensibilità. Si riconoscono, insomma, nel progetto.

Voi siete autori di due racconti, oltre che curatori dell’opera. Che idea vi siete fatti ex post di questa radiografia dei sentimenti?

È una domanda complessa. Ci siamo fatti l’idea che l’uomo contemporaneo viva in una sorta di afasia o silenzio emotivo, poiché l’armamentario sentimentale che è convinto di possedere, così come gli viene rappresentato, non funziona più, non coincide più col suo modo concreto, quotidiano esperire la vita. Quest’uomo non si è ancora accorto di essere mutato, di avere acquisito una nuova dotazione interiore. Tutti noi viviamo e lavoriamo in rapporto sempre più stretto con sistemi di comunicazione istantanea di crescente complessità e in connessione permanente o semipermanente all’interno di una rete di informazioni, scambi e commutazioni. Tutti noi sperimentiamo, in forma diretta o indiretta, la veloce rimodulazione della struttura della famiglia, del lavoro, dell’idea stessa di relazione interpersonale. Forse siamo sul punto di sperimentare addirittura i primi segni di una radicale trasformazione climatica e orografica del territorio. Si tratta di fenomeni che rivoluzionano anche il paesaggio interiore delle persone, cancellando taluni sentimenti e istituendone di nuovi. In sostanza, la nostra storia è storia di emozioni che mutano. Nessuno può pensare che l’odio di un soldato che combatteva nelle guerre persiane sia paragonabile a quello di un addetto a una rampa missilistica in procinto di annientare masse umane dall’altra parte del globo, come scriveva Gunther Anders vent’anni fa.
Per tornare alla domanda, ci siamo fatti l’idea che esista una sorta di resistenza al cambiamento, di affezione ai "vecchi" sentimenti, o meglio, per essere più esatti, alle loro rappresentazioni. Forse perché sembrano maggiormente rassicuranti. Anche se non servono più.

A leggere i racconti sembra che tre siano i fili rossi che li colleghino, nonostante le diversità di ambientazione, stile, esiti narrativi: la presenza del computer (macchina per scrivere ed archiviare, ricettacolo di e-mail), l’alcol, che appare, in veste di convitato di pietra in alcuni racconti, l’io biografico, spesso esibito ed ostentato. Siete d’accordo?

A leggere ex post il libro, anche noi siamo stati colpiti dalla presenza di alcuni temi. L’io biografco era richiesto dall’inizio ed era parte integrante del progetto. Un filo rosso che lega molti racconti è quello della precarietà, della difficoltà concreta, materiale di gestire la vita (Fassina, Casadei, Ferrucci, per certi versi Scarpa). Un altro tema è quello dello spreco emotivo, del dolore inutile, come risposta alla pressione insostenibile che informa le nostre vite (Bugaro, Franzoso, Bellotto, Garlini).
Per quanto riguarda gli altri due temi: alcol e computer, ci sembrano più accessori. È naturale che in questo periodo ci si interroghi sul computer, vista l’enorme diffusione del fenomeno. Per quanto riguarda invece l’alcol, non ci sembra. Ma controlleremo.

Altro tema suggerito non solo in maniera esplicita dal racconto di Covacich, ma anche da altri è quella della sterilità affettiva, prima che biologica. Siete d’accordo?

In questo libro si parla di sterilità affettiva, ma anche di esuberanza affettiva (Mancassola, Fassina e Villalta, per citarne solo alcuni).
La verità è ce non crediamo che la nuova sensibilità vada interrogata con gli strumenti del passato. Altrimenti si rischia di non comprenderla e considerare questa generazione priva di sogni e con carenze affettive. Scopo di questo libro è anche, secondo noi, la spinta a cercare di guardare oltre. Anche a leggere con occhi diversi l’intervento di Covacich si scorge una diversa forma di sensibilità, anche esposta. E una difficoltà di comprenderla con gli strumenti del passato.

Pubblicato su Stilos, il quindicinale dei libri, diretto da Gianni Bonina, anno IX, n. 4, 20 febbraio 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 12 marzo 2007