Sentimenti sovversivi

Piersandro Pallavicini



Ci sono due modi di leggere questo nuovo libro di Roberto Ferrucci e goderne. Uno è privilegiare il messaggio (e sì, questo settantismo, con Sentimenti Sovversivi, si può tornare a usarlo senza alcuna ironia). L’altro è privilegiare l’emozione, insomma entrare tra le pagine e lasciarsi andare, compiacendosi del sommovimento interiore. Chi ha la meglio? Dipende da chi legge, credo. Con me ha vinto l’emozione, ed è perchè i libri li leggo sempre così, e a razionalizzarli, a espungerne gli insegnamenti, ci penso soltanto dopo, quando li ho chiusi. O è perchè la scrittura particolarmente felice di Roberto ti prende con tale efficacia che con i suoi libri è l’emozione a vincere sempre, senza colpo ferire?

Intanto, ecco il messaggio. Il romanzo, o cronaca biografica, racconta di un amore, quello di Roberto e di Teresa, la sua compagna italiana. Ferrucci lo racconta vivendolo, ricordandolo e ripensandolo durante un periodo di separazione felice (perchè causata da qualche settimana trascorsa in Francia per una "residenza di scrittura"). Questo amore di grande temperatura e intensità, nato e sin lì vissuto a Venezia, non può raggiungere la perfezione a causa degli orrori della nostra politica, o per meglio dire del nostro governo e del Presidente del Consiglio in particolare. È come se alla felicità generata da quell’amore (e per traslato di qualsiasi altro tipo di sentire) fosse impedito di diventare completa, assoluta, in Italia, a causa della frustrazione, dello smacco, dell’umiliazione, insomma della sofferenza intellettuale e culturale provocata dai continui colpi inferti da questa nostra destra: viscida, da fine impero, stracciona. Stigmatizza Ferrucci: non basta il disastro economico, culturale e morale: questi vent’anni di governo e il picco degli ultimi due stanno ormai intaccando anche la sfera personale. Anche i sentimenti degli italiani. E questo è un modo inedito, intelligente e stringente di sbattere in faccia agli stolidi berlusconiani la vastità delle devastazioni compiute.

Poi, i sentimenti. Per cercare di renderli al meglio, per cercare di riprodurre lo spirito con cui sono uscito dal romanzo, uso le righe che ho scritto a Roberto poche ore dopo averlo chiuso. Forse sono parole ingenue, sicuramente manca loro il filtro della distaccata diplomazia che è la regola nel parlarsi tra scrittori, ma va bene così: sono calde e palpitanti, e hanno dentro l’entusiasmo che provavo. Scrivevo questo: "ho appena finito il tuo libro e la prima cosa che mi viene da dire è che era da un pezzo che non provavo un piacere di lettura, un’empatia così. Ho trovato straordinaria la tua capacità di familiarizzare con il lettore, di fartelo amico, di portarlo dentro alle storie che compongono il mosaico del testo. È una cosa che ti sarai sentito dire decine di volte, per questo libro e per i tuoi altri, ma te la dico anch’io: viene voglia di essere lì con te e Teresa, al decimo piano del Building, per una cena, noi che si porta il vino, noi che si apparecchia, mentre qualcosa cuoce sul fornello e si chiacchiera, cercando di evitare l’argomento "capo del governo" e il mal di stomaco che ne deriverebbe, e parlando invece di libri, di Francia, di vini, di calcio, di amici… Hai capito cosa voglio dire, no? Insomma, Roberto: se c’è uno scopo intimo, profondo, ineludibile che abbiamo - tutti noi che scriviamo – è quello di essere amati da chi ci legge. Beh, tu ci sei perfettamente riuscito. Questa è la temperatura emotiva con cui esco dalla lettura, e questa è la cosa per la quale ho voglia non semplicemente di dirti che è un bel libro, ma di applaudirti, di abbracciarti, di lasciarti vedere (con intenzione, perché è come applaudire ancora di più) il dorso della mano che asciuga gli occhi dal velo della commozione."

Quale mosaico di storie, a proposito? Nel suo appartamento di Saint Nazare, al decimo piano del "Building" affacciato sul porto e l’oceano, Roberto riceve notizie dall’Italia e cerca di elaborarne la tristezza, lo squallore, inquadrandole e portandole ad un livello di maggiore definizione nel confronto con quel che succede in Francia. Che è un paese dove esistono ancora l’impegno, l’indignazione, l’amore per la cultura, dove la serietà e la rettitudine sono ancora dei valori positivi. Ci vengono raccontati l’arrivo nel giorno della morte di Alain Robbe-Grillet, l’accoglienza di Patrick Deville, gli incontri con la gente del posto, una visita di Teresa, una gita all’hotel dove furono girate Le vacanze di Monsieur Hulot, l’organizzazione di uno sciopero, la città, i baretti, i ristorantini, lo stadio... E tutto serve a ricordare, a rimarcare le differenze tra la Francia e l’Italia di oggi. E da lì tra l’Italia di oggi e quella del Ferrucci ragazzo. Che è la stessa di quando ero ragazzo io. Noi. Tutta una generazione che va dai trentenni ai cinquantenni di oggi, quella tradita da questi padri degeneri che non se ne vogliono andare e che spendono il loro tempo a tramare e distruggere. Dovessi tracciare i contorni di una trama, però, direi: impossibile, non c’è. La trama è il tempo che passa, le settimane che scorrono, i pensieri e le immagini che transitano nella testa dell’autore. E che generano i ricordi, che a loro volta generano i pensieri, i ragionamenti. Scrivevo, più su: magnifico il messaggio, grande l’emozione, ma vince la seconda. E ora, dopo che ho scritto queste righe, del perchè ho una spiegazione alternativa o alla fine perfino ovvia: è il messaggio che diventa emozione. Partecipiamo tutti della stessa felicità monca, e a Ferrucci e al suo libro, che ce l’hanno mostrato, vogliamo dolorosamente bene.

Roberto Ferrucci, Sentimenti Sovversivi, ISBN, 140 pagine, 17 euro








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 1 settembre 2011