L’editor, il peggior amico dello scrittore

Massimiliano Parente



Cara Carla Benedetti. Che sull’Espresso hai non-recensito il romanzino di Sergio Claudio Perroni, noto editor e agente di libri da premio, noto operatore dell’antitesi della letteratura che conta. Hai ragione, non è in questione il solito gioco di marchette incrociate, con i giudizi apologetici dei narratori assistiti dal medesimo Perroni stampati sulla quarta, ma appunto la qualifica stampata sul risvolto, poiché l’autore ci tiene a dirsi "l’editor di alcuni tra i romanzi di maggior successo negli ultimi anni". La domanda centrale che ti poni non è cosa sia Perroni, perché non essendo uno scrittore non importerà niente a te né tantomeno a noi, ma piuttosto cosa sia un editor, quale mostro sia diventato l’editor, cosa rappresenti, quale valore abbia. E dunque la tua domanda è semplice:

"Cosa è l’editing? Segnalare ripetizioni, incongruenze, suggerire alleggerimenti all’autore che poi ci pensa e valuta se è il caso? Ma allora che ragione c’è che uno si vanti di aver editato un libro di successo? Oppure l’editing è un intervento più massiccio che entra nella struttura e nell’ideazione del libro, toccando la zona calda, creativa, che sta alla radice della scrittura? La nota biografica di Perroni implica questa seconda cosa".

Brava, Carla. Intorno ho sentito un silenzio di tomba. Hanno fatto tutti finta di niente, la questione è talmente cruciale che fanno orecchie da mercante, perché mercanti sono. E, beninteso, il discorso non vale solo per la grande editoria, vale anche per i piccoli e medi editori, usciamo dalla retorica del piccolo è bello, perché minimum fax, per esempio, sulla narrativa italiana è altrettanto impegnata a allevare piccoli pulcini seriali che un giorno aspireranno a essere gallinelle di Stile Libero, con tanto di periodiche scuole di creative writing per essere identici, ombelicali, carveriani, americanini di plastica e di piccole nevrosi trendy di seconda o terza mano, neorealismo applicato dello stile e del marchio di fabbrica, mai un’opera. E quindi? Colpa degli editori, dei lettori, dei critici, degli editor?

Tuttavia è singolare che, mentre i grandi editori hanno maestranze di editor preposti alla riduzione delle differenze, in edicola negli ultimi quattro anni si siano venduti oltre quaranta milioni di classici. Significa che Kafka o Proust o Gadda se l’è comprato e piazzato in fila nelle libreria Ikea quasi ogni italiano, mentre che li abbiano letti o meno non ci interessa. Ciò che conta, seguendo il ragionamento dei mercanti del tempio editoriale, è che li abbiano comprati. Non per niente si fanno le classifiche di vendita, non di lettura. E fa pensare che, a parte tu, Carla, tutti gli addetti ai lavori tacciano da anni, sarà che quando si è addetti a qualcosa non si è più niente, sarà che tutti, così come hanno un gatto, un cane, un dentista, un ginecologo, hanno anche un editor di riferimento. D’altra parte il silenzio della critica, che dovrebbe appunto essere critica, lo denunciasti anni fa in un libro bello e denso intitolato appunto Il tradimento dei critici.

Ma se i critici hanno tradito una missione, e gli editor servono a vincere il Premio Strega, a produrre il libro di successo, e lo mettono sul biglietto da visita, gli scrittori editati cosa cazzo fanno? Altra faccia della stessa medaglia, Carla. Evidentemente ci stanno. Ci stanno perché sono narratori autoriali e d’intrattenimento e non Scrittori. Eppure, tu lo sai bene, un tempo gli scrittori tenevano duro. Non per ragioni speciali, semplicemente perché erano Scrittori. Oggi il libro più amato e letto di Beppe Fenoglio è proprio quel Partigiano Johnny rifiutato da Livio Garzanti. Oggi il libro più letto e studiato di Hermann Melville è Moby Dick, che all’epoca non fu capito da nessuno. Oggi sappiamo che aveva ragione Faulkner, che Assalonne! Assalonne! è più bello di Sartoris. Oggi continuiamo a studiare Carlo Emilio Gadda che scriveva per cinque lettori, o Kafka o Guido Morselli che sono morti quasi del tutto inediti.

Comunque ci sono gli editor e autori editati, pronti per il premio. C’è chi fornisce la farina e chi sforna il pane. Una volta si diceva farina del suo sacco, oggi bisogna specificare: farina dello scrittore, la pagnotta dell’editor. Poi è anche vero, come dice il titolo del romanzo di Perroni, che non muore nessuno. Peccato. Ci sono critici che sono felici di leggere il quasi uguale, l’indifferenziato, ciò che non sposterà di una virgola il mondo e la letteratura, ciò che è scritto su un orizzonte di attesa perfino più piccolo di chi è lì a aspettarselo, felici che non ci siano più gerarchie estetiche, solo diversi tipi di entertainment. Se gli obietti qualcosa ti rispondono in nome del lettore come Simona Ventura in nome del pubblico sovrano. In ogni caso se uno non sa camminare è felice di chi lo porta sotto braccio o gli regala due stampelle. Quindi gli editor servono ai non scrittori, che sono gli stessi che vincono i premi e poi vendono a non lettori, d’accordo, ma anche qui, Carla, mi risponderai che non si capisce cosa ci sia da vantarsene. Ho visto decine di amici rovinati dagli editor, falcidiati in nome del lettore, e che evidentemente non sono mai stati Scrittori. Avendo scelto l’editor, e non me e la mia lotta, li ho ripudiati anche come amici. Ho visto come lavorano editori e critici, e a leggere quello che producono e recensiscono si capisce che avrebbero tagliato Proust perché troppo lungo, dicendogli che centinaia di pagine per dire della gelosia sono troppe, troppo ossessive, scritte con frasi troppo difficili. Kafka sarebbe stato troppo asfissiante, enigmatico, troppo pesante, e così anche Gombrowicz, o William Faulkner, e per non dire della Trilogia di Samuel Beckett, che difatti, mentre in tutto il mondo l’anno scorso si celebrava il centenario del premio Nobel irlandese, l’Einaudi neppure ha ristampato. Gli editor sono distratti perfino sui diritti acquisiti.

Per cui, vorrei aggiungere alla tua osservazione, se da una parte ci sono i Perroni, dall’altra ci sono i narratori autoriali, cioè gli aspiranti scrittori, editi o inediti che, senza ossessioni e senza vere opere da difendere, senza arte né parte, senza corpo proprio, eversivo e irriducibile in quanto corpo, si affidano felicemente al primo editor che passa, il quale, in genere, avrà anche lui un librino inedito nel cassetto che prima o poi, come Perroni, tirerà fuori per far vedere di avercelo anche lui più o meno lungo, e intorno troverà altrettanti non scrittori premiati e stregati pronti a applaudirlo. La tendenza generale, industriale, culturale, politica, è verso la mediocrazia, a poco servirà la meritocrazia messa come punto cardinale del Partito Democratico, perché la meritocrazia in letteratura è grandezza, spesso complessità, quasi sempre intransigenza.

Io, ti dicevo, ho visto amici di talento piallare e rimodellare i loro romanzi sotto dettatura degli editor fino a snaturarsi completamente, fino a diventare un libro Mondadori, un libro Einaudi, un libro Feltrinelli, un libro minimum fax, un libro qualunque. Ho pensato che gli stesse bene, che alla fine non credessero alla letteratura come non ci crede quasi più nessuno. Ma la letteratura sopravviverà perfino all’indifferenza per la letteratura di chi la fa, di chi la edita, di chi la recensisce e di chi la dà per morta e di chi la dà al primo venuto, come viene viene. Ho pensato, alla fine, che è sempre la vecchia storia dell’uovo oggi e della gallina domani. Per questo con i miei editori ho sempre messo le mani avanti, rispondendo seccamente a ogni minimo tentativo di editing, riduzione o semplificazione "Scusate ma devo durare almeno dieci secoli, non dieci mesi", perché altra scelta non c’era, se non quella di cambiare editore e aggiungere un altro nome alla lista di vendette da attuare da vivo o da postumo. Eppure, Carla, se gli scrittori fossero all’altezza delle loro opere, e se avessero davvero delle opere vere e scritte per restare, e se sentissero su se stessi la responsabilità formale, estetica, corporea, delle loro parole, non credi ci sarebbero meno editor, meno premi fasulli, e in più, come ai tempi di Cervantes o Flaubert, di Joyce o di Céline, di Shakespeare o di Ariosto, come ai tempi in cui la letteratura contava qualcosa, degli splendidi e semplici e onesti correttori di bozze, e anche Scrittori capaci di dire no, magari no, grazie, ma fermamente, decisamente NO?

(uscito su "il Riformista" del 28 febbraio 2007)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica in teoria il 1 marzo 2007