In cerca della Sibilla

Franco Arminio



Se ancora in Italia esiste un luogo intensamente singolare, questo luogo si chiama Campi Flegrei. Ero stato a Pozzuoli in una gita scolastica. Mi ricordavo l’odore di zolfo annusato in un gruppetto di compagni. Ero stato anche al porto di Pozzuoli per riportare a casa insieme a mio fratello delle cugine canadesi di ritorno da una vacanza ad Ischia. Di quel viaggio ricordavo alcune colonne romane piantate tra macchine e palazzi. Poi più niente fino a qualche settimana fa, quando ho visto i Campi Flegrei dal mare andando verso Procida. Forse è stato in quel momento che ho deciso di mettere nella mente una volta per tutte quel pezzo d’Italia che fa parte della mia stessa regione, ma è in altro mondo.

Eccomi in macchina, da solo. Eccomi sulla tangenziale di Napoli dopo un’ora e un quarto di autostrada. Procedo spedito come gli altri, la strada corre dentro un paesaggio di palazzi adagiati su colline vagamente coniche, sparpagliate. L’uscita per Pozzuoli arriva presto, ma evito l’impatto con la città, procedo verso Cuma. Cerco l’antro della Sibilla e non lo trovo. Non trovo neppure le stufe di Nerone, altro luogo di cui ho sentito parlare. Sto percorrendo una stradina invasa dalla macchia mediterranea che qui non è floridissima come un tempo, ma riesce comunque a diluire la macchia del cemento. Non mi dà fastidio questa incuria delle erbacce e dei rovi che restringono la carreggiata, non temo per la vernice della mia macchina, e poi siamo qui per essere scalfiti, inutile pensare di farla franca, di tornare a casa lisci, levigati.

La stradina mi confonde. Attraversa cespugli e acque come in un gioco delle tre carte: il mare lo lasci da un parte e te lo ritrovi dall’altra. Sto in un golfo, sto a Baia, ma è facile sfondare e ritrovarsi dopo un po’ di terra ancora vicino al mare. Sono a Marina di Fusaro, solo adesso ho le idee chiare, adesso che sono davanti al computer e alla cartina geografica. Adesso vedo quattro piccoli laghi, li ho sfiorati nella mia ricerca della Sibilla: al posto dell’insegna attesa, tanti nomi di ristoranti, come se un luogo sacro fosse divenuto luogo da scampagnate.

Quando sei in queste zone devi prendere importanti decisioni da un chilometro all’altro. Puoi salire verso Monte di Procida e scoprire che si tratta di un popoloso paese da cui Ischia e Procida ti sembreranno a portata di mano, puoi tagliare verso Bacoli sfiorando ancora un piccolo lago vicino al mare, oppure puntare verso Miseno e sei su un altro belvedere da cui puoi guardare terre e cielo.

Eccomi di nuovo a Baia. L’ideale è percorrere queste strade all’alba, quando il parco macchine non si è ancora messo in moto, comunque anche adesso che sono le undici del mattino in pochi minuti arrivo da un posto all’altro. E sono sempre posti visti e descritti e da grandi anime: per Orazio il golfo di Baia era il più bello del mondo. Qui avevano la villa Mario e Silla, Lucullo, Cesare, Pompeo, Cicerone e Marco Antonio. Adesso puoi vedere il parco archeologico se sei stanco di dribblare la smart e la lambretta. Al posto delle ville adesso cadono sotto gli occhi curiosi accostamenti che non vedi altrove: banche e farmacie, fruttivendoli, carrozzieri, la giostra delle insegne, le donne anziane con una busta in mano, i ragazzi col telefonino, i bar, le pompe di benzina, tutto messo in fila in uno spazio esiguo, sempre leggermente manomesso, tarlato. Questi luoghi sanno di vecchio, hanno proprio l’aria di averne vista tanta di storia e sopportano anche la grigia baldoria di questi anni senza nascondere un senso di corrosione e disincanto.

Non ho tempo per dare uno sguardo al castello di Baia e all’immensa bellezza che da lì si può vedere. Nessuna insegna mi segnala il sepolcro di Agrippina e la Piscina mirabile. Più che i segni dell’impero romano scorgo il frastuono urbanistico portato dai democristiani e non ancora attutito dall’attuale Governatore. Oggi comunque non m’importa nulla della Campania di adesso, oggi voglio vedere la Sibilla. Procedo di nuovo verso Cuma. Improvviso compare un grande arco, il passato che irrompe, interrompe l’asfalto. Forse sono sulla strada giusta. Parcheggio davanti a una bancarella di souvenirs: le cartoline archeologiche mischiate alle patatine San Carlo e ai berretti delle squadre di calcio. È la prima volta oggi che mi fermo veramente, che mi separo dalla mia macchina per prendere la macchina fotografica. Ovviamente ho con me anche il telefonino. Il parco archeologico si visita in pochi minuti. L’antro della sibilla è un corridoio trapezoidale. Se non sei con l’anima in tumulto questa bellezza ti può scivolare addosso e andare via. Oggi sono fortunato, oggi posso accogliere un’aquila su un’unghia.

Non leggo nulla, guardo, salgo sulla terrazza panoramica dell’acropoli di Cuma e il panorama c’è veramente, su un pezzo di costa fatto solo di alberi e sopra una spiaggia che non vedo si muovono cavalli al trotto. Il mare non ha un bel colore da queste e parti e neppure il cielo oggi ha la veste migliore. Anche questa è una fortuna, la meraviglia ai miei piedi è un poco attenuata e il fiato sale e scende, mi dà la forza di andare a Pozzuoli.

A conferma dell’aria di vecchio ecco strane insegne incollate al cavalcavia: Pozzuoli località di tempo libero. Sono state deposte quando il tempo non era ancora insaccato come adesso in questo budello d’incombenze in cui tritiamo i pochi attimi felici insieme alla segatura delle ore afflitte e deluse.

A Pozzuoli è un profluvio di insegne che indicano grandi attrazioni archeologiche da due stelle sulle guide. Non scorgo il Macellum con le sue colonne da due stelle e neppure il grande anfiteatro, il terzo per dimensioni dopo il Colosseo e l’anfiteatro di Capua. Non m’infilo neppure nella Solfatara, per la malavoglia di allegarmi a un drappello di turisti. Percorro una stradina in salita cercando aria e mi ritrovo a guardare il cratere che mostra nel palmo della sua mano tutte le specialità di un vulcano convalescente: mofete, fumarole, vulcanetti di fango. Continuando a salire, la strada finisce con un ristorante e io invece sto cercando un poco di verde. Lo trovo più avanti seguendo l’indicazione di un’oasi. Pini e altri alberi stanno su una collina di cenere fiorita. Il luogo è vagamente sinistro col cielo che c’è oggi e pare incredibile che a un centinaio di metri ci siano le case coi televisori accesi: dai miti ai mitomani. Riprendo la strada per un’altra altura e mi ritrovo sempre nel solito accoppiamento dell’insolito che qui è tanto frequente. Da un parte ancora la solfatara e poi il mare con le isole. Ti giri e ti compiaci di non vedere villette e complessi turistici, ma umili palazzine popolari: Dio e il geometra, ti viene da pensare.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 21 febbraio 2007