La letteratura non esiste

Carla Benedetti



Mario Maccherini : Secondo Valéry una pagina di letteratura è una pagina di letteratura. Secondo te questa è una buona regola per valutare un testo? Insomma i critici dovrebbero capire a occhio nudo ciò che vale pena o no di considerare letteratura.

Carla Benedetti : Sì, però io non ne farei una questione di cosa è o non è letteratura, piuttosto di cosa è vivo e di cosa è morto nella scrittura e nel pensiero... Altrimenti sembra solo una piccola battaglia categoriale, quando invece sono in gioco cose più grosse, di vitale importanza, forse addirittura il futuro della specie umana sul pianeta. La letteratura è una classe astratta, e come tale non riesco ad associarvi nulla di esaltante. Posso esaltarmi per dei singoli libri, per singoli autori, per voci individuali che mi arrivano attraverso quella particolare forma, escogitata per trasmettere quella certa cosa, quella singolare esperienza e da esse inseparabile. La lettura del resto è fatta così. Si incontra un’individualità e con essa si dialoga. Non si incontra mai la Letteratura.

La letteratura come classe, per quanto mi riguarda, potrebbe anche non esistere. Del resto si tratta di una categoria moderna. Gli antichi non possedevano questa nozione. Per quanto a noi oggi ci sembri così ovvia e consistente, tanto da non poterne fare a meno, gli antichi ne facevano a meno. I greci sapevano cosa era una tragedia, un poema... sapevano insomma riconoscere dei generi. Ma l’idea che potesse esserci un insieme astratto dentro a cui idealmente prendevano posto tutti i possibili usi della parola dotati, come si direbbe oggi, di una funzione estetica, era a loro del tutto estranea. È stato solo a un certo punto della storia dell’Occidente che si è incominciato ad aver bisogno di indicare con un solo nome tutto quell’insieme di fatti verbali, per distinguerli da altri. La letteratura è quindi solo un modo di raggruppare, di dominare concettualmente, e quindi secondo me anche di rendere meno inquietante, quella stranissima cosa per cui gli uomini affidano a una configurazione di parole (prima solo orali, poi scritte) qualcosa che è destinato ad attraversare lo spazio e il tempo e ad agire su altre menti. La letteratura, come ha scritto Antonio Moresco, è un concetto insiemistico.

Anni fa scrissi un breve saggio intitolato "Sull’identità di genere di una letteratura senza generi". La tesi era che man mano che la letteratura moderna si emancipa dai generi, tanto più essa diventa un genere: il genere letteratura. Ed è anche per questo che la parola "letteratura" non mi esalta. Bisognerebbe cancellare questo nome, che non riesce più a farci percepire quella cosa strana e stupefacente che essa è. Dovremmo piuttosto chiamarla, con parole che riprendo da Moresco, trasmissione psicofisica di sogni e di ferite, comunione chimica di pensieri attraverso lo spazio e il tempo. E io credo che oggi questa zona di intensità della parola e dell’espressione del singolo, sia sotto attacco.

Perciò, come avrai capito,non credo nemmeno che l’opposizione tra letteratura alta e letteratura "di genere" voglia più dire niente oggi. Del resto anche questa battaglia categoriale è tutta inscritta nella logica moderna. L’Orlando furioso non era né Letteratura né letteratura di genere per i contemporanei. Era semplicemente un poema epico-cavalleresco, cioè era felicemente "di genere" senza che ciò comportasse alcuna svalutazione. È la modernità che si è inventata il "dentro"e il "fuori" della letteratura, relegando alcuni generi nella periferia, da cui poi la post-modernità li ha recuperati e rivalutati. Ma non è questa la distinzione pertinente oggi. Il fronte è un altro. È quello che separa la parola viva dalla morta, l’organico dalla macchina, l’attivo dall’inerte. E di scritture morte, normalizzate, rese "regolari"e inerti le puoi trovare dappertutto, nella cosiddetta letteratura alta come in quella di genere. E viceversa.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica a voce il 16 febbraio 2007