Il turista nudo

Silvio Bernelli



La vita vera? Bisogna cercarla nell’Altrove. Un luogo dell’anima, prima ancora che geografico e culturale. Un luogo che è l’opposto dell’Ovunque in cui viviamo. Che è la realtà globalizzata di ogni Paese in ogni continente: i grandi marchi delle multinazionali, le merci firmate nei centri commerciali, la televisione sempre accesa a Roma come a Kuala Lumpur, ma anche nelle più remote province dell’Ecuador e della Cambogia. Il mondo di oggi, insomma: connesso e massificato dal business e dal turismo. In un mondo così, dov’è l’Altrove? C’è ancora un luogo abitato da popolazioni primitive con uno stile di vita radicalmente diverso dal nostro? A questa domanda, Lawrence Osborne, autore del libro Il turista nudo, pubblicato da poco dall’Adelphi, risponde di sì. E all’Altrove dà anche un nome: Papua. Ed ecco quindi che Osborne, un giornalista newyorkese specializzato in libri di viaggio – un tizio con cui sembrerebbe divertente uscire la sera per una scorribanda nei locali – parte alla volta dell’isola asiatica. Qui, in una zona remota della giungla, abita una tribù di guerrieri appartatissimi e assai pericolosi.

Tappe intermedie del viaggio, le stramondializzate Dubai (scintillanti centri commerciali, eserciti di puttane cinesi e russe, un posto in cui l’idea stessa di vuoto mentale diventa paesaggio urbano) e Bangkok. Alla Thailandia, che l’autore dimostra di conoscere assai bene, sono dedicate alcune delle pagine più riuscite del libro. La spiegazione del mix tolleranza+divertimento tipico del Paese, che diventa esso stesso un prodotto con un suo preciso posizionamento nel marketing turistico mondiale, lascia il segno.

Interessante anche la puntata nelle isole Andamane nell’Oceano Indiano, venute tristemente alla ribalta delle cronache in occasione dello Tsunami di Santo Stefano 2004. Qui, in un luogo fuori da ogni rotta turistica, l’Altrove comincia a palesarsi nei membri di una tribù appena lambita dalla civilizzazione, controllata a vista dai soldati dell’esercito indiano. Ma sarà solo nel bel mezzo della giungla di Papua, in compagnia di un tour operator estremo, una coppia di scienziati tedeschi e un finlandese sciroccato, che Osborne troverà finalmente l’Altrove: il paese dei selvaggi Kombai. Gente che si lega i capelli con le code di topo. Gente che non ha mai sentito nominare l’Indonesia - il Paese di cui farebbe parte – né la cittadina più vicina, distante qualche centinaio di chilometri. Gente che vive un’era primordiale, libera da ogni condizionamento. Ed è proprio grazie ai Kombai che l’autore, nudo al termine di un rito che ha il sapore dell’età della pietra, riesce a rimettersi in contatto con un sé ancestrale. Qualcuno che abbiamo ancora dentro di noi. Qualcuno che l’Ovunque, il nostro mondo di oggi, incredibilmente non è riuscito a distruggere.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica libri il 12 febbraio 2007