Qualità quantità. Perché scrivi?

Antonio Moresco



Capita spesso che a uno scrittore venga rivolta questa domanda, in questi anni. Comincerò a rispondere col criticare la domanda stessa e ponendo un’altra domanda. "Perché in questa epoca –pressoché unica fra le attività umane- la cosiddetta scrittura si dovrebbe autogiustificare? Come se non potesse che perpetuarsi autogiustificandosi, come se dovesse addirittura collocare ormai il proprio senso e il proprio status dentro la dimensione e lo scacco dell’autogiustificazione.

In genere non si fa una domanda analoga a un giornalista, a un editore, a un attore, per non parlare di un muratore, di un venditore di caldarroste, di una pornostar ecc… Perché costruisci case? Perché dirigi un’orchestra? Perché scrivi articoli su un giornale? Perché scopi a pagamento di fronte a una telecamera? Se tu glielo chiedessi, le variegate risposte sarebbero: "Che domande! Perché le persone hanno bisogno di un posto dove abitare, perché questa è la cosa che io so fare e che mi permette di vivere, per informare, perché è un modo come un altro per fare quattrini e avere la mia piccola celebrità, per mettermi in frac e ricevere alla fine del concerto gli applausi dal pubblico, per fare carriera, oppure -anche- per un bisogno di esprimermi, di invadere, di allagare, per incontrare l’anima di altri esseri della mia specie, ecc… Oppure: perché ardo, perché trabocco, perché sto tracimando, perché sono infelice, perché sono felice, perché sono incontentabile, perché il mio piccolo movimento è dentro il movimento più grande del cosmo. Oppure, semplicemente, per un bisogno di riscatto, per una pulsione delle mie strutture chimiche e cellulari, del mio codice genetico. Oppure ancora -se lo chiedete, per esempio, a un cantante rock- per farmi conoscere, per fare un sacco di quattrini, diventare famoso, perché mi piace, per finire sui rotocalchi, per andare a San Remo, per scoparmi le ragazzine che vengono a trovarmi semisvenute nel camerino dopo i concerti. Ecc, ecc…

Ognuna di queste risposte -a seconda dei parametri di giudizio- verrebbe considerata legittima ed esauriente.

Perché invece dallo scrittore si pretende una giustificazione che coinvolge la natura stessa del suo operare? Perché lo scrittore viene posto, in questa epoca, nella condizione di doversi giustificare costruendosi una piccola ideologia di supporto? Perché sono state elaborate delle teorie e delle ideologie e dei luoghi comuni per spingere altre persone (in questo caso gli scrittori) a doversi porre nella condizione di chi si deve giustificare e che quindi deve vivere la propria condizione come qualcosa che assomiglia a una colpa?

"Allo scrittore" -ho detto finora, in modo generico- ma più esattamente avrei dovuto dire "a un certo tipo di scrittore", perché a quelli che esauriscono la propria funzione nella dimensione puramente commerciale e dell’intrattenimento questa domanda non viene posta, potendo essi esibire le uniche motivazioni credibili e inappellabili di questa epoca: la quantità, i grandi numeri, le sinergie economiche e mediatiche, i quattrini, il successo ecc… A nessuno, ad esempio, verrebbe in mente di chiedere a Dan Brown perché scrive.

Mi rendo conto dell’oscuro aspetto positivo che c’è dietro tutto questo. Del senso e delle attese di cui, ancora oggi, nonostante tutto, magari inconsciamente, è caricata la letteratura, e del bisogno sì di relativizzare e distruggere ma anche, nello stesso tempo, di sfidare, di pretendere, di avere aspettative, conferme. Ma perché -ripeto- non si chiede a nessuno: "Perché respiri? Perché vai al gabinetto? Perché scopi?"

Lo si chiede allo scrittore, o meglio a un certo tipo di scrittore, perché la cosiddetta letteratura è fatta solo di parole? Ma è fatta di parole anche questa stessa domanda che si pone allo scrittore. Una domanda che si ritaglia -proprio per come è formulata- una posizione e un ruolo tali da richiedere giustificazione a ciò che sta fuori di essa e da contenere, implicitamente, giudizio. Perché nel momento in cui questa domanda esige da un certo tipo di scrittore una giustificazione alla sua pretesa di non muoversi solo all’interno di una pratica puramente autoreferenziale, tecnica e funzionale, si pone contemporaneamente e per ciò stesso in una zona in qualche modo esterna rispetto a questo presunto destino per il fatto stesso di chiederne conto a qualcun altro.

Allora anche la risposta, pur se espressa con lo stesso povero materiale delle parole, non può muoversi dentro lo stesso spazio concettuale in cui si muove la domanda, perché il suo campo e la sua origine e la sua irradiazione non sono o possono non essere solo dentro lo stesso campo dove si muovono la domanda e il giudizio. Mentre, stando a questo gioco truccato, ogni risposta inchioderebbe il rispondente a un meccanismo ideologico e retorico di autogiustificazione. Allora preferisco (non mi resta che) rifiutare questa domanda. Oppure rispondere: non lo so. Come non so perché respiro, se la domanda -espressa all’interno del movimento stesso della respirazione- carica l’attività tecnica della respirazione di altri significati infinitamente più vasti e che stanno a monte e di cui la respirazione è solo la piccola, ultima e boccheggiante manifestazione.

Un altro limite di questo tipo di domanda è il suo carattere quantitativo e insiemistico. Come se la "scrittura" fosse un insieme in cui ogni cosa non possa che essere uguale a qualsiasi altra e mossa dalle stesse motivazioni e dalle stesse spinte. Invece le spinte possono essere anche molto diverse, come si può viaggiare o fare qualsiasi altra cosa per motivazioni del tutto diverse. Inoltre anche le configurazioni cui le stesse spinte danno vita possono essere molto diverse. E allora, al massimo, si può chiedere a uno scrittore: "Perché hai scritto questa cazzata?" (perché so bene che ci sono anche scrittori che sviliscono se stessi e il mondo usando in modo meccanico e inerte il dono della lingua, e anche che ci sono enormi macchine di produzione verbale che lavorano dentro questo orizzonte di semplificazione e cancellazione -ma proprio a questi, come ho già detto, non si pone questa domanda.)

Allora torno ostinatamente a chiedere: perché questo tipo di pretesa, che implica giustificazione e giudizio, emerge solo o soprattutto nei confronti di alcune persone che si esprimono attraverso la configurazione della macchina primordiale della respirazione e del verso o del grido respiratorio e fonetico e grafico configurato?

Tutta la cosiddetta modernità porta con sé questa solitudine, questo carico e questa implosione. Ci sono intere correnti di pensiero saggistico separato che si sono specializzate in questo lavorio di logoramento e di inglobamento e sostituzione. E molto spesso gli scrittori stessi hanno accettato e introiettato dentro di sé questa solitudine, questo carico e questa implosione e giustificato la propria esistenza costruendo attorno a sé (soprattutto nel Novecento) un’ ideologia giustificativa e autodistruttiva. Come nelle malattie autoimmuni, dove un aggregato di cellule non riconosce più i propri stessi tessuti e li aggredisce come corpi estranei e li divora, come nelle grandi contrazioni autodivoranti del cosmo, così anche all’interno del piccolo universo delle parole scritte nascono aggregati ideologici cellulari che tendono a divorare il comune tessuto da cui esse stesse sono emerse e si sono configurate, esprimendo così, forse, un bisogno di autodistruzione e livellamento che è anch’esso una necessità oscura e profonda per la quale non abbiamo a portata di mano una facile spiegazione e che fa forse un tutt’uno con l’azione di autodistruzione che sta attraversando in ogni campo la nostra specie.

Una volta, ragionando di queste cose con Carla Benedetti, ho chiesto anche a lei il perché di questa richiesta di legittimazione e giustificazione, dall’inizio della modernità, una volta cadute le grandi strutture di legittimazione su cui si fondava prima la letteratura, di volta in volta religiose, filosofiche, politiche ecc. Perché sono sorte tutte queste ideologie soprattutto attorno all’attività della scrittura? Attorno a questa "attività paradossale" e senza scopo di cui parlava già Kant ragionando sulle arti. La cui caratteristica è o sarebbe proprio quella di essere senza scopo, affermazione che -come ho già detto- non viene estesa invece a mille altre attività umane. Perché tutto questo lavorio tendente alla semplificazione e alla separazione nei confronti delle attività di pensiero, delle scienze e delle arti, che hanno finito per consegnare le prime al solo orizzonte tecnologico separato e asservito alle grandi macchine di dominio terrestre e le seconde all’universo specialistico e altrettanto separato e funzionale delle macchine culturali e mediatiche dell’intrattenimento analgesico e dell’allevamento della specie.

Gli scrittori hanno dato nel corso del tempo molte risposte diverse a questa domanda: perché scrivi? Flaubert confessa ad un certo punto -in una lettera a Louise Colet, mi pare- la sua illusione infantile di poter commuovere le stelle suonando il suo povero tamburo di latta. Le stelle, nientemeno!

Una volta hanno chiesto a Fassbinder perché faceva tutti quei film. E lui ha risposto pressappoco così: "Per non essere solo quando creperò, per avere qualcuno al mio fianco in quel momento, come Kleist".

E’ una risposta come un’altra e un’illusione come un’altra, ma merita comunque rispetto.

(Brano liberamente ripreso da un articolo apparso su Fernandel)








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 6 febbraio 2006