Everyman

Graziano Dell’Anna



A un primo, superficiale approccio Everyman, l’ultimo romanzo di Philip Roth – un’amara e insieme serena riflessione sulla morte –, può sembrare una storia intimistica e confessionale ben distante dalle altezze politiche e sociali a cui l’autore di Ho sposato un comunista, Operazione Shylock, Pastorale americana e Il complotto contro l’America ci ha abituati negli ultimi anni. Ed è facile la tentazione di leggere il libro esclusivamente in chiave autobiografica, e cioè come il romanzo-testamento di un autore che, sulla soglia degli ottant’anni, si tira fuori dal mondo per dare forma letteraria alle riflessioni e ai fantasmi della propria fine imminente. Ma siamo proprio sicuri che Everyman non sia anche, e anzi soprattutto, un libro politico? Ed esiste davvero tema o romanzo che non lo sia? Nell’atmosfera dei nostri giorni appestata dai continui richiami a supposte guerre di religione, da battagliette pseudoideologiche su veli e crocifissi e da un esercito di kamikaze pronti a uccidere e morire in nome di un nome, Everyman è una boccata d’aria fresca e insieme un libro politico, probabilmente il più scandalosamente politico, di Philip Roth.

Il romanzo si apre su un immagine di disfacimento – un cimitero in rovina, che è come dire lo sfacelo dello sfacelo, una morte al quadrato – e su un’immagine di disfacimento – il becchino che scava una fossa – si chiude. In mezzo scorre il dolore, cioè l’esplorazione rothiana del dolore. Dagli acciacchi della vecchiaia ai bilanci esistenziali, dalle alterazioni del carattere a quelle dei rapporti con gli altri. Messo faccia a faccia col pensiero della fine da una vecchiaia sempre più scandita da malanni e operazioni, l’Everyman di Roth vorrebbe recuperare il proprio passato, appianare le divergenze che durante la vita lo hanno allontanato da parenti e amici – i figli di primo letto, le ex mogli, l’amato e venerato fratello –, e insieme allungare le mani sul futuro lasciando attraverso l’arte un’immagine duratura di sé. E tuttavia, ogni volta che si guarda alle spalle, il protagonista scorge il deserto in cui ha trasformato la propria vita ed è afferrato dalla nausea. Solo lentamente, passo dopo passo, scoprirà un nuovo, inedito punto di vista da cui osservare la morte.

Suo padre, il gioielliere che vendeva diamanti ricordando sempre a se stesso e agli altri: “oltre la bellezza e il prestigio e il valore, il diamante è indistruttibile”, è morto col suo corpo di carne e tendini. Anche il padre di suo padre, che aveva fondato il cimitero, in quel cimitero ora è sepolto, proprietario di ciò che lo possiede. E allo stesso modo il marito di Millicent, potente e borioso in vita, è stato messo kappaò dalla malattia, e né la sua potenza né la sua boria lo hanno esentato dal morire. È per questo che quando Everyman intuisce che la morte è il gran colpo di spugna che cancella tutto, anche il dolore – come gli ha insegnato il suicidio di Millicent –, in quell’istante stesso la paura diventa per lui liberazione. Il conforto non viene più dal futuro, che è “l’attesa del nulla”, né dal passato, inviolabile nel suo essere accaduto una volta per sempre. Il conforto dalla morte viene dalla morte stessa. Dall’evidenza che la morte è la morte e basta, nient’altro. Dietro il suo tornante non c’è eternità, né anima, né memoria, né premi o castighi. Dopo la morte non c’è nulla, e quindi perché preoccuparsi di come si è vissuto, se ogni cosa verrà resettata dal Gran Calcolatore?

Alla fine, dunque, la consolazione che i ricordi di una vita e le persone e le buone azioni non riescono a dare, la dà il cimitero, la vista delle tombe dei genitori, il pensiero che “erano ossa e basta, ossa dentro a una bara”, e l’immagine per niente ideale o spirituale, ma al contrario concretissima e materialistica del becchino che scava con estrema cura una fossa. Quando l’Everyman di Roth allunga due banconote da cinquanta al necroforo dal quale sarà inumato, sicuro di avere un’accurata sepoltura, diventa improvvisamente sereno, finalmente pronto ad accettare la fine. Perché fare una bella morte – lo ha appena scoperto – non significa morire eroicamente, o morire dopo aver condotto una vita piena ed esaltante. In questo romanzo che è la preghiera laica di Roth, nella sua visione profondamente materialistica per cui l’uomo non è altro che il suo corpo, esiste un solo modo di morire bene. Essere seppelliti bene.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 8 febbraio 2007