Invenzione e clonazione

Carla Benedetti



Mario Maccherini : Spiegami meglio. Cosa c’entra la clonazione?

Carla Benedetti : La clonazione non riguarda solo le cellule e gli organismi, ma anche le idee e le forme. La clonazione è la riproduzione senza fecondazione, cioè senza l’incontro con l’altro, e senza l’azzardo e il rischio di un nuovo inizio. Senza l’invenzione che è insita in ogni nascita. E anche nei fatti della cultura trovi oggi come una pretesa di cancellare l’alterità, decretando l’impossibilità di fecondazioni e di nuovi inizi. Ci sono oggi forze che agiscono in questa direzione, con effetti ovviamente repressivi nei confronti della vita e del pensiero.

Hannah Arendt diceva: "Gli uomini non nascono per morire ma per incominciare. Per incominciare di nuovo. Il succedersi delle generazioni è una serie di nuovi inizi". Ma molte cose nella nostra epoca sembrano invece reprimere la possibilità di nuovi inizi. Sul piano della vita la nostra società sta esercitando una violenza incredibile sulle generazioni future. Sta alterando l’equilibrio ambientale, forse già oltre il punto di non ritorno. Chi nascerà tra cinquant’anni farà fatica a trovare acqua, perché i loro predecessori avranno inquinato nel profondo le falde acquifere, avranno provocato alterazioni climatiche tali da rendere deserte intere zone della terra, mentre altre saranno sommerse dai mari. Tutto ciò che potrebbe ancora essere fatto e non viene fatto per correggere questo andamento equivale a schiacciare la testa di milioni di neonati futuri. L’attuale modello di sviluppo non solo esercita un potere sulla vita dei contemporanei, attraverso quelli che vengono chiamati di solito i bio-poteri, ma anche sulla vita che verrà. E questa forma di violenza sul futuro non si era mai data prima, in nessun’altra epoca storica.

Ma anche sul piano del pensiero e della creazione artistica sta succedendo qualcosa di analogo. Anche qui si è formato qualcosa che reprime la nascita e impedisce nuovi inizi. Certamente è sempre successo che ciò che esiste faccia resistenza a ciò che ancora non esiste. Che ciò che si è attestato tenda a riprodursi. Che il nuovo incontri sempre delle controspinte da parte dell’esistente. E che il vecchio abbia paura del giovane - tanto che a volte se lo mangia, come Crono con i figli. Ma oggi, in questo nostro contesto storico è successo qualcosa di più. Negli ultimi decenni del secolo scorso si è formato tutto un corredo di ideologie, credenze e diagnosi epocali che giustificano questa repressione della nascita. Pensa all’idea della fine del nuovo, che è stato quasi il motto del postmoderno, e che per molto tempo ha dominato la scena della cultura occidentale. Anche questo è stato un modo per decretare che nessuno d’ora in avanti avrebbe più potuto nascere, che niente più sarebbe ricominciato.

Certamente, sappiamo tutti che c’era anche una ragione di questo motto paradossale. C’era in questa idea della fine del nuovo una critica nei confronti della logica artistica moderna, il cui propellente era appunto la coazione al nuovo, attuato attraverso dei "superamenti"(più o meno la logica delle avanguardie). A un certo punto questa logica era arrivata in un vicolo cieco. È apparsa senza senso. E ci voleva un paradosso per rilanciare l’arte oltre le impasse create dalla modernità.

Ma cosa può mai significare "fine del nuovo" quando l’enunciato si generalizza al di là del valore critico che aveva per i postmodernisti? Quando addirittura si pretende di trasformarlo nel carattere impietrito di un’epoca storica? Significa appunto decretare che non può esserci più niente di diverso da ciò che già si dà,e che già conosciamo. Significa che non ci potranno più essere nuovi inizi. Lo stesso si può dire di altre idee formatesi negli ultimi decenni: fine della storia,morte del futuro,morte dell’autore, fine dell’esperienza. Gli ultimi trent’anni del Novecento sono stati tutto un ratificare fini e morti. C’è stato un interminabile lavoro del lutto da parte di un’intera cultura che si autocondannava a una condizione terminale. Niente più creazione e invenzione! D’ora in avanti si potrà solo avere un rapporto ironico con l’arte della parola, e con la sua grandezza ormai tutta passata. Tutto questo ci ha lasciato in retaggio un’ideologia terminale, di chiusura del futuro. Quella in cui oggi prosperano le macchine. Tutto questo è stato preparato da quella mostruosa miscela di ideologie che si è formata negli ultimi decenni, e che è stata tutta un inno alla clonazione, e che si è saldata in modo incredibile con la macchina pubblicitaria e con i biopoteri. Una vita senza alterità, senza fecondazione, senza nuovi inizi. È questa la clonazione.

Io non sono certo tra coloro che rimpiangono il nuovo modernista, il nuovo a tutti i costi. Anzi, nei miei libri, ho più volte criticato la logica artistica moderna incentrata sul valore differenziale, tipico delle poetiche, e in particolare di quelle d’avanguardia. E ho anche suggerito che dentro a questa logica bloccata, da cui nemmeno il post-moderno è mai uscito, non potrà rinascere niente. Ma se ci pensi bene le avanguardie, sia pure in quella loro logica perversa, ammettevano un’alterità. Si rappresentavano come il fronte d’onda della storia destinato a essere a sua volta sorpassato da avanguardie future. I futuristi, in un loro manifesto, arrivavano persino a immaginarsi i loro spodestatori futuri: "Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. - Noi lo desideriamo!". Certo ci sarebbe molto da dire sul misero schema storicista che sorregge questa idea di "morte modernista" inflitta dalla mano di future avanguardie, di futuri uccisori di padri. Ma oggi, in un’epoca che è stata dichiarata di "post-avanguardia", non esiste più nemmeno quel misero schema mentale per rappresentarsi l’alterità. Nessuno pensa più che una nuova generazione di menti possa venire a smentire o contrastare le idee e le posizioni che si sono attestate. E anzi i padri, che a un certo punto si sono trovati in posizione di preminenza, sono diventati "padristi" - per usare una felice espressione di Tiziano Scarpa. Hanno finito per assumere il ruolo del re del bosco nella storia raccontata da Frazer nel Ramo d’oro. Persone, menti, che hanno impiegato tutte le loro energie a controllare che nessuno arrivasse a spodestarle.

In parte questo è venuto anche dagli ex esponenti del Gruppo ’63. Una generazione di scrittori ha cominciato a teorizzare che d’ora in avanti non ci sarebbe stato più niente: "Après moi le déluge!". Certo, hanno preso a battesimo alcuni scrittori più giovani, ma erano appunto quelli che riconfermavano manieristicamente i loro assunti. Ma non solo la neoavanguardia ha predicato questa posizione di chiusura. Molti "critici" hanno fatto e stanno ancora facendo questo. Sono diventati guardiani dell’esistente. Hanno cercato di annientare le generazioni successive, dicendo che tutto ormai era morto. Che non c’era più nessuno. Che nessun grande scrittore sarebbe più nato. Nessuno.

A me tutto questo grande canto terminale ha sempre fatto anche un po’ ridere. Mi fa pensare a un turista che arriva a Sarayevo dopo la guerra. In mezzo alle macerie c’è un bar dove anni prima si incontravano artisti, scrittori, intellettuali. Ora non c’è ovviamente nessuno. E il turista che si meraviglia e dice: "Oh, non ci sono più artisti a Sarayevo, non ci sono più scrittori, non c’è più nessuno". Beh, c’è stata la guerra, non sai? Ma forse è ancora peggio di così, perché il turista viene da fuori e può anche non sapere. Mentre loro erano lì, e vedevano quel che stava succedendo. Hanno visto i bombardamenti, i coprifuoco. E invece ragionano come se non ci fosse stata alcuna guerra. E scambiano la chiusura di certi canali di navigazione con l’assenza di barche. Si lamentano perché oggi non ci sono più grandi figure come Pasolini. Ma dovrebbero sapere che oggi nemmeno un Pasolini riuscirebbe probabilmente ad avere la prima pagina del «Corriere». Oggi viene data ad Alberoni.

Maccherini: Pensi che ci sia un rapporto tra critica e creazione?

Benedetti: Forse, ma non nel senso svilito secondo cui è il critico a creare l’opera - magari assieme al lettore o al fruitore. Negli anni 90 questa idea è stata molto condivisa. Ci si sono beati per anni mediatori, creatori di eventi, promotori, curatori, assessori alla cultura! Diciamo la verità,quando è il critico a creare vuol dire che l’artista non ha creato nulla,e ciò che il critico ha "creato"è solo valore aggiunto: comunicativo,pubblicitario o di mercato. E anche questo lo puoi leggere come un’altra ideologia per legittimare uno spossessamento: la "creatività"d’ora in avanti spetterà ai pubblicitari, ai designer e ai "critici", non più all’artista. E non direi nemmeno che la critica è creativa nel senso che è come un genere letterario (un’apparente nobilitazione che in realtà è un immiserimento).

Semmai è creativa nella misura in cui distrugge. Rompendo i cliché, le ideologie, le finzioni mentali che impediscono di interrogare di nuovo il mondo e la storia, essa può rimettere in moto l’euresi. Nietzsche diceva: "Più di tutti sono odiati i creatori: essi infatti sono i distruttori più radicali". La critica si dirige sempre contro ciò che nel presente pretende di fissarsi come destino, come condizione inevitabile e immutabile. È un mostrare che si danno anche altre possibilità, e che, appunto, siamo più liberi di quanto pensiamo. È un riaprire i giochi, una pulsione all’apertura. C’è infatti un rapporto ancora più stretto tra critica e libertà: fa critica chiunque non si accontenti di ciò che viene presentato come evidente o necessario.

Gadda parlava di "euresi", che per lui è una pulsione verso l’n+1, dove l’n è il noto, l’esistente, e il +1 è ciò che ancora non si dà. Senza questa spinta nessun Colombo sarebbe mai partito per le Indie. Per farlo egli ha dovuto in qualche modo assumere una posizione "critica"nei confronti delle teorie che sostenevano che la terra è piatta. Le ha dovute sfidare,dando loro la prova che si sbagliavano. La critica in questo senso la fanno tutti: i filosofi, i pensatori politici, gli artisti. La fanno i viaggiatori, gli scienziati. La fa persino quello sgorbio di natura che i darwinisti chiamano "hopeful monster", mostro speranzoso. Un individuo che improvvisamente devia dai caratteri ereditari, e che tuttavia è speranzoso, nel senso che, se gli va bene, muterà la specie.

(Mario Maccherini, Carla Benedetti, Coniglio, 2007, pp. 25-30)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica a voce il 1 febbraio 2007