Un libro scritto in 115

Sergio Nelli



In territorio nemico è un libro di cui si è parlato molto perché scritto a più mani (le tante mani di 115 teste) e quindi soprattutto a causa di questo esperimento portato avanti con caparbietà, negli anni, dal gruppo Sic (Scrittura industriale collettiva) di cui sono fondatori e animatori Gregorio Magini e Vanni Santoni. Quello che mi ha più colpito leggendo questo testo godibile e avvincente è la scelta del tema: gli anni della resistenza vissuti attraverso le vite di tre protagonisti tutti e tre violentemente spostati e mobilitati dagli eventi di guerra. Se centoquindici persone si accordano nel trattare questo argomento al di là delle loro esperienze di scrittura e delle loro sensibilità, e con il notevolissimo ventaglio di possibilità che avrebbero avuto davanti, si vede che il tema è di quelli che stanno nel cuore, un nucleo fondativo del nostro modo d’essere italiani al quale un romanzo collettivo è andato forse incontro spontaneamente ma in maniera più che determinata. In effetti, le pagine del libro ci restituiscono un vagare per l’Italia devastata ma anche pronta a un nuovo inizio che tutti i nati nel dopoguerra vorrebbero forse aver condotto di persona e senza colpo ferire. Seguendo il disertore Matteo nella sua risalita dal sud verso il nord dopo l’armistizio di Badoglio, le vicende della sorella Adele che diventa una partigiana e quelle del marito di lei, Aldo - un ingegnere in fuga dalla guerra, vengono in mente scene di film memorabili del neorealismo italiano così come le pagine di Fenoglio, di Pavese, di Cassola, di Malaparte, di Calvino. Che sia un passo significativo, anche artisticamente parlando, di una generazione di nati prevalentemente negli anni Ottanta verso una nuova attenzione a quel periodo, oltre a un prezioso lavoro di storia orale e non, e di ricongiungimento ideale con l’epos della resistenza e con storie familiari di padri e di nonni, mi sembrano cose evidenti. Fare ciò, in un momento di spaesamento, di solitudine, di mancanza di prospettive, rende questo passo ancora più importante. Il libro è invitante e il metodo di scrittura industriale collettiva sembra andare a tutto vapore. Qua e là appaiono nel dettato e nella costruzione narrativa tracce seriali che ne rivelano il lato costruttivistico. Se ogni persona attinge d’altronde alla lingua in modo singolare, centoquindici individui devono trovare un terreno comune forzatamente piegato a priorità comunicative sia nella dimensione morfosintattica sia in quella lessicale. Non è dunque una lingua originale quello che si può chiedere a un’impresa come questa ed è più urgente e doveroso esercitarsi in questo ambito critico rivolgendosi ai tanti casi di narrativa clonata che campeggia nelle classifiche delle vendite con un nome solo d’autore in copertina. Personalmente sono molto contento che il libro dei 115 capitanati da Magini e Santoni venda e venda tanto (è arrivato dopo un paio di mesi alla seconda edizione). L’offerta è onesta.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 4 giugno 2013