Qualità quantità. Tragedia senza coro

Carla Benedetti



Come nelle antiche tragedie, fatti di sangue, misfatti e ingiustizie vanno in scena ogni giorno nei telegiornali. Però qui non c’è nessun coro tragico a compiangerli! Non c’è possibilità di fermarsi su ognuno, riviverlo, elaborarlo, piangerlo collettivamente. Quei fatti terribili sfilano uno dietro l’altro in un rapido montaggio. E quando sono passati, inizia la pubblicità.
Ogni giorno, da anni, immagini della tragedia dell’Irak. Ogni giorno, da anni, immagini della tragedia palestinese. E poi, alternate, violenze sui bambini, follie omicide di padri, di madri. E tutto questo senza che nessuna forma di cordoglio le accompagni.
Ricordo un telegiornale di circa un anno fa. Intervistarono la madre di una bambina seviziata e poi uccisa dal datore di lavoro del marito. Si è visto anche il marito, accasciato sulla poltrona. Si sono sentite urla e strepiti. Poi hanno dato la notizia di sparizioni di bambini in Nigeria, uccisi e svuotati per il commercio di organi. Poi un video registrato a New Orleans subito dopo il nubifragio: si vedevano quattro poliziotti picchiare a sangue un vecchio ubriaco, mentre un altro poliziotto colpiva il cameraman, e un altro ancora, a cavallo, cercava di coprire la scena all’occhio dell’altra telecamera. Come si fa a ricevere tutta questa quantità di orrori e ingiustizie senza potersi soffermare su ognuno e compiangerlo? Senza che si alzi un coro a accompagnarne lo strazio! Senza nessuna forma di elaborazione emotiva!

Il problema non è la crudezza delle immagini mostrate (contro cui ogni tanto si levano le proteste di associazioni di utenti e di mamme), ma la quantità dei fatti terribili di cui veniamo a conoscenza senza poterli compatire. L’antica tragedia ci mostra che siamo in grado di avvicinare le peggiori atrocità, purché si dia la possibilità di elaborarle e di piangerne. La "catarsi" indicava appunto questo processo, da intendersi come attraversamento non solo cognitivo, o intellettuale, ma anche sentimentale, e persino fisiologico: una purificazione che si compie anche attraverso le lacrime che fuoriescono dal corpo. Ma davanti ai telegiornali noi non possiamo più piangere di niente. Il numero di atrocità, efferatezze, lacerazioni di cui abbiamo notizia ogni giorno supera di gran lunga la nostra capacità di provare lutto o pietà.

Scrive Gunther Anders nel primo volume di L’uomo è antiquato (Bollati Boringhieri), che gli uomini di oggi si aggirano tra i propri congegni come sconvolti animali preistorici. I congegni si sono trasformati con grande velocità, ma il nostro corpo e la nostra anima, che sono pressoché gli stessi di milioni di anni fa, non ce la fanno a star loro dietro:
"Non c’è nulla che sia altrettanto caratteristico di noi, uomini di oggi, quanto l’incapacità della nostra anima di rimanere up-to-date-, al corrente con la nostra produzione, dunque di muoverci anche noi con quella velocità di trasformazione che imprimiamo ai nostri prodotti, e di raggiungere i nostri congegni che sono scattati avanti nel futuro (chiamato "presente") e che ci sono sfuggiti di mano"
Anders chiama dislivello prometeico questa asincronia, ogni giorno crescente, tra l’uomo e suoi prodotti. E ne illustra varie forme. Tra queste c’è anche il dislivello tra l’agire e il sentire. Noi possiamo costruire una bomba potentissima, possiamo anche usarla e con essa distruggere centinaia di migliaia di uomini. Quello che però non possiamo fare è compiangerli. La quantità mostruosa di morti oggi resa possibile dalla tecnologia supera di gran lunga la nostra capacità (preistorica) di provare lutto o pietà. Così il nostro sentire arranca dietro al nostro agire, provocando disagi, sofferenze, patologie. Così ci accade anche davanti ai telegiornali.

Da milioni di anni l’uomo si muove in coro attorno alle morti drammatiche, formando quella collettività luttuosa che Elias Canetti, in Massa e potere (Adelphi), chiama "muta del lamento". E forse anche il coro tragico era all’origine qualcosa di analogo. Energie che si mobilitano come anticorpi attorno alla ferita, per rimarginare attraverso il cordoglio la lacerazione formatasi nel tessuto della collettività. Ma questo non è più possibile davanti ai telegiornali.
Il corpo e l’anima dell’uomo sono quelli di sempre, ma la quantità di dolore che ci giunge attraverso le notizie, da elaborare quotidianamente, è diventata enorme, schiacciante. I nostri occhi sono allagati dal disagio e dalla sofferenza dei corpi dell’intero pianeta, ma la nostra anima deve restare a guardare paralizzata, mentre se ne sta seduta nella poltrona di casa, oppure a tavola, mentre mangia. Magari assieme a dei bambini, che guardano anch’essi, con la loro piccola anima arretrata, ma non ancora assuefatta, come quella degli adulti, a subire passivamente l’orrore. Essere spettatori di tutte quelle atrocità senza poterle commiserare è qualcosa di intollerabile, disumano! Le notizie delle iniquità, dei crimini, delle uccisioni e delle tragedie planetarie ci arrivano non solo senza che noi non possiamo far niente per impedirle (questa impotenza è sempre esistita di fronte alle calamità naturali, ma anche di fronte alle guerre, dove il singolo è quasi sempre impotente), ma soprattutto senza che le possiamo rivivere e elaborare con pietà e cordoglio. Violenze, ingiustizie, aggressioni, lacerazioni, catastrofi sono sempre successe dappertutto, in ogni epoca dell’umanità. Solo che prima le si poteva elaborare, mentre oggi ce ne giunge notizia in quantità mostruose e la nostra anima non ce la fa a rimarginare tutte quelle ferite. Tra i danni della televisione va annoverato anche questo. Essa non solo manipola la verità, non solo sostituisce alla realtà una realtà virtuale, non solo riempie le menti di vuoto, ma induce anche a modificare il sentire, a atrofizzare la facoltà del compianto, a adattarci a una accettazione paralizzata del male.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica qualità quantità il 3 febbraio 2006