Gli americani a Vicenza

Gianfranco Bettin



I soldati americani che arriveranno a Vicenza, per aggiungersi ai molti che già ci sono, se il raddoppio della base militare esistente sarà realizzato, non saranno come quelli descritti (e immaginati) da Goffredo Parise nel racconto che si intitola, appunto, Gli americani a Vicenza, del 1956. Erano, quelli, gli Alleati della guerra contro il nazifascismo finita da poco. Si insediavano e cominciavano a familiarizzarsi con la popolazione, prima di acquartierarsi definitivamente nei loro (già) enormi spazi riservati e inviolabili, diventando infine i soldati della Guerra Fredda.

Quelli che (forse) arriveranno non saranno nemmeno come i soldati che si vedono nel recente video che illustra il brano eseguito insieme dagli U2 e dai Green Day, The Saints Are Coming, in cui si vede una New Orleans aggredita dall’alluvione ma tempestivamente ed efficacemente soccorsa dall’esercito Usa richiamato dall’Iraq e trasformato in una poderosa armata di soccorso civile. Troppo bello, anche se sognare – con il conforto della buona musica rock – non fa mai male. No, comunque, non andrà così. Gli americani (eventualmente) in arrivo a Vicenza saranno più simili all’armata che, durante la Guerra fredda, ha trovato nella città berica – e in tutte le altre europee dov’era disseminata – il suo spazio e il suo ruolo e che, oggi, dopo che sembrava averli smarriti, sembra averli ritrovati nella dottrina della guerra permanente e preventiva, cioè nelle linee guida dell’amministrazione Bush.

Dopo l’89, con il progressivo venir meno del nemico sovietico, era sembrata aprirsi un’epoca nuova, in cui la presenza stessa di basi militari, Usa o Nato, nel nostro paese avrebbe potuto venir meno o, in ogni caso, mutare natura. La "guerra al terrorismo" lanciata dopo l’11 settembre dall’amministrazione Bush, e in realtà concepita ben prima dai circoli intellettuali, politico-strategici e militari-industriali poi ritrovatisi nell’inner circle di Bush, ne ha invece rilanciato il ruolo. Oggi, il forte potenziamento dell’insediamento Usa a Vicenza si svolge nel segno di questa nuova "guerra" che l’amministrazione americana sta combattendo e che ha trasformato lo scontro con il terrorismo internazionale, specialmente con quello qaedista, in una guerra guerreggiata. Il fallimento di questa strategia, e i disastri e le tragedie che provoca, sono sotto gli occhi di tutti e, ormai, degli stessi americani. La riorganizzazione della presenza militare Usa in questa stessa chiave, però, è tuttora in corso. Vicenza è il luogo scelto per radicarla nell’Europa del sud.

Questa consapevolezza è ben presente al movimento pacifista italiano e anche in parte del movimento popolare che a Vicenza (e nel Veneto) si oppone al raddoppio della base. Certo, in città, la ragione principale, più diffusamente sostenuta e condivisa, riguarda l’inadeguatezza del sito scelto. Se c’era un posto sciagurato da occupare con una base militare, era proprio quello voluto dal comando militare statunitense e concesso dal Comune di Vicenza (ma non da quello di Caldogno, contiguo e coinvolto) e dal governo italiano attraverso le pre-determinazioni di Martino e Berlusconi e, oggi, con la conferma di Prodi. Si tratta di un’area già intasata, viabilisticamente caotica, urbanisticamente difficile, ambientalmente (nonostante ciò) di pregio, in cui sopravvivono aree verdi e storiche ville venete. Va da sé che, se la base verrà infine realizzata, il caos della viabilità e il pasticcio urbanistico verranno esasperati e ciò che restava del verde verrà distrutto assediando e soffocando ancor più ville venete e scorci paesaggistici ancora somiglianti, per oggi, ai magnifici paesaggi veneti di un tempo. Il collasso ambientale, lo stravolgimento urbano e sociale, saranno garantiti. E – sia detto per i soliti industriali vicentini, che fiutano l’affare dei dollari spesi in città – avrà compiuto un altro passo avanti la trasformazione verso la città-caserma anche dal punto di vista economico.

È contro tutti questi rischi che ci si sta mobilitando a Vicenza, con una intensità e una capillarità straordinarie che coinvolgono in maniera veramente trasversale l’intera comunità. Ciò avviene malgrado la grancassa dei media locali batta esclusivamente il ritmo voluto dalle gerarchie militari americane e industriali e commerciali vicentine. La politica, invece, è in grave imbarazzo. Se la Casa delle Libertà difende la scelta, sia pure cercando di rigettare la responsabilità finale su Prodi, di votare un ordine del giorno favorevole alla base in consiglio comunale, il suo elettorato, e ancor più quello della Lega, recalcitra. Nel centrosinistra, la ribellione alle scelte di Roma è ancora più radicale, con autosospensioni, aperti dissensi e dirompenti conflitti con i vertici regionali e nazionali. Nella stessa società civile, mentre le elite e i vertici di categorie o componenti si affannano a smorzare, sopire, troncare (come lo stesso vescovo, che dà per compiuta la scelta), la gente in carne e ossa non sembra rassegnarsi (a cominciare dalla massa dei fedeli e soprattutto dalle organizzazioni cattoliche, dagli scout alle Acli, protagonisti delle mobilitazione contro la scelta).

Le motivazioni di questa opposizione hanno molto a che fare con le caratteristiche della nuova base e con il suo prevedibile impatto sul territorio e sui centri urbani, come si diceva. Hanno anche a che fare con il metodo seguito sia dal comune sia dai due governi occupatisi della faccenda. Il sindaco Hulweck, come i premier Berlusconi e Prodi, non hanno tenuto in minima considerazione l’opinione della gente di Vicenza. Non hanno neanche pensato di consultarla né direttamente – con il referendum da tempo richiesto – ne indirettamente. Gli arcana imperii della politica (e degli eserciti) non sopportano la trasparenza e la democrazia, tanto meno la partecipazione. Ci sono, quindi, anche ragioni di metodo nell’opposizione di massa alla nuova base. In democrazia, però, il metodo è sostanza. Se si infrange il metodo democratico si infrange la democrazia, e questo a Vicenza lo stanno denunciando con forza. Dunque, è vero che ragioni di metodo (nel senso appena ricordato) e ragioni ambientali e sociali, sono alla radice della mobilitazione vicentina, che non è perciò il caso di politicizzare in termini tradizionali estendendone il significato, ad esempio, fino a ipotizzarne una lineare valenza antiamericana o, almeno, antibushiana – con buona pace del Parise che raccontò gustosamente di una convivenza tra mille traversie e tuttavia cordiale tra vicentini e soldati della base.

C’è, però, una considerazione da fare a questo proposito. La società vicentina, certo non sospettabile di sovversivismo diffuso, già cuore del Piccolo Mondo Antico del Veneto bianco e poi – malgrado non manchino tensioni e conflitti – del Grande Distretto Moderno del Veneto leghista e berlusconiano, non avrebbe esitato, oggi, ad accettare la nuova base americana se ne percepisse la reale necessità. Se sentisse, cioè, che quella base difende o difenderà i suoi interessi. Se si fosse davvero in un’altra Guerra Fredda. A Vicenza, invece, sentono in tanti, anche contro i propri rappresentanti ufficiali, che in un mondo scosso da tensioni e inquietudini, quella base non significa niente, è solo un’articolazione di un’armata al servizio di una strategia politica e militare che aumenta quelle tensioni ed esaspera quelle inquietudini. Moltissimi vicentini, e veneti, che oggi si oppongono alla base, passerebbero senz’altro sopra ai problemi logistici e ambientali che provocherà se la sentissero, come la sentivano (è un dato oggettivo) fino all’89, a propria difesa, a difesa del mondo in cui credevano. È su questo punto che le ragioni particolari e di metodo (di democrazia) si saldano, dunque, a quelle globali, a quelle del pacifismo italiano e internazionale. Non sono antagoniste, sono convergenti. C’è bisogno di altro a Vicenza, e anche a New Orleans.

Pubblicato sul settimanale "Carta", gennaio 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 23 gennaio 2007