La verità di Annamaria Franzoni

Carla Benedetti



Memorie, vissuti e "storie vere" sono ormai un settore di punta del mercato del libro. "Memoir" è il nome che il mondo anglofono dà a questa sorta di super-genere, contrapposto alla "fiction", che si sta sempre più imponendo anche sulla scia dei reality show. In questo quadro un libro come La verità di Annamaria Franzoni (scritto con Gennaro De Stefano, Piemme) si presta a una doppia lettura. Memoria difensiva? O un ulteriore pezzo di quel grande ingranaggio narrativo avido di "casi veri"?

Come spesso le memorie, anche questa ha una motivazione difensiva e delle più drammatiche: discolparsi dall’accusa terribile che la indica come infanticida e pazza. Una Medea che non ricorda di aver ucciso il figlio. Il primo compito dello scritto sarà quindi di mostrare che lei invece ricorda tutto, ogni dettaglio. Così, come in un giallo, il libro inizia dalla scena del delitto ("La mia mano preme sulla maniglia, la porta si apre") con la scoperta del piccolo corpo agonizzante: "Una grossa e profonda ferita in mezzo alla fronte fino all’occhio, dove esce della materia cerebrale". Il secondo compito di questa memoria è recuperare la credibilità, distrutta non solo dalla sentenza di condanna ma soprattutto dai media. E qui sta il punto più caldo del libro, che lo rende degno di riflessione.

Il tribunale davanti al quale la Franzoni cerca di discolparsi non è solo quello penale. E’ anche lo spietato "circo mediatico" di cui è già diventata personaggio parlante (interviste televisive, partecipazione a talk show), ma da cui sostiene di essere stata giocata. Giornali e televisioni "si sono impossessati della mia vita", diffondendo informazioni false e denigratorie. La Franzoni cerca così di disfare con pazienza, a una a una, le diverse "leggende" circolate su di lei: le presunte "anomalie" del bambino, la parentela con Prodi, la lite col marito, la depressione. Accusa i media di averla usata per fare scoop (ce n’è anche per Maurizio Costanzo, che in diretta la obbliga a ammettere che è incinta, quando i patti erano che non si sarebbe toccato l’argomento). Ma soprattutto deve dimostrare di non essere pazza.

Il romanzo ci ha abituati a situazioni enunciative analoghe: la voce che racconta è sospettata di follia, e il lettore non sa se crederle o meno. Solo che questo non è un romanzo. O forse un po’ lo è, data la quantità di narrazioni intrecciate a cui la vicenda di Cogne ha dato origine, fatte da giudici, esperti, testimoni, sindaci, avvocati difensori, cronisti, conduttori di talk show e loro ospiti. Tra i quali la Franzoni stessa. Un grande romanzo polifonico che ora si arricchisce di un ulteriore pezzo: l’autodifesa scritta della protagonista su cui pesa il sospetto di follia.

Come certi narratori inaffidabili del romanzo otto-novecentesco, anche qui la voce che narra deve dunque dimostrare la propria tenuta razionale e emotiva attraverso il suo stesso atto di parola. Deve in questo caso mostrare di non essere una fredda borderline. E lo fa raccontando la famiglia d’origine, l’incontro con il marito, l’amore per i figli, con l’aiuto di molti sentimentalismi. Così anche questo ricorso alla scrittura contro il chiacchiericcio dei media resta avvolto nell’ambiguità. Emblema di come il linguaggio televisivo stia penetrando anche nella scrittura testimoniale, privandola di forza di verità.

Pubblicato sull’"Espresso", gennaio 2007.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 23 gennaio 2007