Intervista a William Least Heat-Moon

Silvio Bernelli



Occhi chiari. Capelli, basette e baffi bianchi. Neanche la corporatura gracile riesce a smorzare quell’aria tenace, da uomo della prateria, che William Least Heat-Moon irradia come una luce. Parla con calma a voce bassa. I suoi modi mostrano la gentilezza estrema tipica di certi statunitensi. Al suo fianco c’è la moglie Jan, più giovane. Durante l’intervista si occuperà di riempire amorevolmente i bicchieri d’acqua posati sul tavolino dell’albergo, in questo torrido giorno torinese di una fine estate che sembra non finire mai.

Nel 1983 lei esordì con Strade Blu, un viaggio in furgone alla scoperta dell’America più profonda. Quant’è diverso oggi William Least Heat Moon dall’uomo che fece quel viaggio e scrisse quel libro?

Difficile dire in che modo sono cambiato, è difficile notare i cambiamenti su di sé. Una grossa differenza rispetto ad allora è che oggi ho un’altra moglie. Sono sposato, molto felicemente, con Jan. È stata anche la mia compagna nel viaggio di cui sto scrivendo adesso. Il libro non ha ancora un titolo, ma sarà un racconto on the road un po’ a metà strada tra Strade Blu e Prateria. È la prima volta che ho un altro personaggio all’interno di un libro, oltre a me intendo, ma Jan è stata anche qualcosa di più. Mi ha aiutato a estendere il mio punto di vista.

Con Prateria ha invece scritto il primo libro "on the road ma da fermo" della storia della letteratura (William Least Heat Moon ride di gusto. La battuta sul romanzo "on the road ma da fermo", ha colto nel segno), dopo un’esplorazione palmo a palmo della Chase County in Kansas, l’ombelico degli Stati Uniti. Esiste ancora l’erba della prateria alta tre metri? Esiste ancora la Chase County che lei ha raccontato?

Dipende dai punti di vista. Ho viaggiato attraverso la Chase County alla fine degli anni ’80, e ora lì c’è un parco nazionale. L’erba della prateria, la bluestem, è tornata a crescere, la si può di nuovo ammirare da lontano muoversi come un mare. Una volta questo era uno spettacolo difficile da vedere perché, a causa dei pascoli per gli allevamenti, la prateria era stata rasata e l’erba era alta pochi centimetri. E se penso alla città principale della contea, ricordo che ero in piedi sulla strada principale e guardavo un vecchio palazzo che stava letteralmente cadendo a pezzi. A uno che passava di lì dissi che avrebbero dovuto ristrutturarlo e farne un bed & breakfast per turisti, invece che lasciarlo crollare. Quando tornai nella cittadina scoprii che quell’uomo aveva comprato il palazzo a un’asta giudiziaria per 4.000 dollari. Aveva poi investito 40.000 dollari nelle riparazioni e infine l’aveva venduto a un altro imprenditore, il quale aveva poi speso altri 400.000 dollari per farne l’albergo a tre stelle che è ancora oggi. Quindi, da quando avevo cominciato a scrivere Prateria a quando l’avevo finito, otto anni dopo, da un stamberga era venuto fuori il più grande hotel di tutta la contea!

In Nikawa, un libro che racconta un lungo viaggio in barca sui grandi fiumi che attraversano gli Stati Uniti, ancor più che nelle sue opere precedenti, lei sembra suggerire che sia necessario imparare a vivere con una marcia in meno, invece che con una marcia in più. È la lentezza la risposta alle complessità del mondo di oggi?

Non so per gli altri, ma per Jan e me la lentezza è un modo di vivere. Abitiamo poco fuori una piccola città del Missouri che conta 90.000 persone, e quindi viviamo nel mondo d’oggi, ma circondati dai boschi e dagli stagni del Missouri. Quando andiamo in città, passiamo da un mondo all’altro. D’altronde, sono cresciuto a Kansas City, che invece è una grande città con più di un milione e mezzo di abitanti. Un posto dove la gente vive veloce. Ma quando uno invecchia, uno stile di vita così non è soddisfacente. È meglio imparare ad andare piano.

Dopo tre opere che sono grandi indagini del territorio, l’ultimo suo libro, Colombo nelle Americhe, l’ha voluto dedicare a un uomo, il navigatore genovese che scoprì l’America per errore. Cosa l’ha affascinata in questo personaggio già così tanto raccontato?

Mi è stato commissionato un lavoro. C’era una lista di personaggi storici che avevano avuto a che fare con l’America e avrei dovuto sceglierne uno su cui scrivere. Ho scelto Cristoforo Colombo perché in fondo non sapevo molto di lui. Non sapevo che avesse fatto quattro viaggi in America e non uno, ad esempio. Non sapevo nemmeno, e ben pochi negli Stati Uniti lo sanno, che Colombo è stato nei fatti il precursore della conquista militare spagnola. Basti pensare che nel secondo viaggio, ad esempio, nei Caraibi aveva catturato 1.500 schiavi. Pochissimi erano riusciti a sopravvivere alla traversata atlantica del ritorno in Europa. Scoprire queste semplici verità è stato uno shock per molte persone. Negli Stati Uniti, in un programma televisivo nazionale in cui ero ospite, è persino intervenuta un’italo-americana dicendo che questo libro è insulto agli italiani e a tutto il loro patrimonio culturale. Non lo è, ovviamente. Io non sono uno stalinista. Ho solo raccontato una storia che è sotto gli occhi di tutti. Come essere umano invece Colombo aveva doti uniche. Era un navigatore e un esploratore eccezionale, un uomo interessante per moltissimi aspetti.

Oltre a essere analisi molto approfondite del territorio, le sue opere sono anche gallerie di persone straordinarie che lei ha incontrato. Qual è stata la loro reazione dopo essere diventate protagoniste dei suoi libri? È ancora in contatto con qualcuno di loro?

Purtroppo, molti dei protagonisti dei miei libri soprattutto quelli di Strade Blu, sono morti. Erano già anziani all’epoca del viaggio, nel 1978. Comunque ero riuscito a rintracciarli tutti tranne due. A ciascuno di loro avevo mandato una copia del manoscritto di Strade Blu e chiesto di controllare i fatti. Non lo stile di scrittura, o lo sguardo con cui li avevo descritti, solo i fatti com’erano andati. Con uno di loro, Arthur O. Bakke, sono in contatto ancora oggi. Mi ha spedito una specie di volantino di propaganda di un setta neo-evangelista giusto una settimana fa! Per quanto riguarda i miei personaggi comunque, la maggior parte di loro non è molto felice di come è stata rappresentata nei libri. Di solito il loro atteggiamento è del tipo: "Hai descritto benissimo Tom, quello che abita giù all’angolo della strada. Invece su di me hai scritto un sacco di bugie!" Questa reazione mette alla luce la sfasatura che esiste tra la percezione che noi abbiamo di noi stessi e quella che di noi ha il resto del mondo. C’è un tizio, un cowboy della Chase County che addirittura, dopo essersi ritrovato in Prateria, non mi ha più voluto rivolgere la parola. Un altro invece, un immigrato messicano, era fierissimo di essere stato raccontato in Prateria. Per la prima volta era stato trattato come tutti gli altri, come un americano.

L’America profonda di cui tanto si è occupato nei suoi libri è la terra che ha eletto e rieletto George W. Bush, il presidente degli Stati Uniti più detestato da tutti i non americani nella storia. Cosa pensa William Least Heat Moon dell’operato del Presidente?

George W. Bush è il Presidente più detestato anche all’interno degli Stati Uniti, non solo nel resto del mondo. È importante per gli europei capire che Bush non vinse la prima elezione con i voti popolari, ma con il giudizio della Corte Suprema, che era a maggioranza conservatrice. Con il voto popolare avrebbe vinto Albert Gore, il candidato democratico. Oggi, dopo aver fatto perdere rispetto agli Stati Uniti, dopo aver sperperato l’affetto che il mondo ci aveva dimostrato dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, Bush ha l’appoggio di non più del 30% dei suoi vecchi elettori. Detto questo, è un errore scaricare esclusivamente sulla gente che vive all’interno degli Stati Uniti, la gente di Strade Blu, la colpa di questa presidenza. È vero che gli Stati delle pianure hanno votato a destra, ma George W. Bush ha raccolto voti anche in molte grandi città, grazie alle posizioni sull’aborto, sulla preghiera a scuola o sull’assistenza pubblica. Oggi però molti dei suoi elettori, agricoltori e allevatori ad esempio, ma anche tanti colletti blu, hanno capito che quelle istanze che corrispondono al loro punto di visto etico, non sono valide nel resto del mondo. Non riescono a influenzare positivamente l’andamento della storia. Come se non bastasse poi, si sono anche resi conto che i sussidi all’agricoltura sono stati ridotti mentre invece gli investimenti per gli amici petrolieri di Bush sono cresciuti.

Lei è qui a Torino perché ha partecipato a Torino Spiritualità. Cosa pensa di un evento dedicato a un tema così difficile?

Penso che sia una cosa eccellente, è così difficile al giorno d’oggi per l’uomo confrontarsi con certi temi! Ogni azione che incoraggi questo atteggiamento nel segno della tolleranza di tutte le spiritualità, è da appoggiare. Mi piace molto il marchio di Torino Spiritualità, l’immagine che c’è nei manifesti. Una mano aperta, il segno di una atteggiamento pronto all’accoglienza e all’ascolto. È il contrario di una mano chiusa a pugno, che è invece un segno di chiusura e di violenza.

Nel corso del suo intervento a Torino Spiritualità ha parlato del silenzio della natura. Può riassumerlo per i nostri lettori?

Ho spiegato che la natura è silenziosa, ma anche piena di rumori. Mia moglie e io viviamo ai margini dei boschi e lì non ci sono suoni umani. Ci sono però due stagni affollati di piccole rane che hanno una voce molto acuta, sembra quasi uno scampanellio. In primavera gracidano talmente tanto che dopo due minuti bisogna andare via dalla riva dello stagno, perché il baccano è assordante. Basta allontanarsi di qualche metro però, e subito il canto delle rane torna ad essere melodioso. È questo il silenzio della natura di cui ho parlato qui a Torino. Una forza che dà significato alla nostra vita, perchè è nel silenzio che possiamo interpretare gli stimoli del mondo. Quando c’è troppo rumore diventiamo autistici. Il silenzio della natura è necessario per la nostra salute mentale.

Con la collaborazione di Vicky Franzinetti.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica a voce il 19 gennaio 2007