Autismo corale

Franco Arminio



Certe volte penso che non c’è niente da fare. Poi, brevemente, mi rianimo, quasi arrivo alla calma comune. Eccomi, ci sono anche io, sto per dire, sono quasi sorpreso che lo sgomento è attutito e invece all’improvviso la morte torna come una pulce e basta un lievissimo prurito dalle parti del cuore, basta un lievissimo smottamento ed ecco che non credo più alla mia pace, non mi convince più la piccola danza degli impicci quotidiani, sento che abbiamo messo su un mondo che può solo deluderci.

È vero, ci sono attimi di bene, ce ne sono tanti, ma sono attimi che non si sommano, stanno sperduti nelle nostre giornate, sono attimi che hanno il vuoto intorno. Non so com’era questo vuoto in altre ere e non so neppure come sarà in futuro, sento qualcosa che c’è adesso e questo qualcosa mi dice che non ce la faccio, che non ce la facciamo a tenerci insieme vivamente e mitemente. A questa situazione si possono dare diversi nomi. Io preferisco parlare di autismo corale (e chi vuole può indagare come e quanto è funzionale al sistema globale della politica delle merci e dei mercanti).

Viviamo un’agonia ciarliera, dove le parole non si capisce se sono un tentativo di guarigione o un suo ulteriore approfondimento. Ed è piuttosto penosa la sensazione che la guarigione e l’aggravamento della malattia sembrano intercambiabili, come se ci trovassimo di fronte a una biforcazione formale, come se la sostanza fosse perduta, volatilizzata. Parlo della sostanza della nostra vita. In questo senso più che di fine della storia si deve parlare di fine di una certa idea di umanità e suo avvicendamento con una moltitudine di esseri viventi (o più precisamente esseri esigenti) di cui ci si può avvilire, di cui si può gioire, ma senza poterci credere fino in fondo.

Adesso il principio non è la speranza né la disperazione, il principio è un vago sfinimento, una sommatoria di destinazioni senza destino. Lo sfinimento non riguarda le nostre speculazioni teoriche, non arriva al culmine dell’esperienza religiosa, filosofica o letteraria, arriva ogni tanto, quasi casualmente, quasi distrattamente, mentre parliamo al telefono, mentre camminiamo per strada, mentre ancora proviamo a innamorarci o a combattere. Arriva e ci porta via senza curarsi della nostra noia, della nostra gioia. In ogni racconto c’è un lui e un lei, in ogni vita c’è un morto e un vivo che si combattono ed è strano che il morto abbia più energie.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 17 gennaio 2007