La morte di Saddam

Gianfranco Bettin



Chissà quante esecuzioni avrà ordinato Saddam, finché è stato al potere. Per non dire delle stragi e delle guerre. Eppure, di fronte alle immagini della sua esecuzione, è come se tutto questo fosse finito in un angolo separato della comune consapevolezza. Non che sia stato dimenticato, ma certo è stato collocato in una sfera che ha a che fare con la storia passata dell’uomo condannato a morte dal tribunale del nuovo potere iracheno. Una sfera che, dice la nostra coscienza, non può in nessun caso motivare la sorte che Saddam ha infine subìto. Questo hanno detto moltissimi commentatori, senza distinzione di schieramento. Se Saddam fosse caduto sotto un bombardamento, come i suoi figli, o combattendo nella guerriglia o anche se fosse stato passato per le armi subito dopo la cattura, sul campo, questa reazione difficilmente ci sarebbe stata, come pure se fosse stato eliminato con uno degli attentati dei suoi oppositori che egli temeva quando era al potere. Perché dunque l’onda emotiva, ma anche razionale, politica, culturale, che si è alzata di fronte alla forca? Perché chi ha combattuto un tiranno non può comportarsi come lui una volta che prenda il suo posto.
Perché nessuno dovrebbe "toccare Caino" neanche per chi ha soprattutto a cuore la sorte di Abele. Perché messa davanti agli occhi di tutti la vita di uomo ai piedi della forca diventa subito vicina e lui, anche il mostro o il tiranno caduto, diventa il nostro prossimo. Ne vediamo la paura, i tremori, lo sgomento. Ci mettiamo al suo posto. Ne immaginiamo le emozioni e i pensieri. Nel caso di Saddam, anche chi lo ha odiato e combattuto difficilmente non ne avrà colto quegli ultimi istanti, certo sgomenti, ma anche fieri e non ne avrà misurato, in quegli attimi, la superiorità rispetto a quelli che lo insultavano e che infierivano a parole su di lui.

La pena di morte, una volta che la si veda in atto, restituisce pienezza umana al condannato e questo sarebbe un bene se, appunto, non durasse solo per il tempo strettamente necessario a stroncarla con un cappio, o una siringa o una scarica elettrica. La pena di morte, anche, favorisce una specie di assoluzione a posteriori del tiranno, e una sua mitizzazione agli occhi dei seguaci, e quindi un suo postumo rilancio politico che da essi verrà utilizzato.
Questo è un buon argomento ulteriore a sfavore della pena capitale. Ma il cuore del ragionamento non può che situarsi prima di questi motivi, e cioè al "non uccidere", al ripudio della pena di morte (come della guerra) quale fondamento di ogni elementare livello di civiltà. La preistoria del genere umano finirà solo con la messa al bando della morte come strumento di punizione delle colpe o, come la guerra, di risoluzione di qualsiasi tipo di controversia.

C’è questa percezione, più o meno lucida, dietro il turbamento per la fine – quella fine – di un odioso tiranno. Che l’Onu inviti a una generale moratoria delle esecuzioni. Che grandi paesi come gli Usa e la Cina – le massime potenze del nostro tempo! – la accettino finalmente. Sarebbe, sulla strada di una vera civilizzazione, forse solo un piccolo passo per l’umanità ma certo un grande passo per ogni uomo rinchiuso in un braccio della morte.

Gianfranco Bettin

Pubblicato sulla rete nazionale dei quotidiani del gruppo Espresso-Repubblica, gennaio 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 10 gennaio 2007