Il nostro bisogno di inesperienza #2

Andrea Tarabbia



“Ora sono nato: da circa sette mesi sono nato. Se in più di mille pagine ho prodotto un sosia, era perché io non c’ero, non ci volevo essere: adesso ci sono. (…) Le mie idiosincrasie si scontreranno con quelle degli altri in campo aperto; se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di me.”

È così che si conclude Troppi paradisi di Walter Siti, un’opera di cui tutti hanno parlato e che tutti (forse) hanno letto, me compreso. Ero attirato dal fatto che lo definissero un romanzo esagerato, e mi incuriosiva il fatto che Siti avesse costruito un’opera molto lunga ponendovi al centro la televisione e i fatti suoi. Ammiro istintivamente chi esagera e tenta il capolavoro, e allo stesso tempo butta se stesso senza mediazioni nelle cose che scrive. A lettura conclusa, sono tentato di fare un elenco di ciò che mi è piaciuto e ciò che non mi è piaciuto del romanzo di Siti. Mi sono piaciuti: i primi tre capitoli praticamente in toto, il suo totale cinismo (andate a vedere i pezzi sull’11 settembre o quelli sui rampolli rapiti in Sardegna o quelli sull’amico pederasta), la forma –non lo ritengo esattamente un romanzo, ma una sorta di romanzo/saggio antropologico sulle cose della contemporaneità-, il continuo rimando finzione/realtà su cui è costruito, ma su questo punto ci torno tra poco; non mi sono piaciuti: alla lunga, una certa ripetitività, evidenziata ad esempio dalle vicende attraverso cui si dipana la love story con Marcello, che mi è istintivamente e da subito sembrata artificiale e che è la spina dorsale delle ultime duecento pagine; il fatto (eh sì) che si parli sempre meno di mondo della televisioni e sempre più di altri mondi paralleli. Troppi paradisi è una macchina perfetta quando riesce a mantenersi in un regime saggistico-narrativo che corre continuamente sul filo dell’opposizione vero/falso, reality/fiction e lo fa mettendo sulla scena il mondo dello spettacolo. Quando Siti abbandona (almeno parzialmente) questo filone, il suo romanzo, benché continui a vivere e a nutrirsi di questo tipo di opposizioni, diventa un romanzo normale, senza più i meriti di prima. Per quanto l’autore continui a descriverci il mondo del fitness, della droga e della prostituzione maschile come altrettanto fittizi del mondo dei reality e della televisione, e per quanto sia evidente lo sforzo di continuare a mettere in scena delle icone della contemporaneità, la sensazione è che l’apparato antropologico su cui si regge l’opera da un certo punto in poi funzioni meno. Come Siti stesso forse ammetterebbe, infatti, la forza della messinscena televisiva all’interno del romanzo è potente tanto quanto nella vita reale e riesce a essere l’icona di se stessa in maniera tanto convincente e potente da oscurare qualsiasi altro tentativo successivo: in una parola, non c’è niente di più efficace, anche letterariamente, del backstage di uno studio Rai e delle lotte di potere di viale Mazzini per mescolare il vero e il falso e per raccontare la contemporaneità.
In ogni caso, in una nota all’inizio, Siti tra le varie cose tiene a precisare che, nel momento in cui fa i nomi di personaggi conosciuti gli attribuisce fatti assolutamente fittizi e irreali. È qui che per me si spalanca una voragine. Ci devo credere? Non si può costruire un libro basato sulla contrapposizione (ma che dico: sulla commistione) tra mondo reale e mondo virtuale e avvisare preliminarmente il lettore che contiene delle cose sicuramente false. Non vale. Io credo a tutto il gossip contenuto in Troppi paradisi e anzi, lo sto già spacciando per vero con gli amici. Ci credo perché, anche se è finto, è gossip che coinvolge non delle persone, ma immagini e icone pubblicitarie di persone. Di conseguenza le posso usare come merce. Nell’avvertenza, Siti ci dice che anche il nome del personaggio, Walter Siti, è fittizio, e che la storia che ci viene raccontata non è quella dell’autore. Insomma quello che è vero è finto e quello che è finto è vero o forse è davvero finto. Il famoso attacco, “Mi chiamo Walter Siti, come tutti.”, è ad esempio un calco dall’autobiografia di Érik Satie, che cominciava così: “Je m’appelle Érik Satie, comme tout le monde.” Siti/Satie –l’assonanza è evidente- sembra voler subito prendere le distanze dal se stesso reale mettendosi in bocca le parole di un altro libro, stavolta veramente autobiografico. Il suo narratore comincia citando il libro di un proprio quasi omofono e così facendo si dichiara personaggio fittizio. Il gioco è complicato e affascinante.
Ecco cos’ha scritto Siti stesso a proposito del suo libro su Alias del 16 settembre scorso:

“L’io che usano [gli scrittori contemporanei] è un povero io cavo, svuotato dai parassiti, un io come una provetta per esperimenti – una specie di robot, o di clone, da spedire in avanscoperta dove il terreno è contaminato. Quindi, per forza, noi. Noi che non conosciamo più mediazioni, noi che abbiamo troppa fretta di essere felici, noi che ci stiamo disabituando alla cultura raffinata e siamo tornati verso un analfabetismo emozionale, noi che riduciamo il desiderio ad immagine e confondiamo la felicità col possedere, noi che ci curiamo la depressione con lo shopping, noi che siamo ossessionati dal sesso come da una delle poche residue vie forti di comunicazione, eccetera.”

Eppure nonostante tutto nessuno, credo, ha tenuto presente tutto questo leggendo il libro. Per il lettore nome del personaggio e nome sulla copertina coincidono. È sempre così, e chi scrivendo decide di attuare questo artificio non può non esserne consapevole. Non è sufficiente, per me, mettere una noticina per sovvertire il patto autobiografico con il lettore: Walter Siti non sarà Walter Siti, ma perlomeno ne è il sosia: un sosia antropologico. L’ammissione con cui si chiude il romanzo suona come “qui si chiude il terzo dei miei libri autobiografici, ora se scriverò scriverò d’altro”. Con Troppi paradisi Siti ha esaurito, bene o male, un percorso imperniato su se stesso. Ha scritto un’autobiografia fittizia perché fittizio è il mondo in cui è inserita, ma ha avuto l’accortezza di metterci dentro talmente tante opinioni, divagazioni e prese di posizione che non possono essere che autoriali e dunque autobiografiche.
Troppi paradisi è per me una risposta alle domande dei nostri tempi: è ancora possibile l’autobiografia oggi? La letteratura dell’inesperienza concede ancora uno spazio all’esperienza diretta e personale oppure no? Ha senso scrivere autobiografie oggi, è utile raccontare delle “non vite”? Ed è una risposta sempre affermativa.
Fingo (ne ho tutto il diritto) che Troppi paradisi sia un’autobiografia, o comunque un’opera con elementi autobiografici: se fosse così, Siti avrebbe scritto l’opera capitale di questi anni, perché risolverebbe in un solo colpo due problemi: 1) quello relativo appunto all’autobiografia 2) quello di scrivere un libro che faccia circuitare e implodere il sistema dei media soprattutto televisivi da dentro.
Se Troppi paradisi fosse un’autobiografia vera sarebbe la risposta più completa alle questioni sollevate da Scurati ne La letteratura dell’inesperienza, in cui pare impossibile scrivere di sé e della propria esperienza perché non abbiamo più una conoscenza diretta del mondo. Essendo, però, un’autobiografia fittizia, credo che Troppi paradisi non solo risponda a tutto questo, ma si inserisca anche in un discorso sulla postmodernità che va ben oltre le questioni sollevate da Scurati, e cioè: l’autobiografia oggi è possibile a patto che sia fittizia come fittizio è il mondo in cui viviamo; essendo però che il fittizio è vero, perché la tv esiste e internet esiste e se vado nel ristorante giusto i conduttori Rai e il loro mondo così come è descritto li trovo veramente, l’autobiografia diventa vera, e il libro un complicato e affascinante gioco di specchi che mi restituisce la realtà vista non più da una sola (e autobiografica) angolazione, ma da molteplici.








pubblicato da s.baratto nella rubrica in teoria il 6 gennaio 2007