Arte sacra alla Biennale

Tiziano Scarpa



Questa volta ho ancora meno tempo di ieri, ma un quarto d’ora per scrivere una cosa a cui tengo l’ho trovato.

Una delle novità più attese alla 55. Biennale di Venezia era il padiglione della Santa Sede.

Mentre mi avviavo a visitarlo, ho incontrato lo studioso Manlio Brusatin, che, come al solito, ha detto una cosa acuta con la sua consueta, garbata chiarezza: “Più che arte sacra, il tema fondamentale è l’arte nel sacro,” cioè le opere contemporanee inserite in contesti sacri. Mi ha citato il caso della chiesa di Reggio Emilia, in cui i fedeli hanno rigettato le opere di Kounellis.

Sospendo il giudizio sulle tre opere del padiglione della Santa Sede. Secondo me, il curatore di quel padiglione potrebbe prenderne in considerazione altre tre che si trovano nel Padiglione Italia, curato da Bartolomeo Pietromarchi.

La prima è la splendida performance di Francesca Grilli. La descrivo. C’è una gigantesca lastra di ferro, rettangolare, appoggiata al muro, in posizione leggermente diagonale, come una parete, una ripidissima salita, un vasto scivolo. Dall’alto, di rado, precipitano alcune gocce d’acqua, che cadono sul metallo e colano fino a terra. Si sente il loro suono amplificato. L’acqua crea una larga striscia di ruggine. Al centro dello spazio, a qualche metro dalla lastra di ferro, c’è un microfono capovolto, calato anch’esso dall’alto. Si avvicina al microfono una giovane donna. Si mette a fare dei vocalizzi sommessi, con note uniche e prolungate. In sincronia con quella voce, cadono più gocce dall’alto, come se le rispondessero; il loro contatto con la lamina provoca un aumento del rumore. La donna aggiunge forza al suo canto, mette più fiato dentro le sue vocali, le cambia. Prova con delle lunghe “uuuuu”, poi con le “iiiii”, con le “aaaaa”. Canta sempre più forte, con un ritmo calmo. Dall’alto cade sempre più acqua. Si comprende che ci dev’essere una valvola sensibile ai decibel della voce della donna: quando canta più forte, cade molta più acqua, il rumore del contatto fra le gocce e la lastra è più forte. La striscia di ruggine, di conseguenza, aumenterà in larghezza e intensità di colore.

Mi è sembrata un’opera sulla preghiera, con momenti di altissima intensità ed emozione estatica, trans-sensoriale: la donna, alla fine canta quasi gridando, senza perdere la compostezza e l’eleganza della sua voce, sollecita quella reazione dall’alto, un responso oracolare. Presenta con forza l’illusione religiosa, la proiezione del proprio desiderio di relazione con la divinità. La traccia di ruggine è l’usura del rito, la ferita, l’ustione, il callo cromatico dell’ostinazione: prova, provaci ancora, forse un giorno Dio ti risponderà; forse, invece di queste solite gocce d’acqua, cadrà un fulmine che squarcerà la parete di ferro, intanto la tua preghiera corrode il metallo, aggredisce col suo chimismo salivare quello specchio opaco in cui non si riflette nulla, se non la tua fame di uscire da te.

La seconda è l’opera di Flavio Favelli, che ha portato al padiglione un altro padiglione impenetrabile, un’enorme cupola di legno caduta a terra. Per chiunque abbia letto Alberto Savinio, la cupola è il simbolo del mondo tolemaico, precopernicano, quando i sistemi religiosi e filosofici chiudevano il pensiero sotto un tetto protettivo, con una forma rotonda che simulava un cosmo, difendendo gli uomini dal caos e sottraendo loro il cielo vero, la libertà di vedere e pensare al di là del dogma, con la loro testa, nello spalancamento dell’universo. Favelli ha acquistato uno di quei gazebo trasportabili da orchestra, che si usano nelle feste patronali del sud, nelle sagre del Salento: oltre a proteggere i musicisti, le cupole collocate in cima alle colonnine (qui, lo ripeto, c’è solo la cupola, poggiata a terra) servono da amplificatori, impediscono al suono degli strumenti di disperdersi. A una parete invece sono appesi dei piatti di ceramica, di quelli da collezione che si mettevano sui muri delle case piccolo borghesi. Ciascuno contiene, oltre a varie decorazioni, delle decalcomanie della cupola di San Pietro.

Mi è sembrata un’opera sul desiderio di far parte di una chiesa, e di possederne una. Un desiderio che si può realizzare in forma inevitabilmente insufficiente, surrogatoria, succedanea, parodica, eretica, idiosincratica, ingenuamente devozionale. La fede è così, troppo grande o troppo piccola, ingombrante o irrisoria, senza mezze misure; se non occupa tutto lo spazio è ridicola.

La terza è l’opera di Massimo Bartolini. Su due rampe inclinate (non ricordo se originariamente c’erano dei gradini) ha applicato una distesa di macerie, mattoni rotti, sassi, fango, schegge, materiale di risulta. Si cammina su quel terreno sconnesso, dal colore uniforme. Poi ci si accorge (ho percosso uno di quei mattoni con le nocche) che è fatto di metallo, bronzo o ottone dalla patina scura. Qua e là brilla appena uno spigolo lucido. Così, in questi mesi, le migliaia di persone che cammineranno lì sopra probabilmente lucideranno un po’ quel metallo, abradendo e sbucciando la patina opaca.

Mi è sembrata un’opera sulla svalutazione del proprio percorso, sulla difficoltà e la sgradevolezza dell’esperienza, mentre la si vive: ma a ritroso, retrospettivamente, anche quel cammino in salita che, nel percorrerlo, era così disagevole e poco attraente, ci apparirà fatto di un materiale più prezioso di quello che pensavamo, ce ne ricorderemo con una valorizzazione commossa, autoindulgente e nostalgica.

[Mi scuso con gli artisti che ho citato per la scrittura così sciatta di questo testo, buttato giù di fretta fra una mostra e l’altra, ma ci tenevo a ringraziarli subito, come potevo, per le loro opere].








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 30 maggio 2013