La gran bellezza dell’amnesia

Teo Lorini



In Sane Man il grande comico americano Bill Hicks raccontava un aneddoto occorso in una waffle house di Nashville, Tennessee. Bill è in tour per gli stati del Sud, finisce lo spettacolo, va a cenare tutto solo e così porta con sé un libro. Arriva la cameriera e, ciancicando la gomma, gli chiede stupita: «Cosa leggi a fare?». Non «Cosa leggi?» ma «Cosa leggi a fare?». Lo sketch prosegue con la cameriera che richiama l’attenzione dei buzzurri locali sullo strambo cliente e Bill che si vede costretto a fare una sorta di “coming out intellettuale” confessando: «Va bene, sono uno che legge. Ecco l’ho ammesso». La scena prosegue in maniera sempre più sfrenata, rivelandosi una critica sulfurea al modo in cui l’epoca del reaganismo ha dapprima sabotato, quindi sbeffeggiato e infine eroso dalle fondamenta il valore dello studio, della cultura, della memoria, fino a rendere gli Stati Uniti di fine anni ’80 una sorta di paradiso dell’oblio, un’isola di moderni lotofagi immersi in uno stato perenne di amnestica stupefazione.

Lo show di Hicks mi viene in mente sempre più spesso. Non solo di fronte ai patetici “Non ricordo” delle olgettine chiamate a testimoniare sui festini di Arcore o alla serenità con la quale i giornali riportano le dichiarazioni di Brunetta per cui, dopo l’ennesima manifestazione in cui i berluscones (ministri del governo inclusi) si sono stretti al capo nell’attacco a uno dei poteri dello Stato, a fare atto di contrizione ed esprimere pentimento dovrebbe essere SEL perché alcuni cittadini hanno fischiato e urlato contro quell’abominio. No, l’amnesia epidemica evocata dal compianto comico americano, è – ad esempio – anche nelle parole con cui Veltroni, richiesto di citare almeno un atto di resistenza alle politiche berlusconiane (“una cosa di sinistra”, avrebbe detto qualcuno) ha ricostruito in televisione come il primo governo Berlusconi (1994) sarebbe caduto in seguito a una manifestazione della CGIL, tenutasi nel 2002 (e in seguito alla quale Berlusconi non solo non cadde, ma governò, indisturbato dal partito di Veltroni, sino al termine del proprio mandato). Ho rivisto varie volte quell’incredibile filmato, ogni volta incerto tra due ipotesi: o Veltroni dà prova di una sfacciataggine da consumato bugiardo, oppure è davvero convinto che le cose siano accadute proprio così come lui le menziona.
D’altronde gli interlocutori di Veltroni – il team giornalistico di «Servizio pubblico» – non era stato da meglio, in occasione della puntata che ha de facto rilanciato la campagna elettorale di Berlusconi. Molti ricorderanno che in studio era stata prima mostrata la famosa bufala dei “ristoranti pieni”, pronunciata nel novembre 2011: quando però – complice uno stacco pubblicitario – Berlusconi l’ha disinvoltamente retrodatata al 2009, nessuno ha controbattuto.

L’amnesia, la tensione al ribasso, il rifiuto della complessità appaiono a volte talmente diffusi e collettivi da dare l’impressione che la parte del torto sia quella di chi ricorda, di chi legge, di chi mette assieme le cose. Accade sempre più spesso, nell’articolare i motivi di una posizione poco entusiasta verso un libro, un’incisione, uno spettacolo teatrale, un film, di iniziare con le parole: «Forse è perché ho letto/visto/ascoltato già molte cose simili, ma…».
In questo modo è cominciata anche la discussione che ha seguito la visione della Grande bellezza, il film di Sorrentino che rappresenta l’Italia a Cannes.

Intendiamoci: Sorrentino dimostra ancora una volta (non che ce ne fosse bisogno) di padroneggiare il linguaggio delle immagini, di saper creare la propria estetica con un’originalità che in Italia hanno in pochissimi (forse il solo Crialese…). In più Sorrentino riesce qui nell’impresa che era fallita a Garrone: raccontare la decadenza e lo sfascio senza farsene fagocitare (incuriosisce, per inciso, leggere qui che il progetto di La grande bellezza fosse stato originariamente affidato a Garrone, che ha poi ripiegato invece sul malriuscito Reality).

La grande bellezza, come ormai si è scritto ovunque, racconta appunto il disfacimento del Paese attraverso lo scialo di sé a cui pare rassegnato il suo protagonista, Geppino “Jep” Gambardella, ex-brillante promessa della letteratura, arreso alla dolce pigrizia, alle lusinghe, ma anche alla patina di cinismo e di disimpegno che si spande su ogni cosa in questa Roma, in questa Italia alla fine della decadenza. Se la trama è labile, il film si sviluppa attraverso una serie di episodi, conformemente al primo e al più importante e imprescindibile dei suoi modelli: La dolce vita, naturalmente.

A partire dalla festa iniziale in discoteca, i due film si sovrappongono con frequenza incalzante e proprio come durante il party per i 65 anni di Jep viene costantemente in mente la serata al “Caracalla’s” con la sua varia umanità, non c’è quasi scena – per chi conosca il regista riminese – che non rievochi un analogo passaggio di Fellini. Se ne potrebbero elencare a dozzine. Dal monsignore che si nega alle domande di Jep (Otto e ½), alla sfilata di ecclesiastici (Roma), dal criminale della porta accanto (che evoca da subito l’Alain Cuny/Steiner della Dolce vita) ai fenicotteri in terrazza che richiamano il meraviglioso pavone di Amarcord. E ancora felliniani sono, oltre ai baccanali da Satyricon e agli innumeri “mostri” che popolano il film, l’apparizione di notturna Fanny Ardant che augura “buonanotte” (come Anna Magnani in Roma), l’epifania dell’enigmatica suora/santa nel finale, le immagini di innocenza in cui periodicamente s’imbatte Jep, e poi interi movimenti di macchina (il modo in cui le luci sbalzano e poi precipitano di nuovo nel buio le statue durante la visita notturna al museo), coreografie di figuranti (le suorine che corrono come i collegiali di Otto e ½): si potrebbe andare avanti molto, molto a lungo.
Ciò che alla fine delude in La grande bellezza non è l’estetismo di cui gronda, né il citazionismo sfrenato (quanto Fellini c’è in tanti grandi registi contemporanei? Si pensi, per fare solo uno nome, ai momenti più felici e visionari di Emir Kusturica… e d’altronde Fellini, pur predominante oltre misura, non è l’unico modello di cui si nutre questo Sorrentino: tra i molti nomi fatti da Nicola Lagioia, spicca ad esempio quello di Buñuel). Né si può dire che il film non abbia momenti felici a prescindere: sono esilaranti e liberatori il dialogo in cui Jep sbugiarda una sedicente artista e performer che deve più di qualcosa alle pose di Marina Abramovic o il momento in cui rinfaccia una terribile lista di ipocrisie e autoindulgenze a un’odiosa bo-bo da terrazza romana (che a molti farà venire in mente la Palombelli). E ancora risulta oscuramente affascinante la ferocia da entomologo con cui Sorrentino immortala Verdone e Ferilli nelle loro autentiche e devastate fattezze, mettendo tanto impietoso sfascio al servizio di due personaggi cui si sovrappongono costantemente i loro interpreti.

Eppure, mentre Luca Bigazzi fa letteralmente miracoli per rendere memorabile ogni inquadratura, il godimento dell’opera è ostacolato da un martellante senso di “già visto”. Per inciso, appare abbastanza bizzarro che, quando si torna a nominare Fellini, si faccia spesso ricorso alla categoria del calligrafismo, dell’estetizzante, del barocco, sottovalutando la sua profondità, la vicinanza alla propria arte, la sua urgenza espressiva. Che pare, in ultima analisi, ciò che manca a La grande bellezza, film – questo sì – superbarocco, continuamente teso a suscitare nello spettatore una meraviglia che quasi sempre arriva, ma che quasi altrettanto spesso è fine a stessa, come avviene nel finale (punto debole e dolente già per This must be the place). La sequenza del faro è tanto delicata quanto non necessaria, in più è fotografata come uno spot D&G e recitata con inespressività da soap opera: in questo finale il film perde per strada chi non si accontenta delle sue agudezas e crolla sotto il peso di una sceneggiatura che palesa proprio lì tutti i suoi limiti, come una costruzione imperfetta che concentra le sue fragilità in un singolo, delicatissimo punto di rottura.
Allora, per chi non è stato conquistato dallo stupore di tante felicissime intuizioni visive, resta il rimpianto per un’occasione mancata e la perplessità per un’opera che, vivendo così intensamente della dimensione citazionistica, si riduce tirate le somme, a una sorta di grande sforzo compilatorio e insiemistico, sfoggio fine a sé stesso di un talento che tradisce il proprio bisogno di rinnovarsi. Torna in mente (ancora la memoria…) il giudizio di Orson Welles che diceva che Fellini era così grande perché restava un ragazzo di provincia che sognava una Roma in cui non era mai arrivato.
Sorrentino c’è arrivato da un pezzo. Forse è ora di ripartire.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 29 maggio 2013