Per Gina Lagorio

Benedetta Centovalli



Ho incontrato Gina per la prima volta in una foto datata 1959. Borgio Verezzi, Osteria del Bergallo, al tavolo una Gina giovane in compagnia di Camillo Sbarbaro e Angelo Barile. Stavo preparando la tesi di laurea su Sbarbaro e avevo come guida il saggio di Gina Lagorio dedicato al poeta ligure ripubblicato con un inserto di immagini all’inizio degli anni Ottanta. Ho poi conosciuto Gina di persona dopo qualche anno diventando l’editore di alcuni dei suoi ultimi libri. Tra questi Inventario (Rizzoli, 1997), le sue «cronache dell’interiorità», bilancio felice di passioni, amori e incontri di una vita prima dello spiazzante «diario» Càpita (Garzanti, 2005). Sfogliando in questi giorni Inventario ritrovo una paginetta che mi «spiega» meglio le ragioni dell’amicizia e del sodalizio con Sbarbaro nato sulla condivisione della elementare coincidenza di etica e estetica. Gina racconta una visita di Sbarbaro nella sua casa di Savona quando, nell’impossibilità di poterlo subito accogliere, chiamata nella camera dove il marito Emilio Lagorio stava da mesi lottando contro la malattia, affida il poeta alla figlia di tre anni per fargli compagnia. «Non mi ricordo quanto dovetti trattenermi; - scrive - so soltanto che arrivata in salotto trovai Sbarbaro a quattro zampe: si stava rincorrendo con la bambina in una gimkana attorno ai tavolini e alle poltrone che doveva essere esilarante perché stavano ridendo a crepapelle tutti e due.» Sbarbaro aveva settantacinque anni, sarebbe morto pochi anni dopo, era fatto così e così era fatta la sua poesia, rastremata, spoglia, ma capace di accensioni, lampi improvvisi. Questa era la sua filosofia ed era anche lo sguardo speciale che Gina aveva sul mondo. Al fondo del loro legame c’è questo elemento comune di forte intransigenza, di radicalità che trovava nell’asperità della terra ligure l’humus ideale, la spinta al rigore espressivo e all’etica necessaria, la coscienza che si scrive anche per un bisogno morale.

Per Gina la letteratura, come la musica o il cinema, sono riserve di vita e di memoria. Perché non basta il DNA per fare un uomo. Rileggendo qua e là alcune delle sue pagine o ricordando alcuni dei nostri incontri sempre mi colpisce la sua immunità da ogni tipo di retorica, che non è solo una scelta letteraria, ma direi piuttosto un fatto genetico. Gina era costituzionalmente refrattaria alle convenzioni e alle formalità, davanti all’ipocrisia schierava la sua ironia e la sua verità nuda, senza pudore anzi con il gusto non di scandalizzare ma di sorprenderci con l’oscurità e l’oscenità del reale. L’immagine del combattimento mi pare che possa esprimere bene il rapporto agonistico e positivo che Gina intraprendeva con l’esistenza e con le parole che la raccontano o la reinventano. La sua è un’idea di letteratura e di romanzo avanzata, di romanzo-non romanzo, «fuori le mura», che si compie appieno negli scritti in apparenza più frammentari dei suoi ultimi anni, un’idea antiretorica, antiborghese, che cresce - in opposizione alla costruzione chiusa e tutta di tenuta - aperta, libera e spregiudicata nel mostrare la ferita e il rifiuto, l’ombra lunga delle nostre rimozioni, l’orgoglio e la caduta, la dignità e la sconfitta. La lettura di Càpita non si esaurisce nel testamento doloroso della malattia ma si carica di un’oltranza che nel racconto senza sbavature della propria fine apre la scrittura, oltre la sua referenzialità e le sue risonanze letterarie, a ciò che della realtà non è comprensibile e la disfa, a quel reale che solo ci dà ragione di esistere.

Càpita è un’autografia asciutta e priva di facili consolazioni, governata dalla bussola tragicomica della scrittura, dolceamaro resoconto che affronta il punto maledetto dell’esistenza a distanza zero, senza uscita di sicurezza, spalle al muro, a capofitto nel dolore. Registrare di giorno in giorno gli avvenimenti, resistere vigili e attenti, non smarrirsi dentro la ferita, catturare la vita anche in un vicolo cieco. Restituire alla letteratura con il gesto estremo di una scrittura rubata all’ombra, il suo senso impossibile, la sua religiosità inservibile, la responsabilità che le spetta. Libera da zavorre ideologiche o di pensiero Gina Lagorio si è occupata della tragedia della propria biologia con ironia, con levità, e con il contrappunto di una vitalità infinita ha cercato di contrastare il buio: «mi viene da scrivere solo partendo dalla piattaforma coatta del mio male» e «Come vorrei adesso bere un bicchiere con gli amici di allora, e raccontare, raccontarci...».

Con Gina Lagorio se ne è andata una delle voci più significative del secondo Novecento, l’ultima della grande generazione di scrittori piemontesi: con Pavese e l’amatissimo Fenoglio. Ma il lutto per la cultura italiana è ben più grave perché Gina era un’autentica ventata di ossigeno e di speranza in una società come quella odierna pronta a scambiare in ogni campo - nel segno di una modernità fraintesa - la qualità per la quantità, pronta a esibire numeri e successi, ruoli e carriere, e a sacrificare sul loro altare passioni e valori. Gina è una scrittrice e un’intellettuale che ha contribuito al formarsi della «società civile» di questo Paese. Indipendente nelle idee come nelle sue posizioni apertamente politiche, la sua coscienza critica è stata esemplare. Cresciuta negli anni della guerra e della Resistenza, Gina conosceva da vicino il significato dell’impegno per la conquista della libertà e della dignità di un Paese e il fatto che quelle conquiste siano state in tempi recenti messe in dubbio le aveva fatto prima accettare la candidatura in Parlamento come Indipendente di Sinistra nel 1987 poi sempre più indignata di fronte al continuo svilimento della nostra democrazia e della Costituzione affidava di quando in quando il proprio sgomento alle pagine dell’«Unità». Gli affronti alla memoria e alla libertà di espressione erano offese a cui non bastava più la lentezza naturale di un gesto letterario. Fuori dalla logica del consenso, libera nelle strutture di giudizio, coraggiosa e controcorrente, Gina lavorava a difendere uno stile di vita segnato dal rispetto delle libertà fondamentali di ogni cultura.

E in Raccontiamoci com’è andata. Memoria di Emilio Lagorio e della Resistenza a Savona, pubblicato nel 2003 (Viennepierre), Gina cuce insieme tra pubblico e privato in una dichiarata scrittura autobiografica le esigenze della politica e quelle della letteratura. All’arretramento culturale della società occidentale, all’avvento della società spettacolo dove ai meccanismi del giudizio di valore si sono sostituiti quelli delle Classifiche di vendita o degli Indici di ascolto, Gina oppone il proprio umile e piano raccontare, il ricordare gli anni lontani del suo essere giovane sotto il fascismo («la verità dei nostri giorni intatti»). Ne viene fuori un racconto di formazione politica e sentimentale di grande intensità dove la vicenda di Emilio Lagorio, comunista, figura di spicco della Resistenza a Savona, esponente del Comitato di Liberazione Nazionale, marito e padre delle sue due figlie, morto a soli quarantacinque anni, viene restituita alla luce della storia del suo tempo. Così Raccontiamoci com’è andata si veste dei colori del pamphlet, è appello alla memoria, narrazione documentata e testimoniata, denuncia di fatti, cronache, date e personaggi, e risposta puntuale alla deriva della democrazia e della giustizia sociale, all’odierna manipolazione della verità. Gina non si stanca di tessere l’elogio della memoria, perché l’uomo non è un fungo né un gatto e «Perdere la memoria – scrive – rimuoverla, stravolgerla, è un crimine che non ha assoluzione. Il futuro può nascere solo da chi ricorda e la memoria è premessa di libertà». A un’intera società afflitta da protagonismo e ansia autoriale, schiacciata sul presente, Gina contrappone la fabbrica del domani, la costruzione paziente di futuro attraverso la memoria. La macchina del futuro alimentata dal motore del ricordare.

L’ultima volta che ho incontrato Gina nella sua luminosa casa milanese abbiamo progettato un lavoro su Sbarbaro a quattro mani. Da una scatola a fiori di cartone sono uscite tutte le lettere del poeta e pescando qua e là siamo andate avanti a leggere tutto il pomeriggio. Era come una scatola cinese perché anche le buste di Camillo erano boîte à surprise e nascondevano trucioli, scampoli, fuochi fatui, giochi di parole e scherzi. Una messe allegra di pensieri, un ritorno di giovanile allegria, mentre dalla scatola a fiori anche le foto di Sbarbaro una alla volta chiedevano sottovoce di uscire.








pubblicato da b.centovalli nella rubrica libri il 31 gennaio 2006