Aura condizionata

Marco Senaldi



È noto che tra sociologia e arte contemporanea non corre buon sangue. Il motivo è presto detto: per i sociologi ha sempre avuto poco senso occuparsi d’arte contemporanea perché a livello sociale rappresenta una nicchia elitaria; d’altra parte è anche un fatto squisitamente qualitativo di cui è difficile dare una descrizione in termini di statistiche, di quantità, insomma di numeri. È quindi difficile costruire una sociologia dell’arte, per lo stesso motivo per cui, mentre è possibile fare una sociologia del lavoro o della religione, risulta invece difficile fare altrettanto col collezionismo filatelico o il consumo di sigari cubani. Tuttavia, anche i sociologi più schivi, più ritrosi, più legati allo specifico disciplinare non possono essere rimasti indifferenti alla attuale moltiplicazione delle mostre, alla diffusione dei poli espositivi, al pubblico crescente attirato dalle kermesse internazionali di arte, anche contemporanea, al diffondersi di pubblicazioni, cataloghi, riviste, ecc., e anche all’oggettivo prendere corpo di un’economia facente capo al sistema delle gallerie, delle aste, del collezionismo. È un cambiamento che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, sempre più presente nello scenario sociale attuale.

Eppure, anche quando i sociologi provano ad occuparsi dei fenomeni artistici, non riescono veramente ad abbandonare un sottile snobismo disciplinare, peraltro ricambiato dagli oggetti delle loro attenzioni, cioè dagli artisti e dal mondo stesso dell’arte, in un clima di reciproca diffidenza per non dire di totale chiusura. Gli esempi in questo caso rimontano assai indietro nel tempo, a cominciare da certi atteggiamenti aristocratici di Adorno per continuare con l’approccio sostanzialmente marxista di Bourdieu, fino ad arrivare ad analisi anche raffinate come quella della sociologa francese Natalie Heinich. In tutti questi casi permane un’ambiguità di fondo perché, sebbene questi autori cerchino di costruire una sociologia dell’arte, alla fine il risultato che ottengono è quello di realizzare delle analisi su singoli aspetti come la fruizione, l’impatto delle grandi mostre, fenomeni collaterali come quello del collezionismo, cercando di inseguire e di delimitare in questo modo ciò che l’arte è senza mai riuscirci veramente.

Forse però anche questa storica incomprensione comincia a mostrare qualche crepa, e ne è prova un saggio appena uscito che si intitola Mercanti d’aura (Il Mulino, 2006), forse non a caso scritto da un sociologo (Alessandro Dal Lago) insieme ad un’artista (Serena Giordano). Probabilmente questo doppio sguardo sta alla base del fatto che Mercanti d’aura, grazie a una visione sostanzialmente laica del fenomeno artistico, evita di cadere nel cinismo di considerare il proprio oggetto spiegabile solamente in termini di opportunismo di mercato e di economia postmoderna, rischiando così di buttare, come si suol dire, il bambino – gli intrinseci valori artistici e culturali – insieme all’acqua sporca degli scambi meramente commerciali. In effetti siamo di fronte ad un’analisi disinvolta che, pur riconoscendo l’oggettivo merito della "svolta" dell’arte contemporanea, riesce anche a non farsi irretire dal suo potere di seduzione.

In questo senso Mercanti d’aura costituisce un unicum e anche un precedente di valore straordinario perché, riuscendo a determinare il quid del contemporaneo artistico a partire da Duchamp, non dimentica però di arrivare a fenomeni di eccezionale interesse come per esempio la ben nota questione della sponsorizzazione delle mostre o addirittura della produzione di oggetti para-artistici come la famosa serie delle tazzine Illy, arrivando alla conclusione che una seria sociologia dell’arte contemporanea deve prendere in considerazione tanto la mercificazione dell’opera d’arte quanto l’estetizzazione della merce. Queste due tendenze vanno dunque lette non in un senso meramente teorico, ma all’interno di quelli che a ragione dovremmo definire fenomeni sociali – posto che questi ultimi sono ormai, intrinsecamente, anche culturali.

Tuttavia, mi pare che anche in questa acuta, intelligente e originale visione del fenomeno artistico, permane una minima dislocazione di fondo: benché l’oggetto dell’analisi sia osservato spassionatamente, l’opzione base è che l’arte contemporanea resta qualcosa di originale, di "speciale", all’interno del contesto sociale "normale". Forse il problema andrebbe rovesciato: non credo che possa sfuggire a nessun sociologo, ancora una volta, neanche al più schivo, o al più conservatore (se ce ne fossero!), il fatto che i fenomeni sociali con i quali ci dobbiamo confrontare oggi manifestano una caotica bizzarria che spesso e volentieri costituirebbe l’invidia di gran parte degli artisti contemporanei. La possibilità di viaggiare in aereo in giro per il mondo a costi inferiori a quelli di un cappuccino, fenomeni imprevedibili come l’hackeraggio o la diffusione esponenziale delle spam (che costringe ad affidarsi ad altrettanto imprevedibili sistemi di filtraggio virtuale), oppure i nuovi generi di mobilità costituiti da forme di comunicazione inedite come gli sms, o la brusca caduta di contatto umano dovuta alla diffusione dei sistemi di navigazione satellitare – o anche solo il caos più completo e indecifrabile quando si affronta la (apparentemente semplice) questione dei più comuni servizi di telefonia, ecc. ecc. – tutte queste cose non hanno forse devastato, sfigurato e reso irriconoscibile il campo sociale? In altri termini: l’arte contemporanea è ancora una bizzarria inspiegabile in una società tranquilla e basata su fondamenti condivisi, o piuttosto è esattamente il contrario, cioè: all’interno di una società totalmente sconvolta e frastornata da linee oblique di eversione totale dei valori, parametri, tradizioni, l’arte non è uno degli ultimi luoghi persino conservatori dove sussistono delle gerarchie piuttosto precise e ben determinate da studi, da approfondimenti, da riviste, da siti, da critici, dal collezionismo, ecc. ecc.?

Forse ci dovremmo chiedere se i veri mercanti d’aura di oggi siano ancora i collezionisti e i galleristi, o non piuttosto gli attuali ingegneri della finanza creativa, gli immobiliaristi che impazzano in un mercato patafisico, i sottosegretari che promettono spazi televisivi in cambio di prestazioni erotiche, e le pubblicità che riprendono questo piccolo scandalo per vendere a loro volta servizi telefonici… Forse sono fenomeni di questo genere in cui paradossalmente si riflette ancor meglio la nostra condizione.

Questo articolo è apparso sulla rivista Exibart di novembre 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 29 novembre 2006