Il commercio dell’invisibile

Tiziano Scarpa



Sullo spiazzo all’esterno del Lingotto Fiere, una bambina di sei anni guida un Magirus Fire Ladder DLK 23-12 GLCS, un gigantesco carro dei pompieri.

Resto incantato a guardarla. Mi sa che rimarrà la cosa più strabiliante della 13a edizione di Artissima, la fiera di arte contemporanea di Torino.

Un addetto spiega alla bambina come manovrare la scala a telescopio alta una ventina di metri; la piccola impugna il joystick, quel tronchetto di manubrio che si usa in certi videogiochi, fa girare la scala su se stessa, la accorcia, la protende allungandola di nuovo verso l’alto.
Ai piedi del camion ci sono famigliole in fila, altri bambini aspettano il loro turno: salgono sul camion dopo di lei, ognuno a suo agio con quel dispositivo di comando, ormai allenati da anni di pratica virtuale sui computer di casa. Un pupattolo alla guida di un tecnomastodonte: sembra una performance di arte, anche se non c’entra con Artissima. È una piccola esibizione di veicoli Iveco, costruiti per le esigenze più diverse. Il camion con la scala dei pompieri ha già le decalcomanie in arabo sui portelloni, fa parte di una commessa per il governo saudita.
Chiedo informazioni ai sorveglianti. "Questa è una vendemmiatrice", mi spiegano. "Con questo invece hanno fatto un record mondiale di aratura, trecentoventi ettari in ventiquattr’ore."
"Ma chi li compra?"
"Oh, in Nord America, in Brasile. Li usano nei latifondi."

Entro e comincio anch’io ad arare gli ettari del Lingotto, percorrendo avanti e indietro i lunghi tappeti colorati, stesi sui corridoi fra gli stand. Quest’anno sono venute 172 gallerie d’arte, metà italiane, metà europee, più una quindicina da Usa, Canada, Israele, Sudafrica e Giappone.

Le fiere d’arte non pretendono certo di rappresentare i valori assoluti. Ti fanno vedere che cosa seleziona il mercato. Io le preferisco alle mostre ufficiali. Mi piacciono proprio i loro difetti: il caos, il chiasso, il fatto che le opere siano messe alla prova nella mischia, con accostamenti incongrui che non sarebbero mai tollerati dal curatore di un museo o di una collettiva "a tema": così càpita che un’installazione concettuale un po’ deprimente si ritrovi accanto a un dipinto dai colori sgargianti. Ci sono opere delicate che avrebbero bisogno di silenzio e spazio intorno: in un tale sovraffollamento rischiano di non essere nemmeno notate, è vero. Ma chi visita queste fiere sa che il silenzio e lo spazio attorno alle opere deve crearli dentro di sé: può diventare quasi un esercizio spirituale, è come proteggere un tabernacolo segreto in mezzo alla folla.

Quando posso le visito sempre: Artefiera a Bologna, MiArt a Milano, Fiac a Parigi, Armory Show e Scope a New York. La più divertente è la Flash Art Fair: si tiene dentro un albergo, gli artisti espongono i loro lavori sui letti matrimoniali, appesi sopra i comodini; perfino in bagno. E di notte, in mezzo alle opere, in quelle camere i galleristi ci dormono.

Giro per gli stand, saluto qualche artista, un paio di giovani galleriste. Entro nelle salette di proiezione dei video, protette dalle tende nere.

C’è un topos ormai consolidato nella videoarte: come colonna sonora, ci mettono una specie di rombo continuato, un ronzio baritonale attutito che dovrebbe servire a rendere più solenni le immagini. Per coincidenza, proprio ieri mi hanno raccontato di quella ragazza che accende il fon, o la ventola del condizionatore, appena suo figlio neonato si mette a piangere. "Ma che fai?". "Assomiglia al rumore che sentiva in pancia: quando lo sente si calma." Alle orecchie di un feto, nel ventre della madre, il rumore del mondo arriva filtrato dal sacco placentare e dall’amnio, è un fremito profondo del fondale. Dunque molta videoarte ha un’idea amniotica del sublime.

Uno sgorbio di Gino De Dominicis, grande come un francobollo, palesemente scarabocchiato senza nessuna intenzionalità, è presentato sotto vetro, incorniciato e messo in vendita come una reliquia. Ridacchio sarcastico, ma sotto sotto mi commuove questa folle, disperata iperquotazione del valore puro, astratto persino dalla materialità dell’opera. A guardare quel pezzettino di foglio venduto a peso d’oro si pensa subito a una perversione feticistica: "Ecco a cosa conduce l’estetica del genio!", mi è venuto da sentenziare anche a me, col ditino alzato. E invece questa inezia fatta oggetto di venerazione (dal prezzo in denaro quasi comico nella sua enormità), è una dichiarazione di brama d’infinito. Quanto più la cosa è niente – poche molecole di inchiostro tracciate a casaccio su un quadratino di carta – tanto più spicca, per contrasto, l’arte pura, depurata persino da sé stessa, svincolata da qualunque infezione con la materia, da qualsiasi possibile malinteso che la confonda con la maestria tecnica, o le intenzioni d’autore, o gli esiti oggettivi: l’arte liberata dalla necessità di realizzarsi in qualche cosa, e che perciò si manifesta in una cosa qualunque, uno scarto.

(D’altronde era De Dominicis che ha fatto un Cubo invisibile, segnando il contorno quadrato della base d’appoggio – appoggio? – sul pavimento con il nastro adesivo. Ho letto un saggio di tecnica del restauro che si preoccupava di come riparare il nastro adesivo, che nel frattempo si è deteriorato scollandosi. Ma come andrà restaurato l’inattingibile cubo?).

Continuo a prendere appunti, febbrilmente, annoto nomi, titoli, dimensioni, materiali, date. Alla fine della giornata, senza dirlo a nessuno stilo la mia classifica personale.

Terzo classificato. Si entra in una stanza scura. Al centro, in alto, gira una sfera di lustrini: sembra proprio una di quelle palle-lampadario da discoteca anni Settanta che rifrangono la luce. Però non è una sfera: è un grande teschio, un cranio di specchietti e paillettes del diametro di mezzo metro. Riflettendo il raggio di un faretto, il teschio rotante fa girare sulle pareti nere migliaia di lucine, come galassie che si espandono e si agglutinano. Morale: anche la più spassionata contemplazione dell’universo ha origine dal nostro essere mortali. Il cielo stellato è un riflesso dei nostri pensieri malinconici. L’artista è Bruno Peinado, l’opera è Untitled – Vanity Flight Case.

Il secondo posto se lo merita un video. Si vede una casetta di plexiglas, perfettamente trasparente, appoggiata su un prato. All’improvviso lì dentro cominciano a scoppiare dei fuochi d’artificio. Il fumo riempie l’interno, gli scoppi di luce non hanno spazio per sfogarsi, i colori dei fuochi si distinguono sempre meno nella nebbia grigia e poi nera. Morale: le energie passionali si comprimono fra le mura domestiche, diventano opache, violente, tragiche. L’artista si chiama Bruno Muzzolini, l’opera si intitola The Firework House.

La mia medaglia d’oro personale la do a una serie di fotografie. Sono immagini di piantine interstiziali, quei fili d’erba e ciuffetti verdi che crescono in città, nei posti sbagliati: nella linea di sutura fra muro e marciapiede, nelle rientranze dei gradini. L’artista si chiama Tatsuya Higuchi, la serie di piantine si intitola Michi Kusa: ne ha cercate e affettuosamente fotografate tantissime. La morale non serve dirla. Aggiungo solo che il poeticissimo Higuchi si è costruito anche delle scatolette blu con le fotografie che ha scattato al cielo: le ha ritagliate, piegate e incollate. Sono fragili cubetti di cielo tascabile, Boxed sky, cielo in scatola, da portare con sé di nascosto, nelle chiassose fiere d’arte e per il mondo, come dei minuscoli tabernacoli segreti. (Ah: come il cubo invisibile di De Dominicis, io i cubetti di Higuchi mica li ho visti. Sulle mensole dello stand c’erano solo i bollini rossi adesivi, quelli che i galleristi mettono per marcare il posto vuoto lasciato da un’opera già venduta.)








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 24 novembre 2006