Gli alchimisti del brutto

Tiziano Scarpa



Una scoreggia di successo

Nella notte di nozze, al culmine del suo primo orgasmo, la moglie si lascia scappare una scoreggia. Tommaso Landolfi lo dice così: "Sul più bello della sua prima estasi d’amore, una giovanissima sposa trullò". Il racconto si intitola "Sub specie flatus", fa parte della raccolta In società. È il 1962. "So bene che ormai non potrai più amarmi", dice, mortificata, la sposina al marito. Ha visto giusto: il matrimonio va a monte in meno di un anno. All’inizio degli anni Sessanta, una scoreggia matrimoniale poteva innescare nella coppia una lunga catena di umiliazioni e ripicche tali da provocare il divorzio.

Oggi la sposina direbbe: "So bene che solo così potrai amarmi". L’esibizione del negativo è l’attuale strategia di successo. Mostrare difetti, cadute di tono, debolezze caratteriali, oggi ripaga.

È notte, sulla spiaggia di un’isola tropicale. Davanti alle telecamere a raggi infrarossi un comico cinquantenne vuole allungare la mano sul seno siliconato di una ragazza: "Sono arrapato, non ho mai toccato una protesi", le dice. Lei gli dà uno schiaffo e scoppia a piangere. Alla successiva puntata della trasmissione, la presentatrice si collega con l’isola dallo studio, fa un processo al comico maschilista. Lui è pentito, si mette a frignare in diretta. Risultato? Catarsi, assoluzione e aumento di popolarità. Il comico ha dimostrato di avere un’umanità più sfaccettata della prevedibile immagine "vincente". Si è annesso anche la sua parte d’ombra: il lato morboso, sessista, e pure la fragilità piagnona. Ciò che pochi anni fa sarebbe stato motivo di scandalo e di condanna, oggi è un mezzo per la promozione sociale.

È una strategia applicata anche da Marco Baldini, il deejay che ha scritto un’autobiografia sulla sua ossessione per il gioco d’azzardo. Il libro si vende bene, Baldini sta facendo il giro dei media, realizzando la trasformazione alchemica di un’onta in un’onorificenza.

Le oscillazioni del brutto

L’anno scorso ci sono state grandi celebrazioni della bruttezza. Alla pittura cacofila e orrificante di Lucian Freud è stata dedicata una monumentale mostra al Museo Correr di Venezia. D’accordo, stiamo parlando di uno stile personale, di scelte estetiche, di storia dell’arte… Ma che cosa avranno pensato le sue modelle nel constatarsi così ritratte sulla tela? Avranno accettato in cuor loro di essere ciccebombe cannoniere orribilmente sfatte? Puri ammassi di carne umana buttata sul pavimento, sul divano: carnagioni crivellate dalla cellulite, frastagliate dalle varici. Cos’avrà pensato Maria Giovanna Elmi vedendosi ridotta a telezombie di sé stessa all’Isola dei famosi? L’ex Signorina Buonasera della nostra infanzia, l’annunciatrice della quale conoscevamo solo la testa di bambolina ipertruccata, ultracosmetica, si aggirava in bikini con solchi e pieghe di pelle che le colavano dalle giunture, come se indossasse una tuta dermica di due taglie più grande del suo corpo. Che cos’è, sadismo voyeurista? La tivù che vendica i telespettatori? Che fa comunella con il pubblico a spese dei suoi stessi personaggi? Un tempo li aveva idealizzati, oggi svela la verità della loro condizione mostrandoli inermi, decrepiti, laidi.

In realtà l’esibizione della fragilità, la bruttezza ostentata, può permettersela soltanto il potere. Papa Wojtyla incapace di parlare, strozzato dalla malattia, che offre sé stesso in mondovisione come icona dell’umana mortalità, è il potere che si accaparra anche la propria impotenza trasformandola in accrescimento di forza. Chi lo ha criticato è riuscito soltanto ad appellarsi, mondanamente, a frivole questioni di buon gusto. Ma l’immagine del papato ne è uscita rafforzata.

L’elettrodomestico psicotico

In televisione, dopo decenni di pubblico in studio che applaude a comando qualsiasi mediocrità, dopo le risate preregistrate delle sit-com che risuonano a ogni battuta cretina, è stata la Gialappa’s Band a fare un altro passo avanti verso la legittimazione del brutto e dell’impresentabile. Che ruolo impersona, questo trio di intelligentoni? Tre invisibili spettatori che perdono tempo a dileggiare roba che gli fa schifo. Inchiodati davanti alla tivù, anche se la considerano monnezza. Le loro voci fuori campo fanno battute sarcastiche sulle peggiori scene televisive: nel corso degli anni hanno irriso trasmissioni straniere e nostrane, strafalcioni di giornalisti sportivi, gaffe di concorrenti sprovveduti. La televisione ha inglobato all’interno di sé stessa anche lo sguardo che la disprezza.

Applausi in studio, risate preregistrate, sarcasmo fuori campo: è la colonna sonora che trasforma la bruttezza in goduria. All’ultima Biennale Teatro, diretta da Romeo Castellucci, ho visto un video di Cameron Jamie. Documentava una gara a premi per divoratori di hot dog. Vinceva chi ne mangiava di più in 15 minuti. I concorrenti si ingozzavano disgustosamente. Proprio quel genere di scene che, con le voci della Gialappa’s, diventerebbe un’occasione di spasso. Invece alla Biennale il commento era affidato a Keiji Hajno, un musicista che fa urlare la sua chitarra elettrica. Suonava la disperazione di essere esposti a una visione orrenda. La colonna sonora faceva sentire la vera voce di quelle immagini. Siamo abituati a pensare che le cose vadano criticate con la finezza dell’ironia. Non è vero. Certe cose vanno commentate con l’urlo di chi non le sopporta più.

La televisione sta diventando sempre più autistica. È come se si guardasse da sola. Si applaude, ride, si denigra, si scandalizza di sé stessa, si autoassolve, si coccola. Fa tutto da sé. Soffre di delirio di onnipotenza. Quando la guardo, mi sembra di assistere a un caso clinico. Un elettrodomestico ormai completamente psicotico. La tivù è pazza. Non sarebbe ora di assecondarla, abbandonandola completamente a sé stessa, lasciando che se la spassi da sola?








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 31 gennaio 2006