Ellis Island

Andrea Tarabbia



Se, come diceva il grande Angelo Maria Ripellino, Velimir Chlebnikov è un continente, Bret Easton Ellis deve essere per forza almeno un’isola.
Lettura di Lunar Park, da tutti acclamato come il capolavoro del "più importante scrittore quarantenne del mondo". Ho avuto con Bret Ellis nel corso degli anni un rapporto conflittuale, cominciato in Sardegna nel 1991, anno di uscita del suo libro più famoso, American Psycho. Eravamo in vacanza in Gallura, io, i miei genitori, mia sorella, la zia e un’amica di famiglia -famelica divoratrice di best sellers cartonati. Uno dei libri che l’amica di famiglia aveva nella borsa della spiaggia era, appunto, American Psycho, che leggeva sul bagnasciuga, sotto l’ombrellone. Era l’anno della prima guerra in Iraq, dei primi sommovimenti che avrebbero portato a Tangentopoli, e io avevo finito le medie, mi pare, e mi apprestavo a cominciare il liceo una volta rientrati a casa. Ero nel pieno dell’esplosione ormonale, cominciavo a guardare con un occhio adulto i corpi delle donne sulla spiaggia eccetera. Era anche l’anno in cui questa amica di famiglia cominciò a patire una vasta gamma di attacchi d’ansia e di panico che le fecero pian piano smettere di fumare e di bere caffè. Il medico le aveva vietato per un certo periodo le "emozioni forti" e credo che prendesse dei tranquillanti.
Sono sempre stato attratto, come tutti, dai serial killer, meglio se molto sanguinari e se il loro tipo di violenza era del tutto ingiustificato e imprevedibile. Un serial killer che usa la pistola è un pivello, il serial killer deve cavare gli occhi, bruciare le ciglia, fare a fette le anche e conservare pezzi di corpi nel frigo. Per questo motivo provavo continuamente a tuffare lo sguardo tra le pagine del volume che l’amica di famiglia leggeva sotto l’ombrellone, e posso dire che American Psycho è stato il primo libro che mi abbia stimolato una curiosità viva e aliena dagli obblighi scolastici. Le chiedevo continuamente che cosa facesse il protagonista di quel romanzone che stava leggendo e lei mi raccontava le gesta di Patrick Bateman edulcorandole perché avevo tredici anni. Di American Psycho si cominciò presto a parlare tutti quanti sotto l’ombrellone: posso dire che è uno dei pochi libri che nel corso degli anni sono stati al centro di discussioni nella mia famiglia, soprattutto dal momento in cui, a causa degli attacchi di ansia, un pomeriggio sulla spiaggia di Stintino l’amica di famiglia chiuse il libro (ne aveva letto una metà) e disse: "Basta, devo smettere. Non ce la faccio più."
Io presi il volume dalla stuoia e cominciai a sfogliarlo, sorpreso che mi lasciassero fare. Lessi d’un fiato, nel giro di un paio di giorni, molti episodi: la scena con le due ragazze nel capitolo "Ragazze", poi "Uccido un cane", "Uccido un bambino allo zoo", un’altra serie di torture a una "Ragazza", alternando l’eccitazione per le parti pornografiche a quella per gli omicidi. Una lettura disordinata e parziale, che non teneva conto della struttura del romanzo e dei significati dell’opera. Sfogliavo, e dove trovavo le parole "figa", "tette", "pompino" mi fermavo e leggevo la pagina.
Ho comprato American Psycho di recente, in edizione Einaudi, ma non l’ho letto. È che mi sembra di averlo già fatto, mi sembra un libro già acquisito. So perfettamente che non è vero, ma non so che cosa possa darmi di più di quello che mi aveva già dato –sconvolgendomi- quando avevo tredici anni. E poi se ne è parlato e se ne parla talmente tanto che forse ho bisogno ancora di qualche anno prima di affrontarlo con uno sguardo innocente.
Leggo perciò Lunar Park. In Lunar Park, che è un romanzo di ritorni, compare Patrick Bateman. Ellis sembra a volte voler fare un riassunto e un bilancio della sua carriera di scrittore e del rapporto con le cose che ha scritto nel corso degli anni, e nei confronti di Patrick Bateman sembra quasi voler prendere le distanze: il protagonista di Lunar Park, Bret Easton Ellis, ha paura di Patrick Bateman, e arriva a un certo punto a scrivere che chi ha letto con attenzione American Psycho non può credere che gli omicidi che vi sono contenuti siano stati compiuti realmente. Chi ha letto American Psycho sa per forza che quella massa di torture e di supplizi sono la risposta –onirica- di un self-made man (la cui matrice è il padre di Ellis, a cui Lunar Park è dedicato) allo schifo della società edonistica dell’America reaganiana. Che sia vero o no, questa presa di posizione fa gioco a Lunar Park, che è costruito sull’opposizione finzione/realtà, su vari tipi di Bret Easton Ellis, e sul rapporto dello scrittore con la propria scrittura, con i propri personaggi e con le persone vere/fittizie del proprio passato.
Lunar Park possiede forse il primo capitolo più bello che abbia mai letto. È assolutamente magistrale il modo in cui Ellis guarda a ritroso nella propria vita cominciando a intrecciarla con le vicende dei propri romanzi, ed è da urlo il momento in cui –nel contesto di una trentina di pagine in cui viene messo in atto un disvelamento tutto šklovskijano dei meccanismi narrativi- il lettore viene condotto nella dimensione fictional del romanzo. Senza colpo ferire, Ellis passa di qua e di là del reale senza far avvertire nessuna scossa, ma allo stesso tempo palesando l’operazione che sta mettendo in atto. Inoltre, in quella trentina di pagine, vengono toccati tutti i registri, e il capitolo riesce a essere autorefenziale ed esplosivo al tempo stesso.
Poi succede qualcosa. Comincia la narrazione vera e propria, si può dire, e il romanzo cambia tono. Mancano i guizzi continui che costituivano l’esordio e sembra di trovarsi di fronte a Harry a pezzi scritto da Stephen King. C’è tensione, c’è ritmo, ci sono, dilatati, tutti i temi del primo capitolo, ci sono tutti i toni e tutti i registri, ci sono momenti di puro divertimento (il capitolo IV, dedicato a Figa minorenne, il libro che l’Ellis personaggio sta scrivendo) e momenti pieni di dolore, ma non c’è più quel guizzo che rendeva l’attacco un pezzo di bravura epocale.
Lunar Park diventa un bellissimo romanzo normale, un’opera che inchioda, che spaventa e che suscita una certa ammirazione, ma che si assesta su un regime narrativo che ha qualcosa del già visto. Esistono, sia chiaro, poche persone al mondo che sarebbero in grado di scrivere un’opera di questo tipo, ma Lunar Park, all’inizio, era qualcosa di diverso e di più grande.
Ho spesso questo tipo di problema quando affronto la letteratura americana contemporanea. Mi è successo anche qualche giorno fa, mentre leggevo Il cuore nero di Paris Trout di Pete Dexter, National Book Award 1989: un romanzo strutturalmente perfetto, avvincente, con personaggi che diventano nel giro di qualche capitolo i miei vicini di casa; una scrittura controllata, con ogni parola nel posto gusto, ben dosata, una narrazione che ha delle scosse nei momenti in cui è necessario che ci siano scosse. Spesso quando leggo gli americani (non voglio fare di tutta l’erba un fascio, e mi rendo conto che Lunar Park è superiore a Paris Trout e che DeLillo è forse il massimo che c’è in circolazione) ho, insieme a un istintivo moto di ammirazione, anche la sensazione di una mancanza. Paris Trout, ad esempio, è un romanzo che mi piacerebbe saper scrivere, ma che non scriverei mai.
L’americanità letteraria mi dà la sensazione di una perfetta macchina per prodotti letterari perfetti. Come si fa a scrivere un romanzo? Come si delinea un personaggio? Come si costruisce un dialogo? Come si descrivono un ambiente, un’atmosfera? Le risposte a queste domande basilari sono tutte nelle pagine di qualsiasi (buon) romanzo americano degli ultimi trent’anni. È una narrativa da scuola di scrittura. E non sono sicuro che, messo davanti a una pagina anonima di Word, sarei in grado di distinguere una pagina di Dexter da una di Lansdale da una di Yates. Qual è la vera voce dell’uno e dell’altro?
Forse il modo migliore per descrivere questa mia sensazione è il seguente: leggendo un romanzo americano (sia chiaro: mi riferisco alla narrativa USA strettamente contemporanea, non certo a Melville, a Faulkner, a Bellow e così via) non riesco a evitare di immaginarmi lo scrittore al tavolo da lavoro. Me lo immagino che si rimbocca le maniche e dice:

"Eccoci qua. Cosa c’è da fare oggi? Ah sì, Mr X deve andare a trovare la signora Y, deve succedere questo e quello, ci devono essere:
1) la descrizione dell’ambiente
2) i vestiti, il modo di muoversi
3) sette parolacce
4) i pensieri (parzialmente lubrichi) del narratore o del protagonista
5) cibo in scatola, marche di automobili, televisori, trasmissioni radio, nomi di VIP
6) l’eco di un legame famigliare andato perduto e del rapporto conflittuale con i figli/genitori
7) una pistola.
All’opera!"

E così via. Ho l’idea che la differenza, rispetto all’approccio italiano ed europeo (Gran Bretagna esclusa), sia nell’attitudine con cui lo scrittore affronta il lavoro sulla pagina. Si tratta di un’idea in embrione, difficile da esprimere, e figlia di qualche appassionata discussione il cui basso continuo era "Ho una certa difficoltà a esprimere quello che ho in mente perché è una sensazione di lettura e non è razionalizzabile": la metto qui, in chiusura, riportandola quasi testualmente dagli appunti che ho preso sul mio taccuino: "Gli americani affrontano il testo con l’idea di dover raccontare una storia, gli europei con l’idea di scrivere un libro. Ci sono due forze opposte, dall’una e dall’altra parte dell’Atlantico, che arrivano spesso allo stesso risultato: un romanzo europeo parte da quello che chiamerò banalmente il sottotesto per arrivare al testo; un romanzo americano parte dal testo per arrivare al sottotesto. Per i primi il concetto, il riferimento culturale, il posizionamento nel sistema della cultura e poi l’intreccio; per i secondi i fatti, le cose, le persone, il plot e poi il resto. Per i primi il reale e un modo di descriverlo, per i secondi la fiction e il suo rapporto con le cose che ci sono."
Anche Lunar Park non si allontana da questo modo di agire. Ho però avuto la percezione netta, nel primo capitolo, che Ellis stesse facendo un’operazione per così dire più europea, e mi sono entusiasmato. L’accumulo di avvenimenti, di colpi d’ala e di scena, l’esplosione controllata e misuratamente imprevedibile della pagina ne fanno invece "solo" una delle migliori manifestazioni dell’America letteraria.








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 14 novembre 2006