L’azzardo della poesia

Daniele Piccini



Riflessioni su una vulgata contemporanea

Il 12 ottobre, sulle pagine di "Avvenire" è apparsa un’intervista ad Alberto Bertoni, docente all’Università di Bologna, sulla poesia. Motivo conduttore della sua riflessione la marginalità dello spazio dedicato a questo genere dai media e dall’editoria di massa e alcune ’istruzioni per l’uso’, prima fra tutte quella della disponibilità di autori e critici ad ascoltare e a mettere da parte ogni ambizione di grandezza, ogni "titanismo", dato che occorrono, ormai, attenzione reciproca, artigianato e pazienza. Ecco alcune delle parole dell’intervistato:

"Dobbiamo persuaderci che l’età romantica è finita e che nessun titanismo dell’io, nessun atteggiamento da vati sono più possibili: umiltà, competenza artigianale, predisposizione a un vero silenzio interiore e volontà d’ascolto dell’Altro sono gli unici ingredienti possibili, oggi, per una pratica consapevole e dialogica della poesia".

Sullo sfondo, come da tante parti si sente dire, la fine di ogni canone possibile, una qualità media abbastanza elevata della produzione (e, dunque, l’assenza di picchi, sembra di capire), la necessità dialogica di leggersi a vicenda, magari in festival più o meno per addetti ai lavori (lo slogan è ancora quello di Berardinelli e Cordelli del 1975: il pubblico della poesia è composto dai poeti stessi e al più da qualche professore-poeta).

Dice infatti ancora Bertoni: "Sono spesso [le antologie] gli unici luoghi nei quali è possibile imbattersi in voci imperdibili della contemporaneità e quindi rivestono una funzione di serbatoio, di volano e di stimolo per la conoscenza del ’mare magnum’ dell’attuale produzione in versi, priva di canoni ma ben ricca di scritture qualitativamente alte".

E ancora, sui festival:

"solo in Italia sono stati censiti più di due milioni di scrittori in versi e leggere insieme, ad alta voce, è più rassicurante e umanamente ’caldo’, rispetto alla pratica silenziosa, solitaria, ad effetto differito nel tempo e nello spazio, delle operazioni combinate di scrittura/lettura".

Se la bonomia del ragionamento è meritoria, e degno di attenzione, se non altro in quanto rispecchiante un’opinione diffusa, il punto di vista (che Bertoni ha ripetuto al recente convegno di New York Absent Canons organizzato dalla Columbia University, 27-28 ottobre, al quale da posizioni molto differenti, come qui documento, ho preso parte anch’io), bisogna dire che questo modo di concepire la poesia, e proprio nel momento di una strettoia senza precedenti, di uno di quei colli di bottiglia che rischiano di strozzarne la vitalità, la permanenza decisiva (non una stracca e tollerata, magari professorale sussistenza), merita di essere discusso. Perché molte invisibili insidie si nascondono dietro una così morbida e un po’ accomodante visione, tanto più se a proporla non è un ’passante’ dell’ambiente, ma un professore universitario che da molti anni tiene corsi sulla poesia moderna e che ha appena pubblicato presso il Mulino un manuale su La poesia. Come si legge e come si scrive.

Il problema è spinoso. Dalle argomentazioni di Bertoni, buon amico di chi scrive (è sempre bene specificare: qui si parla di concezioni intellettuali, non, per quel che so io, di beghe di bottega), si rafforza e conferma, in un circolo viziosissimo, l’illusione della facilità e ’digeribilità’ della poesia; della possibilità, data un po’ di cultura e qualche ingrediente, di produrla (un po’ di metrica, attenzione alle cose, qualche pizzico di retorica, ambizione ma moderata: si vorrà mica fare il Dante della situazione…). Insomma, si sostiene la comunicabilità orizzontale (già di per sé suggerita dalla democratizzazione degli strumenti: versi liberi, assenza di strutture regolate), la sociabilità della poesia entro un orizzonte di addetti ai lavori non popolare ma neppure eccessivamente aristocratico.

Il punto è che la poesia grande (ad esempio quella di Dante e Petrarca che inevitabilmente Bertoni cita come ’fari’, ma si potrebbe arrivare a Foscolo e perché no Saba, Ungaretti, Montale, Pasolini, forse anche Luzi, Zanzotto, Raboni) non è mai stata questo moderato e dialogico intarsio. È stata un’autentica battaglia: vogliamo ricordarci la "gloria de la lingua" che in Purgatorio XI l’uno e l’altro Guido si strappano a vicenda, per poi venire cacciati entrambi dal nido ad opera di un terzo, che renderà "scura" anche la loro fama?; è stato un mirare al di là delle richieste compromissorie dell’epoca, spesso contro di esse, a una compattezza, unità, intensità della dizione che non ha per termine l’accoglienza di un gruppetto di moderati critici contemporanei ma il tentativo di intelligenza del mondo (la bravura dei critici sta semmai proprio nel distinguere e nel metabolizzare l’altezza d’assunto di una determinata opera).

Vittorio Sereni, autore caro a Bertoni, parla in una sua poesia della difficile convivenza del linguaggio poetico medio di un’epoca e della tensione assoluta del grande poeta ("Ci vuole un secolo o quasi / – fiammeggiava Ungaretti sulla porta / della Galleria Apollinaire – / ci vuole tutta la fatica tutto il male / tutto il sangue marcio / tutto il sangue limpido / di un secolo per farne uno… // [...]", Poeti in via Brera: due età, da Stella variabile, 1981).

Giovanni Giudici, carissimo a Bertoni, in una memoranda poesia di o beatrice del 1972 (Alcuni), emblematizza la natura solitaria, dolorosamente oltranzistica, a tratti inane e insana, del poeta moderno, quasi un sovvertitore, un profeta inascoltato, un don chisciotte che non si rassegna alla piccolezza del mondo come gli vien consegnato e contato e che cerca – certo – l’ascolto partecipe di qualcuno, ma di uno disposto a far propria la sua "insania", a partecipare interamente della visione che il poeta rende in parola e che sul momento non è sotto gli occhi di nessun altro ("[...] // E chiamandoti a un futuro di penuria / io chiedo la tua insania perché la mia abbia forza / perché si possa dire che è una cosa reale / quella che due distinte persone vedono identica // [...]").

La poesia è stata fino a ieri, fino a oggi, questa irriducibile mistura di arrogante superbia e di straordinaria umiltà (di fronte all’oggettiva resistenza opposta dalle cose, più che altro), di sormontante tentativo di dire quello che non è stato detto ancora da altri, da alcun altro, e il desiderio di farsi udire, di far compagnia agli uomini, anche i più semplici ("Che fa tu, luna, in ciel? dimmi che fai, / silenziosa luna"…). Nel tempo in cui pochi vi si accostano, pochi cercano la sua grana senza concessioni al moderatismo e alla buona creanza, la poesia deve forse amalgamarsi al politically correct, alla orizzontalità dell’epoca? deve esserne un fedele rispecchiamento? E dovremo, dunque, rinunciare a scrivere, come si è fatto ancora fino a ieri (diciamo da noi fino agli anni Settanta, più o meno), una storia della letteratura, sia pure non più teleologica e unitaria come quella desanctisiana e magari invece pluriforme, policentrica e persino plurilinguistica (i dialetti) come quella proposta da Contini e Mengaldo?

Su questa linea di accettazione della difficoltà e forse persino di resa, si snoda il sentimento comune del tempo, per cui si producono per una trentina d’anni del tardo Novecento cataloghi esorbitanti di autori (da sessanta-settanta a cento o duecento e oltre, come nell’antologia dello stesso Bertoni uscita qualche anno fa da un piccolo editore bolognese), invece che ricognizioni giudicanti, qualitativamente arrischiate, in cerca dell’alito odoroso della pantera (come Dante dice nel De vulgari eloquentia). La moda è insomma quella di antologie (paragonabili ad annuari estesi) che con l’obiettivo dichiarato di preservare tracce di libri altrimenti introvabili, contribuiscono ad un livellamento dei valori illusivo e falsante le prospettive e gli approcci di lettura, anche di quegli studenti e lettori di domani, già tanto confusi, che andrebbero semmai, al contrario, educati al senso delle proporzioni, soprattutto dall’università e da figure istituzionali di orientamento. Meglio andrebbe se, almeno, le due tendenze si tenessero in equilibrio, fossero compresenti: ma che l’attività critica sulla poesia sia ormai inscindibile dal censimento, dall’elenco è oggi quasi una vulgata, un luogo comune invalso, mentre l’altro atteggiamento, quello giudicante e più propenso alla selezione, è non solo minoritario, ma magari facilmente tacciabile di "titanismo": mentre in gioco è proprio la sopravvivenza di una tradizione.

L’assolutizzazione anche in sede storica e didattica di tale atteggiamento dominante (quello della ricognizione, come si dice, a trecentosessanta gradi, più naturale su riviste specializzate, documentarie, di informazione, benché anche lì si ponga il problema di un minimo di scelta) si sposa, suo malgrado s’intende, con l’aperta ed evidente malafede di editori piccoli o piccolissimi, che propongono a chiunque di pubblicare poesia (naturalmente senza distribuzione), purché dietro lauto pagamento; di quelli che organizzano annuari artistico-letterari per centinaia e centinaia di ignoti verseggiatori, di solito digiuni di ogni studio (non le riceviamo tutti a casa quelle lettere truffaldine?).

E poi, viene da chiedersi: un linguaggio che produca solo operatori medi, discreti, leggibili, garbati e non troppo ambiziosi (Dante e Petrarca sono giganti andati, passati: i contemporanei sono nani che possono solo ripetere, modulare, collezionare pietruzze), avrà ancora un futuro, che non sia quello del museo orizzontale delle piccole e moderate ambizioni personali? quello, voglio dire, di una poesia fai-da-te, che il bravo professore-alchimista potrà insegnare a fare, a produrre?

Mi permetto semplicemente di annotare che un quadro simile è inedito (o semmai paragonabile, ma per difetto, a età di crisi tipo il nostro primo Quattrocento o certo Seicento). E che forse, alzando la posta della riflessione, proprio da critici, da intellettuali (che è il piano su cui si intende qui discutere); facendo interagire la storia con il presente; selezionando, postulando la necessità di nuovi ’classici’, magari i Leopardi o Rimbaud di domani troveranno ancora un territorio fertile per tentare. Altrimenti, come Bertoni stesso suggerisce accostando cantautori e poeti, sarà tanto più facile ascoltare le sirene dell’audience o, volendo a tutti i costi essere poeti, della mediocrità riconosciuta, favorita e ghettizzata dei circolini letterari. Ma la poesia, così, servirà ancora a qualcuno?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 11 novembre 2006