I fatti di Poznan. II

Benedetta Centovalli



Questa è la storia di una ferita. Una ferita che non si è mai rimarginata. Una ferita però che rischia di essere cicatrizzata dal silenzio della memoria. Per questo non poteva finire il 2006 senza ricordare allo scadere del cinquantesimo anniversario la vicenda amara e scomoda della chiusura del "Nuovo Corriere" di Firenze. E insieme quei tragici fatti di Poznań, i sanguinosi moti popolari polacchi che dettero il via ai grandi movimenti di rivolta che dal ’56 arrivarono al 1989.
Giornale a diffusione nazionale, molto radicato in Toscana, "Il Nuovo Corriere" è formalmente un quotidiano di sinistra senza obblighi di partito, ma di fatto è un giornale fiancheggiatore del partito comunista che lo sostiene economicamente.
Dopo Mario Fabiani, sindaco di Firenze, Romano Bilenchi ne firma la direzione dall’11 settembre 1948. Bilenchi aveva fondato e diretto la rivista "Società", poi lasciata per divergenze sulla sua conduzione quando Togliatti aveva richiesto – nonostante gli elogi fatti fino allora - una maggiore osservanza marxista. Lo scrittore gli aveva risposto che era marxista ma non riteneva opportuno introdurre il marxismo dappertutto. Con queste stesse premesse Bilenchi accettò di guidare "Il Nuovo Corriere": "Io sono per il colloquio con i cattolici, per l’unità sindacale, per l’unione delle sinistre, di tutte le sinistre di tutti i partiti, non credo alla dittatura del proletariato che porta alla dittatura della polizia politica…".
E di fatto per nove anni il giornale crebbe su questi principi in piena libertà, accogliendo le firme più prestigiose del mondo della cultura, promuovendo il dibattito politico, difendendo la neutralità tra i due blocchi, occupandosi delle realtà locali. Parlando alla gente comune dava voce all’area progressista e sollecitava il confronto tra la sinistra e i cattolici. Il giornale fu sostenuto e elogiato da molti, tollerato e osteggiato dai dirigenti di partito più conservatori e a poco a poco fu lasciato in balia di se stesso. Correva l’anno 1956, il xx Congresso del Pcus e il Rapporto Krusciov avevano appena dato lo scossone decisivo, e il segnale forte di cambiamento arrivò il 28 giugno con i fatti di Poznań, quattro mesi prima dell’Ungheria. "Il Nuovo Corriere" si schierò dalla parte degli operai polacchi insorti, con un editoriale datato 1° luglio: "I morti di Poznań sono morti nostri. Intendete che cosa vogliamo dire? Vogliamo dire che anch’essi sono caduti sulla via che porta ad una società più giusta e più libera".
Un mese dopo il giornale fu chiuso. Il partito comunista ne sospese il finanziamento ufficialmente per ragioni economiche, nonostante che la tiratura giornaliera fosse di oltre cinquantamila copie, che Mattei si fosse impegnato a investire sul giornale risanandone il disavanzo con la pubblicità dell’Eni. L’ultimo numero uscì il 7 agosto con un articolo di ringraziamento e di saluto ai lettori e ai collaboratori. Nel Congedo Bilenchi si dimenticò però di ringraziare il partito, "ma fu una svista, non ci fu in me nessuna intenzione polemica". Togliatti lo rimproverò in una lettera ricordandogli che la morte del giornale era anche conseguenza di un lungo scontro interno al partito. La risposta di Bilenchi trasuda un furore trattenuto: chiacchiere sulla crisi del giornale, voci diffamatorie sui nuovi finanziamenti, trattamento bestiale per tutti i dipendenti messi sulla strada da un giorno all’altro. "Ma che concetto si ha degli uomini? Altro, caro Togliatti, che il Partito Comunista e i suoi dirigenti!" tuona Bilenchi. Una questione di libertà era diventata una questione di verità per il direttore del "Nuovo Corriere", si trattava di difendere in primo luogo la verità di quanto accaduto e la verità era che la libertà di espressione, la libertà di stampa erano state calpestate.

Questi documenti "politici" offerti insieme alla lettura per la prima volta sono testi che bruciano. Hanno il fuoco nelle loro parole. Stanno lì a testimoniare uno strappo violento e cieco, un atto di censura e di suicidio culturale. Fanno riflettere. Non ci furono altre occasioni per Bilenchi direttore e Firenze perse con il suo più autorevole quotidiano cittadino la possibilità di rimanere un polo pulsante del mondo politico e culturale italiano. Dopo un anno di isolamento e di ostracismo trascorso nella sua casa ("Non mi offrirono nulla e, approfittando della malattia di Togliatti, mi allontanarono…"), Bilenchi si nascose alla "Nazione", dove rimarrà fino al 1971, anno della pensione, come responsabile della terza pagina e dove non ha mai corretto "un rigo di politica".
All’editoriale sui fatti di Poznań si affiancano in questa pubblicazione un aperto scambio di lettere tra Vittorini e Bilenchi intorno al "Nuovo Corriere" e dopo l’uscita di Bilenchi dal partito comunista nel 1957 ("Io non sarei uscito per la soppressione del ’Nuovo Corriere’, non sono uscito a causa dei fatti di Ungheria come molti hanno detto. Uscii perché ero stato trattato bestialmente") una sua bruciante lettera del 1959 all’amico Elio che lo invitava a firmare un appello al Psi dove si fa il punto sulla situazione politica e sul significato della politica ("Io non credo a questi partiti: il Pci, il Psi, il Psdi sono sputtanati, sputtanatissimi. Io penso che noi dovremmo se mai agire perché si formi un partito di sinistra più moderno, democratico…"). Infine due missive "scorticate" di Bilenchi del gennaio 1972 ancora sulla questione del "Nuovo Corriere" a Silvio Guarnieri, che gli aveva chiesto di scrivere un ricordo di Vittorini per il numero speciale del "Ponte" dedicato allo scrittore siciliano. Nell’aprile del 1972 Bilenchi rientra nel Pci con una lunga lettera sull’"Unità" indirizzata a Mario Fabiani. Nel febbraio dello stesso anno esce per Vallecchi la prima edizione del Bottone di Stalingrado. Per chi aveva solo avuto il torto della lungimiranza, dell’indipendenza, dell’onestà politica e intellettuale, del senso di responsabilità – intendiamo sempre il significato di queste parole? - la partita con la storia si era riaperta su quella ferita non chiusa.

Nota introduttiva a Romano Bilenchi, I fatti di Poznan, a cura di Benedetta Centovalli, edizione numerata fuori commercio realizzata dall’editore Alet a cinquant’anni dalla chiusura del "Nuovo Corriere" di Firenze per il Natale 2006.








pubblicato da b.centovalli nella rubrica democrazia il 30 dicembre 2006