I fatti di Poznan. I

Romano Bilenchi



I morti di Poznan

I morti di Poznań sono morti nostri. Intendete che cosa vogliamo dire? Vogliamo dire che anch’essi sono caduti sulla via che porta a una società più giusta e più libera. Proprio per questo essi appartengono ad una comunità che esorbita dai governi, dalle stesse singole nazioni. Questa comunità ha ormai tanti morti che stanno a segnare l’inizio di altrettante tappe risolutive. I morti di Poznań sono morti nostri anche se tra le cause che hanno determinato la strage, insieme con le disagiate condizioni dei lavoratori, c’è stata una provocazione, come c’è stata. Chi è caduto col mitra in mano sparando contro i soldati, assaltando gli edifici pubblici, non vedeva le difficoltà contingenti del paese, non aveva le stesse idee di chi governa, magari della grande maggioranza dei cittadini, non conosceva gli interessi di coloro che gli hanno armato la mano, credeva di combattere per ideali sacrosanti. Da questi uomini, naturalmente, vanno esclusi coloro che volevano fare del male coscienti di farlo. Questa è la realtà complessa, intera, delle lotte di oggi e di ieri per il progresso. E noi sappiamo benissimo che durante il nostro Risorgimento non c’erano soltanto i piemontesi, i garibaldini, i mazziniani, ma anche i papalini e i borbonici.
Ora noi comprendiamo le campagne di stampa scatenate in Occidente contro i paesi socialisti. Le fucilate altrui servono a coprire quelle più numerose e altrettanto lugubri che echeggiano a Cipro e nell’Africa del Nord. Una delle tesi sulle cause degli incidenti di Poznań è questa: non appena, per la destalinizzazione, si sono allentati i freni polizieschi, la gente è insorta ed ha approfittato della particolare contingenza per rivelare i suoi veri sentimenti. Questa voce sembra voler dare ai dirigenti dell’Est un disinteressato consiglio: finché adoperate la maniera forte non avrete fastidi. Noi comprendiamo benissimo che ai nemici della distensione servissero le maniere forti adottate all’Est sia in campo interno che in quello internazionale. Abbiamo visto infatti che è bastata, dopo la morte di Stalin, la conferenza di Ginevra perché lo spettro della guerra fredda che aveva come prospettiva la guerra calda, si dileguasse dinanzi agli occhi degli uomini che tornavano a sperare.
Noi non possiamo prendere lezioni di libertà e di giustizia da chi aiuta una minoranza di sgherri a calpestare il popolo del Guatemala che era riuscito a liberarsi dai suoi pochi sfruttatori, da chi favorisce il linciaggio dei negri, da chi commette crimini come l’assassinio dei Rosenberg. E neppure da chi massacra gli abitanti del Kenya e i giovani patrioti di Cipro. E tanto meno da chi porta continuamente la guerra in casa altrui e getta le bombe al napalm sui villaggi dell’Indocina e scaglia i suoi aerei e i suoi carri armati contro algerini e tunisini. Ma comprendiamo come in questi giorni Poznań sia un fatto favorevole a Washington, a Londra e a Parigi e che esse cerchino di sfruttare questo fatto. Rientra nel giuoco di una politica, di coloro che conducono una politica in prima persona, da padroni, oggi assestando un colpo, domani incassando colpi a loro volta.
Noi siamo stupiti, invece, di certi commenti che abbiamo letto su giornali di casa nostra, quei giornali che più di ogni altro si manifestano proni alla volontà di oltre Atlantico. Vi è perfino chi finge di essersi lasciato trascinare da sentimenti sublimi. All’Est nasce la rivolta, rivolta nazionale e sociale, e da questa rivolta c’è bene da sperare per tutta l’umanità. Ora, chi ha sempre operato perché truppe straniere – a quale titolo a noi non importa – possano tranquillamente stazionare nel nostro paese; chi ha sempre operato in modo da perpetuare una situazione come quella italiana, che "registra" due milioni di disoccupati, che "registra" i morti di Modena, Melissa, Comiso, Barletta, Venosa, non ha diritto di parlare di libertà e di giustizia e di benessere.
No, signori cari, i morti di Poznań sono morti nostri non vostri. Questi morti non ci faranno desistere dalla nostra lotta per il progresso, per una società in cui sia abolito lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Questi morti ci incitano sempre più a percorrere intera la nostra strada. E se dall’Est venissero prove che le cose sono in parte sbagliate, tutte sbagliate, noi affermeremmo tranquillamente che quell’esempio, quelle esperienze di socialismo non vanno bene, faremmo di tutto per correggerne gli errori, e se questo fosse ancora infruttuoso cercheremmo altre vie per creare il socialismo in casa nostra. Non desisteremmo dal cercarle.

"Il Nuovo Corriere", 1° luglio 1956








pubblicato da b.centovalli nella rubrica democrazia il 29 dicembre 2006