Il vuoto al centro del mondo

Tiziano Scarpa



Che cos’è il Natale? Provo a dare una risposta astratta e una concreta. Quella astratta: il Natale rivela un difetto del mondo che forse verrà corretto; indica una mancanza, un vuoto che potrebbe riempirsi con qualcosa di sorprendente. La risposta concreta: il Natale è la culla del presepe.

Mai come quest’anno si è parlato così tanto di presepe. Deputati favorevoli alle unioni civili hanno aggiunto bambolotti gay accanto ai pastori adoranti. Politici atei ci hanno fatto sapere che lo allestiscono in casa ogni anno. Supermercati e centri commerciali lo hanno tolto dagli scaffali perché si vende troppo poco, oppure perché non intendono offrire ai clienti simboli religiosi di nessun tipo. Ditte di design ne hanno messo in commercio versioni in porcellana elegantemente stilizzate.

Come tutti sanno, l’invenzione del presepe è attribuita a san Francesco. Meno noto è che la sua forma definitiva, come la conosciamo oggi, è stata fissata dal concilio di Trento, più di quattro secoli fa. Prima del concilio poteva capitare di trovare nella grotta anche statuette di ostetriche che avevano dato una mano a far nascere il bambino; oppure si raffigurava Maria come una puerpera stremata dal parto, lunga distesa su un giaciglio, con le occhiaie e lo sguardo perso (ce ne sono esempi stupendi al museo di San Martino a Napoli).

A me del presepe piace molto la fase pre-natalizia, quella ancora senza la statuina del neonato, nei giorni prima del 25 dicembre. Mi affascina che si metta in piedi un intero universo, con tanto di cielo stellato, angeli, montagne, casette, gente che lavora, bestie, un padre e una madre: e tutto questo intorno a un posto vuoto. Guardatelo bene: c’è un buco al centro di quel mondo. Manca la cosa più importante. Il presepe nei giorni prima di Natale va preso molto sul serio. Se uno lo interpreta alla lettera rimane spiazzato: vede un uomo e una donna che fanno gli occhi dolci a una cuccia deserta. È sconcertante. Ancora più strano delle statuine di tutte le taglie che convivono nello stesso paesaggio, come nanerottoli e giganti compaesani.

Per quanto mi riguarda, la culla vuota è la trovata che apprezzo di più: più dei soliti effetti speciali, ingenuamente ingegnosi, dei presepi casalinghi o ecclesiali.

Quella culla vuota rivela un difetto nel cosmo, dice che qualcosa di essenziale manca all’appello. Il mondo, intorno, continua a funzionare: il fabbro picchia col martello e fa sprizzare una scintilla dall’incudine, l’acqua scorre nel ruscelletto, le ruote del mulino girano, notte e giorno si avvicendano sul fondo del cielo di carta. Ma il mondo è incompleto.

Non è bastato il Natale dell’anno scorso, né basterà quello di quest’anno: in una manciata di mesi, quella culla tornerà deserta, quel senso di vuoto si ricreerà.

È un sentimento di mancanza che coinvolge anche me, e mi sembra che possa dare da pensare a tutti, credenti o no. C’è un piccolo vuoto fondamentale nel cuore delle cose, che dobbiamo imparare a fissare, per provare, casomai, a riempirlo come possiamo.

Pubblicato su "Il Gazzettino", 28 dicembre 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 28 dicembre 2006