La deriva di Giobbe

Sergio Nelli



Nel Libro di Giobbe il dolore e la sofferenza umana sono ancorati al male metafisico e al male morale.

Dentro questa dimensione, Giobbe si trova sempre, in ultima analisi, nella impossibilità di comprendere i disegni insondabili di Dio. Perché il dolore, perché la sofferenza e l’infortunio e la catastrofe, e perché l’empio prospera e il giusto stenta ecc. ecc.

Questa situazione si perpetua per secoli e secoli, nel pensiero filosofico e teologico, e anche nella letteratura.

Soltanto la teologia negativa prima e poi la miscredenza e l’ateismo sgretolano questa fortezza e le figure giobbiche vengono a dirci altre e diverse cose.

Se c’è uno scrittore italiano tra gli antichi e i moderni che sembra vicino alla voce di Giobbe questo è Tommaso Landolfi.

Dalle invocazioni a Dio all’invettiva e alla bestemmia dei diari, da un ruminare sempre venato da un humour da vecchio funambolo (Rien Va, soprattutto, e Des Mois, rispettivamente del 1963 e del 1967), fino al finale ancor più amaro disincanto delle raccolte poetiche Viola di Morte (1972) e Il Tradimento (1977), Landolfi attraversa lo spazio di Giobbe da miscredente, collocandoselo accanto, dall’inizio alla fine, come spoglia delle sue mute.

Il misticismo dei mana (i cari morti e i morti) e una religiosità di un "non propriamente religioso" (che consiste soprattutto nel pensare il nulla in modo meno devastante e cupo) non bastano a sostenere la fede di uno che già agli inizi in Night must fall, cioè nientepopodimeno che nel 1937, scriveva: "Io non incito nessuno alla vendetta, ma come potremo sperare di diventare migliori se continueremo a esser grati del nostro male?"

L’interrogazione del dolore, della sofferenza, del travaglio costruisce un itinerario che, distante dalla rotta ateistica di un Leopardi, non porta tuttavia nessuna conciliazione (come invece volle vedere con una mossa trasformistica un critico cattolico come Pampaloni quando scriveva, incredibilmente: " a quella [di Landolfi] natura religiosa è consustanziale è necessaria […] una parallela incredulità, una capricciosa (sic!) fede nel Nulla") e addensa semmai un sentimento di ribellione e di riscatto sempre più radicale e immedicabile, sempre più lontano dal senso religioso di una totalità che ricompone e dalla misura che esso offre contro il naufragio stesso del pensiero.

Viola di morte e Il tradimento sono anche questo, l’immersione più dolorosa nella propria materia umana e letteraria, nonché un segmento potentemente speculativo nelle "folli derive" landolfiane.

O Dio, per quanti incogniti sentieri
Noi t’abbiamo cercato:
Volevamo deporre ai tuoi piedi
Ciò che per noi sarà, che è stato;
Volevamo affidarti la parola
Che conquista e dirime, e dalla folla
Degli eventi, degli enti, degli affetti
Volevamo traessi il senso eletto
Che ci desse da vivere e da morire.
(Vasto tumulto di passioni)

Ma anche fuori dalla prospettiva di Giobbe e dall’idea del Dio personale (del Dio Altro, del Dio Padrone, del Genitore Incomprensibile), non c’è spiraglio.

In Viola di morte è la stessa natura a dire no: il suono dell’erba, i rondoni "furiose saette dell’occaso", il mandorlo, l’albicocco, il suddito melograno, "mio povero albero fraterno", le nuvole, le stelle, i mesi, e le cicale, i grilli, "l’estuare della zolla natale", le spighe, "lo spiro delle stoppie", la macchia di ginestra, il giunco, la tuia, i malvoni, l’ibisco, "l’edera lustra", "il roso sasso", "gli insetti trincianti divoratori" e "l’orbettino lindo", "il millepiedi contorto", le locuste, "i topi furtivi", la volpe, "il pianto della tortora", il "liquido trillo di lodoletta", il "lamento piovorno del rigogolo", "il suono dell’erba dei campani degli stazzi montani", e un "notturno cane", "un miagolio di civetta", il "crai del corvo", i "ciangotti delle rondini", il "grido d’ignoti uccelli", e gli "impronti mosconi sorpresi dalla neve d’aprile", il "fulvo sole", il gelo, i colli, le valli "lussuriose", la pioggia, il vento che la fa da padrone, i torrenti schiumosi, e i fiumi, i lidi, il mare… Tutta la natura, prevalentemente la natura del suo paese natale, Pico, intreccia immagini e suoni e c’è una bellezza che rimbalza feroce (Vorrei mi fosse presente), in un "intormentita tessitura", in un "funebre allegretto".

Non appena il poeta si concentra sulle creature, si tende a pensare a un segno positivo, di fusione, che alimenta la vitalità e l’adesione al tutto: in Landolfi non è così.

Amico cedi.
No, tutto ciò che vedi
E’ solo parte della nostra ansia,
Non formerà mai credi;
E così come questa vasta ansa
Che muore ai nostri piedi
Non sarà mai diritta strada al mare,
Così la nostra furia di ragione
(O di cuore, che poi fanno tutt’una)
Non sarà mai riposo o assoluzione
(Cosa chiedevo all’amicizia, al mondo)

Landolfi "sente" il nulla, la nullità umana, la nullità delle forme di cui si veste la vita. E’ il suo pensiero poetante e dunque radicato in ciò che nel sentire domina, in un sentimento tragico che attraversa il suo diarismo e si radicalizza nelle poesie. Ed egli non ha nemmeno alla fine la fiducia leopardiana nel potere dell’immaginazione.

La vita vince in ogni dove e non ci consola la morte, dice Landolfi, spostandosi dentro una prospettiva che lo conduce ora dentro ora fuori dalla visione della kantiana "fine di tutte le cose". Così come non c’è inizio, non ci sarà fine, non ci sarà nulla di ciò che è stato immaginato.

"Breve navigazione il meglio chiede / L’oceano del peggio non ha approdi."

Che l’oceano del peggio non abbia approdi richiama la sconfitta, l’illimitatezza delle perdite (quelle "oscure leggi del gioco" che il giocatore Landolfi conosceva bene). Il dissolvimento, la pace, il luogo lontano del riposo, la quiete di fronte all’irreversibilità del transito cedono il passo all’ "ultima prova e all’ultimo sterminio: LA DIFFIDENZA DELLA MORTE".

"La morte è solo un caso / d’una trama più vasta, un nodo appena/ Del tramite che varca il tempo; /Ormai non può la morte esserci sposa."

Via dunque dalla psicologia, via dall’eco del vizio umano di fabbricarsi dèi e un’anima immortale e da quella vocina nell’invaso del nulla che al posto di questo nulla continua irriducibilmente a dire l’essere.

Insomma, alla fine, dio è perdonato solo perché non esiste (se esistesse non gli dovremmo alcuna gratitudine). Non c’è posto per un misticismo (assai insidiato d’altronde e ’personale’) che non sia quello dei mana e del contatto misterioso coi morti (che spesso spariscono, sono silenti: Venuto è con dicembre orrendo gelo), ed egli sprofonda in una propria dimensione sempre più spoglia e senza consolazioni, in un "ultima tule" in cui si estingue anche il vagheggiato "caos materno" (Non credo quia absurdum). Uno sprofondamento che rende del tutto inutile sulla sua opera esercizi culturalistici di indebolimento del senso della nullità. Cronos divora i figli e poi li rivomita, ma questo ritorno non è che l’onnipotenza della vita, "un’immortalità aborrita".

Si consuma così la deriva giobbica in Landolfi, in un approdo appetto al quale possiamo far valere da contrappeso soltanto quel "contrastatissimo amore" per le cose e il mondo che lo accomuna, oltre l’ateologia poetica e il pessimismo, a quel Leopardi che resta in ogni caso per noi insuperato, nella ricerca incessante di un congiungimento fattivo e fecondo dell’immaginazione e del vero, gigantesco e commovente fin nel suo finale sforzo verso una più intensa, ultrafilosofica, filosofia.








pubblicato da s.nelli nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 28 gennaio 2006