Perché si parla tanto di "inesperienza"?

Carla Benedetti



Da un po’ di tempo in Italia si parla molto di "fine dell’esperienza". Il concetto viene da Water Benjamin che lo introdusse più di 70 anni fa per descrivere alcuni aspetti distruttivi della civiltà industriale e della società capitalistica. A rilanciarlo oggi, in tutt’altra chiave, sono scrittori e critici. Tra essi Antonio Scurati, nel breve saggio La letteratura dell’inesperienza (Bompiani).

Perché quel vecchio concetto riceve oggi tanto consenso tra i letterati italiani? (E per "letterati" intendo scrittori, critici o teorici che hanno sulla cultura uno sguardo tutto interno, separato dalla biologia, dall’economia e in generale dalle scienze). E come è possibile applicarlo a una situazione sociale e planetaria nel frattempo così mutata, e che ai tempi di Benjamin non era nemmeno lontanamente immaginabile? La mia impressione è che vi sia in questo un grande desiderio di chiudere gli occhi di fronte alle emergenze odierne.

Cento anni al massimo e la terra sarà inabitabile. Surriscaldamento, innalzamento del livello del mare, epidemie, esaurimento delle risorse naturali, guerre per impossessarsi del poco che resterà. Lo prevedono gli scienziati più autorevoli, compreso l’astrofisico Stephen Hawking. La specie umana, per come l’abbiamo conosciuta finora, rischia di scomparire a breve termine trascinando nella sua agonia molte altre specie animali. A meno che non si inverta il processo, finché si è ancora in tempo, con misure drastiche, planetarie. Eppure, proprio mentre ci troviamo con questo carico drammatico di esperienza, che prima d’ora l’umanità non aveva mai conosciuto, qui si teorizza la fine dell’esperienza. Il mondo esplode e una grossa fetta della cultura italiana sostiene che oramai, questo mondo, noi non possiamo più né esperirlo né raccontarlo - quindi nemmeno cambiarlo.

Secondo Scurati noi viviamo "nell’epoca della riduzione del mondo alle sue immagini", dove "il reale e l’immaginario si contaminano senza più alcuna separazione né distinzione". La forma del mondo sarebbe "un flusso indistinto e ininterrotto, dove tutto scorre con tutto, ogni contenuto è dissolto, ogni determinazione abrasa, ogni differenza annullata". Al largo di Lampedusa intanto annegano corpi che non andranno mai a raccontare la loro storia in un reality show, ma qui si continua a parlare del "tripudio visivo dei simulacri mediatici" in cui i "confini tra realtà e finzione si vanno sfocando". Roberto Saviano vive sotto minaccia per aver raccontato e documentato alcune realtà del nostro paese, ma qui si teorizza il ritorno al romanzo storico come unica via per lo scrittore, visto che ormai è "tramontata l’autorità del vivere e della testimonianza". Aumentano gli stupri, la violenza sulle donne, la dipendenza da droghe pesanti, gli ammalati di AIDS, ma qui si afferma che "tutto il vivibile" è oggi ridotto "a una vertigine di sensazioni, per lo più visive, prodotte in forma spettacolare da altri, e a cui noi partecipiamo solo in qualità di spettatori". Una giornalista russa viene uccisa per aver accumulato prove sulle atrocità commesse in Cecenia, e qui si sostiene che noi ormai possiamo essere solo "telespettatori distratti della sofferenza altrui". Il rapporto sui mutamenti climatici del Dipartimento della difesa americano prevede scenari agghiaccianti di qui a uno o due decenni, e qui si dice che l’ambiente dello scrittore è ormai solo "un ambiente immaginario". La schiavitù ritorna nella forma del lavoro nero e qui si sostiene che oggi "la critica della società non si può esercitare se non come critica dell’immaginario".

Se questo è ciò che propone la cultura letteraria in Italia vuol dire che essa è stata davvero narcotizzata. Rispetto alla scienza e alla politica essa si trova oggi sulla posizione più arretrata che si sia mai data. Mentre occorrerebbero nuove analisi, nuove invenzioni di pensiero e di lotta, si ripropongono stancamente vecchi concetti, che vanno avanti ormai per forza d’inerzia, mescolando Benjamin con Baudrillard, Heidegger con Debord, Debray con Augé.

Ma ammesso che quella vecchia nozione possa fotografare certe zone del nostro mondo, come la comunicazione mediatica e televisiva, sta di fatto che nel suo riuso odierno essa è stata privata del suo originario valore critico. Mentre Benjamin vedeva i pieni e i vuoti, e cercava nella vita e nella letteratura (ad esempio in Proust) gli addensamenti di esperienza miracolosamente rinata, qui si teorizza che l’unica cosa che oggi uno scrittore può fare è scrivere romanzi storici, o raccontare "l’assenza di mondo" in cui viviamo immersi. E mentre Benjamin lavorava per cambiare il processo della storia che l’aveva provocata, qui invece la fine dell’esperienza viene data per assoluta e definitiva, addirittura come "la condizione trascendentale dell’esperienza attuale". Poiché oggi "più viviamo più siamo inesperti della vita", noi non possiamo nemmeno agire, lottare o sognare qualcosa di diverso da ciò che rischia di realizzarsi. Così un concetto che in origine fu al servizio della critica dell’esistente, diventa qualcosa di conciliatorio e narcotizzante.

Per Scurati persino la guerra è "una realtà deprivata della sua esperienza. Una serata di morte e distruzione trascorsa comodamente adagiati sul divano del salotto". Affermazioni che, al limite, potrebbero valere per una minima porzione dell’umanità, per un’élite cinica di privilegiati, soprattutto in questa parte del mondo. Eppure sono queste che rimbalzano nelle pagine culturali italiane, senza alcun senso del grottesco. Persino su "Alias" del "manifesto", in una recensione entusiastica di Daniele Giglioli al libro di Scurati, leggo che l’inesperienza è ormai la nostra condizione: non esiste più "un fuori, un luogo altro con cui giudicare l’inautentico". Quello che colpisce è che questi enunciati si trovino nell’inserto culturale dello stesso giornale che, in altre pagine, fornisce giudizi e indicazioni politiche sul mondo, e che ci ha chiamati all’opposizione contro il grave pericolo, democratico e civile, di Berlusconi.

Condivide le stesse premesse Walter Siti, che nell’"Avvertenza" a Troppi paradisi si chiede "se l’autobiografia sia ancora possibile, al tempo della fine dell’esperienza e dell’individualità come spot". Filippo La Porta sostiene che l’esperienza è divenuta reversibile: "Nulla lascia più tracce su di noi". Galleggiamo "su una nuvola di confortevole irrealtà" (L’autoreverse dell’esperienza, Bollati Boringhieri). Anche Alessandro Baricco, sia pure con sfumatura diversa, perché è convinto che non tutte le "mutazioni" vengano per nuocere, dà per scontato che il mondo sia ormai un insieme di luoghi di transito, e che oggi "fare esperienza delle cose diventa passare in esse per il tempo necessario a trarne una spinta sufficiente a finire altrove" (I barbari ).

Il sottotitolo del saggio di Scurati è Scrivere romanzi al tempo della televisione. Per quale misteriosa ragione i problemi dello scrivere siano oggi da legarsi proprio con il "tempo della televisione" - e non con il tempo dell’olocausto ambientale, della proliferazione nucleare, della schiavizzazione del lavoro, oppure (in positivo) con il tempo della prima mappatura del genoma umano, o delle nuove possibilità che la scienza oggi ci aprirebbe per muoverci in una direzione diversa - viene spiegato nel volumetto, e in tanti altri analoghi che ripetono le stesse cose con piccole variazioni. Quello della televisione è del resto diventato il tema dei temi. Così, mentre la scatoletta colorata fornisce ai morituri l’intrattenimento quotidiano, questi intellettuali le fanno propaganda, ne perfezionano l’azione, continuando a vedere il mondo sub specie televisionis.

La costruzione teorica di un mondo inesistente, virtuale, immaginario di cui non è più possibile fare esperienza, è poi l’altra faccia della medaglia di quella grande circolazione odierna, nel genere oggi di punta del mémoire, di pseudo – esperienze, di storie "vere" narrate con un linguaggio giornalistico, televisivo, oppure nel vuoto pneumatico di libri come Ascolta la mia voce di 
Susanna Tamaro (Rizzoli).

E tutto questo proprio mentre l’esperienza di tutti gli abitanti del pianeta rischia di prendere una forma mai vista, non più quella del sopravvissuto a cui tradizionalmente si associa la figura del testimone, ma quella del morituro.

Solo un’incapacità di vedere? O forse anche uno spaventoso desiderio di cecità, per nascondersi e per nascondere un simile pieno di esperienza, da cui potrebbero invece nascere nuove forme di consapevolezza.

(Questo articolo è uscito in versione ridotta su "L’Espresso" n. 50, 21 dicembre 2006)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica emergenza di specie il 22 dicembre 2006