Nel cuore silenzioso del capitalismo

Tiziano Scarpa e Romolo Bugaro



Tiziano Scarpa: Il tuo romanzo ha un incipit sorprendente: "Duecentomila euro liquidi, più qualche cedola Comit e Abn: avevo salvato questo, nient’altro, e poteva andarmi anche peggio, potevo perdere assolutamente tutto".

Romolo Bugaro: Duecentomila euro sono tanti o pochi? Tanti, come idea. Relativamente pochi, se non hai nessuna prospettiva di guadagnare altro nell’intera vita, come il personaggio del libro.

Tiziano Scarpa: Ho definito l’incipit "sorprendente" non perché abbia trovato contraddittorio che la protagonista si rammaricasse di aver salvato "soltanto" quella cifra. La sorpresa l’ho avuta per quelle parole sbattute al primo posto, immediatamente: "Duecentomila euro". È un modo spiazzante, concretissimo, prosaicamente formidabile di cominciare un romanzo.

Romolo Bugaro: Volevo parlare di soldi fin dalla prima riga. E anche dare subito l’idea della complessità abissale del mondo dei patrimoni, delle rendite: soldi che diventano azioni che diventano derivati che diventano futures, un universo di scambi e salti di quiddità che è il cuore pulsante del sistema.

Tiziano Scarpa: Le righe d’apertura suonano l’accordo fondamentale, il diapason tematico del libro: il denaro. Sai, vado convincendomi sempre di più che il realismo romanzesco ha un’unica regola, forse ancora più vincolante della verosimiglianza psicologica pretesa da Tolstoj: i soldi.

Romolo Bugaro: Credo che tu abbia ragione. Dopo la verosimiglianza psicologica, potremmo introdurre la categoria della verosimiglianza patrimoniale. Quanto puoi spendere al mese per vestiti, ristoranti, svaghi? Cosa ti compri e cosa ti neghi? Il limite della tua carta di credito è mille, cinquemila o diecimila? O nessun limite? O nessuna carta? Il tipo umano reale (e il tipo letterario che ne discende) è la risultante di una certa collocazione all’interno di questo sistema di coordinate.

Tiziano Scarpa: Alla fine, se guardi bene, le grandi rivoluzioni realiste nell’arte, come per esempio la riforma teatrale goldoniana, sono fondate sulla messa in primo piano dei soldi, della ricchezza o della povertà dei personaggi, con le conseguenti relazioni di potere che ne derivano. Le merci, i servizi, la dote, i patrimoni vengono quantificati, le cose hanno un prezzo preciso, dichiarato nella moneta sonante del proprio tempo.

Romolo Bugaro: Tagliando le questioni con l’accetta gigante, direi che le grandi rivoluzioni realiste dell’arte hanno un rapporto abbastanza leggibile con una serie di mutamenti trattati nei libri di storia. La trasformazione degli equilibri concreti, materiali, fra persone e classi e corporazioni, conduce ovviamente alla ridefinizione dei rapporti umani, i quali allora, chiudendo il cerchio, paiono costruirsi appunto intorno all’attribuzione esatta dei prezzi delle cose, alla quantificazione dei patrimoni – alla moneta sonante, come dici tu. Quello che sta succedendo oggi.

Tiziano Scarpa: Sono elementi di poetica che non appartengono necessariamente a tutte le epoche e geografie. Ricordo la telefonata che mi fece un critico letterario, una dozzina d’anni fa. "Sto facendo un articolo sui soldi nella narrativa italiana recentissima, ma stranamente riesco a trovare quasi nulla. Non è che hai letto qualche romanzo dove se ne parla?", mi ha domandato. Rievocando trame e episodi, abbiamo fatto fatica a mettere insieme due o tre titoli. Lì per lì ci è venuto in mente il primo romanzo di Veronesi, e poi Busi; e qualcosina di Marco Lodoli, benché virato quasi in chiave fiabesca…

Romolo Bugaro: Sia detto senza delirio, io credo che quel critico avesse ragione. In effetti il tema dei soldi è abbastanza latitante nella romanzeria italiana. C’è una specie di pudore o di astrattezza degli autori, che impedisce di incontrare personaggi alle prese col mutuo in banca, lo scoperto di conto, le cartelle esattoriali. In realtà esistono diversi scrittori, per esempio Falco, Bajani, Desiati e altri, che trattano il tema del denaro, magari collegandolo a quello del lavoro, del precariato etc., ma tendono a farlo soprattutto come leva funzionale alla denuncia (la quale, peraltro, io condivido totalmente). L’introduzione del denaro come elemento narrativo puro, diciamo così, è abbastanza rara. Come dicevi tu, ricordo soprattutto Veronesi e Busi, con libri non recenti.

Tiziano Scarpa: Io però mi riferivo a una situazione passata. Il moltiplicarsi degli esempi attuali, come si ricava dal tuo stesso elenco, indica che le cose sono molto cambiate rispetto a una dozzina d’anni fa. Comunque, quando parlo a qualcuno del Labirinto delle passioni perdute, dico con una battuta che sei l’unico scrittore italiano che legge davvero il Sole 24 Ore, mentre generalmente gli altri trascurano il giornale vero e proprio e si limitano al supplemento culturale della domenica…

Romolo Bugaro: Ma la lettura del Sole 24 Ore è eccezionale, più istruttiva di qualunque altra! Tutti dovrebbero comprarlo, studiarlo! Uno legge Repubblica, il Corriere, il Manifesto, qualsiasi giornale, e avverte intorno ad ogni notizia il rumore sordo della battaglia: polemiche, accuse, attacchi e contrattacchi. Sul Sole 24 Ore regna il silenzio. Pochi suoni attutiti provengono dalla sezione dell’attualità politica, mezza paginetta in tutto. Il Sole è il centro esatto del sistema. Niente grida. I colpi sono silenziosi e mortali. Due righe: rimosso il tale amministratore delegato, arriva il talaltro. Tizio esce dal patto di sindacato, entra il talaltro. Due righe e tu intuisci lo scontro fra colossali entità misteriose e la portata delle conseguenze: stabilimenti che aprono o chiudono, famiglie che trovano o perdono lavoro. Questa sarebbe l’epoca dell’apparire, del circo mediatico? Ma quando mai! Chi conosce il nome del capo della Monsanto, che determina le politiche agricole di mezzo pianeta? Chi conosce i gestori dei fondi che possono muovere miliardi di dollari in pochi minuti? Ricucci non avrebbe mai potuto farcela per molte ragioni, e tra queste c’è il fatto che è stato sempre troppo visibile. Il Sole 24 Ore non parla affatto di economia. È la vera mappa della contemporaneità.

Tiziano Scarpa: Tu hai una formazione giuridica, fai l’avvocato. Ti sei messo a studiare economia per scrivere questo romanzo?

Romolo Bugaro: Seguo l’economia da tempo, con la curiosità un po’ stupefatta di cui t’ho appena detto. Lo faccio semplicemente perché mi sembra impossibile prescinderne. Come si fa a confrontarsi davvero con questo tempo, senza entrare mani e piedi nella sua materia viva, che è fatta di pagamenti a trenta sessanta novanta giorni, ricevute bancarie, cambiali tratte?

Tiziano Scarpa: Come avvocato, ti è capitato di seguire professionalmente casi di bancarottieri?

Romolo Bugaro: Diverse volte. Sono state, sempre, esperienze piuttosto sconvolgenti. Un rapinatore mette nel conto di poter finire in carcere, perdere tutto dalla mattina alla sera. Un capitano d’industria, in linea generale, no. L’esperienza del carcere, per loro, è ai confini dell’inimmaginabile, il corto circuito più radicale e assoluto fra mondo interiore e realtà.

Tiziano Scarpa: Hai fatto una scelta coraggiosa narrativamente. Hai scelto il punto di vista della classe responsabile delle grandi bancarotte finanziarie della storia recente. Avresti potuto cavalcare l’onda emotiva di indignazione condivisa, immedesimandoti in uno dei piccoli risparmiatori rovinati dai giochi dei pescecani finanziari e "furbetti der quartierino" vari.

Romolo Bugaro: Guarda, in tutta sincerità ho cercato soltanto di evitare le semplificazioni. Tu pensa al crack Parmalat. L’intero gotha bancario mondiale era coinvolto nell’emissione e nella cessione dei bond destinati al default, poiché la società era già totalmente decotta. Eppure le cronache, subito dopo gli arresti, parlavano del tesoro segreto di Tanzi, della sua avidità personale. Non senti quant’è consolatorio? Quelle cronache, in effetti, dicevano: il crack non è stato un fatto sistemico, ma una conseguenza dell’attitudine criminale di un certo soggetto, andate a casa e dormite tranquilli. Bene, nel libro ho cercato di tenermi fuori da queste semplificazioni, totalmente fuori dalla realtà.

Tiziano Scarpa: Il lettore non è necessariamente portato a parteggiare per questi personaggi ricchi che cercano di salvare l’azienda per mantenere il loro altissimo livello sociale.

Romolo Bugaro: Ho cercato di raccontare questa gente come effettivamente è, come l’ho conosciuta. Certo, non sono mostri di simpatia! A me, in fondo, fanno un po’ pena.

Tiziano Scarpa: E tuttavia, a guardare bene, hai seguito narrativamente la pista dell’ultima generazione di padroni aziendali, quelli che ora hanno quarant’anni, e che si sono ritrovati nelle mani una situazione irrimediabile.

Romolo Bugaro: Torniamo al crack Parmalat. Pensa alla figura del figlio di Calisto, Stefano. Questo ragazzo un po’ timido, un po’ defilato. Non l’ho mai conosciuto, ma ho pensato molto a lui (all’idea che mi ero fabbricato di lui) scrivendo il romanzo. Mentre Calisto incarna il male assoluto, Stefano incarna la colpa passiva, di chi non sa sottrarsi – la colpa più diffusa e penetrante. Questa generazione di figli non aveva alcuna possibilità di rimediare agli errori dei padri, per la semplice ragione che, in linea di massima, non aveva la loro stessa forza.

Tiziano Scarpa: È come se il capitalismo fosse un’eredità, un dato della tradizione. I vecchi capitani d’industria, i finanzieri che ora hanno settanta, ottant’anni, gli anzianissimi manager e amministratori delegati e proprietari d’azienda hanno completato l’edificazione di qualcosa che li ha trascesi.

Romolo Bugaro: Vero. Ma la difficoltà di mantenere in piedi quanto edificato non sta soltanto nel salto generazionale. Il mercato, oggi, è realmente in uno stato di rivoluzione permanente. Competitors (per usare una squisita definizione aziendalistica) che appaiono e scompaiono all’improvviso, dinamiche costi/ricavi pressoché incontrollabili.

Tiziano Scarpa: Lo fai dire al personaggio di Eliane in maniera molto nitida: "M’appariva chiaro come il sole che, oltre una certa soglia, i soldi non contavano più niente, non esistevano nemmeno. Un milione di euro, due milioni, cinquanta; banche che azzannavano i propri clienti, titoli che, dalla sera alla mattina, valevano zero; nessuna logica, nessuna direzione. Il cuore del sistema era uno spazio bianchissimo e silenzioso, dove una materia densa, bianca anch’essa, continuava lentamente a girare, fuori dal controllo di chiunque. Occorreva un po’ di tempo per capire, eppure si trattava della cosa più semplice del mondo. Niente scopi né traguardi. Persino il desiderio di arricchirsi, di fare soldi, era solo un effetto di superficie, pura apparenza, ciò che la gente credeva di volere. Il punto non era quello, non più, da lunghissimo tempo. Ciò che contava – l’unica cosa – era svegliarsi presto la mattina e schizzare fuori casa, offrirsi all’impellenza assoluta di costruire e combattere, perché la materia densa e bianca continuasse a girare" (pag. 60). Non credi che questa visione possa essere accusata di fatalismo o, per semplificare, di un’ineluttabilità un po’ "di destra"?

Romolo Bugaro: Guarda, la vera fonte di quel brano è Jean Baudrillard, quando parla dell’illusione del lavoro produttivo. Cito testualmente: "Al giorno d’oggi, in cui i prodotti, tutti i prodotti, sono al di là dell’utile e dell’inutile, non c’è più lavoro produttivo, ma solo lavoro riproduttivo (…) Il lavoro diventa pura e semplice presenza/occupazione, consumo di tempo, prestazione di tempo. Fare atto di lavoro come si fa atto di presenza, come si fa atto di obbedienza." Da Lo scambio simbolico e la morte, testo del lontano 1976!

Tiziano Scarpa: Nel romanzo, iniziando il racconto dagli anni delle scuole superiori dei protagonisti, hai colto uno degli aspetti che non sempre vengono messi in rilievo del capitalismo italiano: la sua natura amicale, le alleanze adolescenziali che durano tutta la vita, i futuri capi d’azienda che si sono conosciuti sui banchi del liceo o all’università (faccio solo un esempio: Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri).

Romolo Bugaro: Le amicizie più granitiche, quelle che possono realmente durare tutta una vita, si saldano quasi sempre nell’adolescenza. A fronte di quel tipo di rapporti, conta relativamente poco la direzione che poi uno prende, i cambiamenti in meglio o in peggio. Il rapporto è posto e prescinde da tutto. Un tale tipo di amicizia, naturalmente, può diventare una chiave per consolidare il potere, come nel caso Berlusconi-Confalonieri.

Tiziano Scarpa: È quello che succede ai tuoi personaggi, che segui per un quarto di secolo, dalla scuola superiore ai quarant’anni: è come se a un certo punto della vita cadessero dentro il mondo dei soldi e del potere finanziario, e un romanzo "di formazione" (ben poco giovanilistico, a dire il vero, sia per la classe sociale che per lo stile della scrittura) si trasformasse in un "romanzo di sistema", dove i personaggi non sono soggetti, ma piuttosto i prodotti di un dispositivo economico enorme.

Romolo Bugaro: Ottima definizione, "romanzo di sistema". Esattissima. Ci avessi pensato io, l’avrei usata fin dalla prima riga! Ovvio che, da oggi in poi, me la sparerò in ogni direzione possibile.

Tiziano Scarpa: Ho avuto una strana sensazione leggendo il romanzo. Non saprei come meglio definirla se non utilizzando quello stato d’animo che viene definito "malinconia post-coitale".

Romolo Bugaro: Direi allora che il libro va vivamente sconsigliato ai depressi. Però la malinconia post-coitale implica il coito, quindi un certo tasso di vitalità è comunque incorporato. Battute a parte, il libro si chiude in modo certamente malinconico. È la dissoluzione di un mondo e di una serie di rapporti fra persone. Tuttavia sono convintissimo che questa dissoluzione rappresenti anche una possibilità, almeno per alcuni di loro. La protagonista femminile, Eliane, starà molto meglio da sola, in Spagna, piuttosto che col marito rancoroso e devastato dopo il cack.

Tiziano Scarpa: Intendiamoci: il tuo libro è pieno di avvenimenti, episodi movimentati, intreccio fra vite private e grandi rovesci economici generali, svolte inaspettate. Ma la sua aderentissima (quasi spietata!) verosimiglianza realistica nel ritratto dei personaggi e della loro situazione economica, mi ha fatto toccare i confini della realtà. Non è un limite del romanzo, ma del mondo stesso: mi spiego? Riesci a far sentire il "tutto qui" del realismo, il fatto che non ci sia un altrove, uno scambio simbolico proponibile fra questo mondo e un altro (l’esempio per eccellenza che posso fare è quello dell’aldilà cristiano, con i suoi valori di giustizia e carità alternativi a quelli in vigore sulla terra).

Romolo Bugaro: Credo che la tua sensazione di "tutto qui" dipenda, almeno in parte, dal fatto che il romanzo si muove in un contesto piuttosto scintillante, cioè cocktail, feste, locali modaioli, ville in collina, eppure tutto ciò non basta a saturare lo spazio, diciamo così. Del resto l’occidente può offrire solo questo, come appunto dicevi tu. L’assenza di scambio simbolico conduce direttamente alla sensazione di limite, di Finisterre.

Tiziano Scarpa: Mi pare che come narratore tu hai scelto di tenere a bada la fantasia, impedendole di imbastire situazioni clamorose, e abbia fatto la scelta di andare in profondità delle cose assolutamente plausibili. Racconti pur sempre un evento eccezionale (una bancarotta devastante), e vai a fondo di episodi appassionanti e per nulla "minimalistici", ma non cerchi uno sfogo chiassoso per l’invenzione, come fanno, che ne so, i romanzieri che si occupano di fatti di sangue, o quelli che divorano golosamente interi secoli dando vita a grandi affreschi storici.

Romolo Bugaro: Ma io credo che la scommessa sia proprio lì, occuparsi di cose normali. Tiriamo fuori di nuovo l’accetta gigante. Cos’è il noir? La convinzione che si possa raccontare qualcosa di interessante, di coinvolgente, solo col commissario, col morto ammazzato etc. Il noir ti dice: l’occidente ormai è fiacco, banale, quasi totalmente deprivato di senso. Per fare narrazioni e trama ci vuole l’iniezione di un elemento ulteriore – il crimine, la psicopatologia, quello che si vuole. Bene, io non sono affatto d’accordo. L’occidente, come territorio di narrazioni, ce la fa eccome. Se vogliamo il limite è proprio l’iperfetazione delle narrazioni (pensa a Lyotard) ma qui il discorso ci porterebbe troppo lontano. In sintesi, il romanzo tenta di dire semplicemente questo: no alle stampelle e/o al polmone d’acciaio.

Tiziano Scarpa: Di solito questa attenzione per le cose vere, questa autodisciplina della realtà provoca un "reincantamento" del mondo, reincantamento che, a seconda dei casi, può essere corroborante, consolatorio, menzognero, ecc.: e questo reincantamento a mio parere lo ottieni anche tu a tratti, con le descrizioni dei paesaggi, che sembrano, quelle sì, squarci di un altro mondo, promesse di un varco oltre lo sfondo.

Romolo Bugaro: Io spero proprio di sì! Questo tema degli squarci, del varco, lo sento molto. Credo sia un elemento fondamentale del libro. E gli squarci, secondo me, si vedono meglio proprio quando stai cadendo. Pensa al Crack-up di Fitzgerald. C’è una specie di luce che brilla, in quelli che falliscono. E la salvezza, paradosso dei paradossi, può arrivare proprio da lì.

Tiziano Scarpa: Come bilancio etico generale si esce dal tuo romanzo con un sentimento di tempestoso rammarico, di saggezza più grande di qualsiasi combattività. È un sentimento contraddittorio, e scusami se non so descrivertelo meglio che con questa immagine: sei come un guerriero che non smette mai un attimo di lottare, e che però ha perfettamente chiara la natura illusoria della lotta.

Romolo Bugaro: Ti ringrazio dell’immagine nobile, e comunque qui non la faccio tanto lunga. È così, hai ragione.

Romolo Bugaro, Il labirinto delle passioni perdute, Rizzoli, 2006, pp. 358.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 9 novembre 2006