Il cuore perverso di Zizek

Marco Senaldi



È uscito Il cuore perverso del cristianesimo, di Slavoj Zizek (Meltemi editore). Questo articolo riprende alcuni temi presenti nella postfazione di Marco Senaldi stesso al libro di Zizek.


Il filosofo comincia il suo commento seduto su un barchino in mezzo ad una baia che ci sembra di avere già visto. Ad un certo punto, qualcuno lo saluta dalla riva – ma appartiene ad un altro tempo e ad un altro spazio. Il filosofo si confonde, per poco non perde la rotta, "Oh my God!" esclama, ma subito riprende il suo discorso, fino a che la sua immagine si rivela identica a quella di Tippi Hedren, la protagonista di Uccelli di Alfred Hitchcock, mentre attraversa la celebre Bodega Bay…

È, questo, uno dei momenti più esilaranti e insieme più istruttivi di uno strano prodotto in cui mi sono di recente imbattuto, cioè The Pervert’s Guide to Cinema, opera del filosofo sloveno Slavoj Zizek. A differenza di quanto si potrebbe pensare, però, The Pervert’s Guide to Cinema non è un saggio, né un libro o un prodotto multimediale, ma un vero "film" realizzato nel 2006 per Channel Four (in collaborazione con Sophie Fiennes). Si tratta in sostanza del commento di Zizek stesso ad alcuni spezzoni di film tra quelli che più spesso si incontrano nei suoi saggi – da Uccelli a Psycho, da The Matrix a La conversazione – in uno stile che potrebbe rammentare quello adottato da Martin Scorsese nel suo (meraviglioso) documentario Viaggio nel cinema americano (1995).

Ciò che distingue tuttavia quest’opera che dobbiamo considerare a tutti gli effetti (anche in ragione del commento, spesso tutt’altro che "facile") un lavoro "teorico" di Zizek, è che qui il filosofo si immerge letteralmente nella finzione cinematografica. Mentre infatti Scorsese assume una posizione visibilmente distaccata rispetto al materiale che commenta – la posizione completamente estrinseca, in cui non si accenna neppure al fatto che anche lui, in qualche modo, fa parte della Storia del cinema americano di cui parla – Zizek si cala anche "fisicamente" dentro il film che analizza. Inoltre, The Pervert’s Guide è anche notevolmente diverso dal film-documentario che gli è stato dedicato (Zizek! , di Astra Taylor, 2005, costruito un po’ à la Michael Moore), perché è un vero e proprio pezzo sia di "recitazione" che di alta riflessione, in cui vediamo Zizek che commenta l’ossessione di Psycho sbucando dalla cantina dove si trova la mummia della madre, o parla del valore inconscio degli ambienti di Lynch nella stessa stanza dove Dennis Hopper malmena Isabella Rossellini in Blue Velvet, o analizza La conversazione, seduto sullo stesso water della stessa camera d’hotel dove fu girata la scena in cui Gene Hackman cerca le tracce di un omicidio e trova infine un fiume di sangue...

Al di là del risultato formale – a tratti irresistibile – ciò che conta è l’esercizio di uno stratagemma che non è solo interpretativo, o meglio che conduce il modello ermeneutico al suo collasso, al suo negarsi in una pratica. È come se qui il filosofo esercitasse il suo discorso sia esternamente alla cosa che è oggetto di analisi (perché il discorso resta teorico e non si mescola alla dimensione finzionale del film), ma anche internamente, dato che il commentatore si trova nei luoghi dove fisicamente venne girata questa o quella sequenza – si trova nel "profilmico", quella regione che sta sospesa tra pura finzione e realtà oggettiva.

The Pervert’s Guide rende dunque tangibile la paradossale correlazione tra contenuto (enunciato) e contenitore (luogo di enunciazione), e, di conseguenza, il rapporto "perverso" tra opera d’arte e filosofia. In altre parole, se vogliamo prendere lo show mediale di Zizek come quello che è – cioè una discussione teorica – occorre anche dire che al tempo stesso esso non lo è, che siamo davanti ad una "forma di discorso" artistico, ad una "artisticizzazione" della teoria. Benché banalmente il riferimento potrebbe essere esteso indietro a esempi quali quelli di Isidore Isou (Trattato di bava e di eternità) o Guy Debord (Hurlement in faveur de Sade ecc.), è chiaro che il caso qui è diverso. Qui non si tratta di fare un’opera cinematografica originale a partire dalla pura teoria; qui l’"opera" con la sua poetica non c’è, ma nemmeno la teoria nella sua purezza. Là c’era una gran fiducia nei mezzi della filosofia "applicata" – qui c’è la dichiarata impurità di entrambi i lati (il teorico e lo spettacolare) che dialetticamente va intesa come reciproco rimando infinito di entrambi. Insomma, se The Pervert’s Guide non è solo il capriccio di un pensatore innamorato del cinema (né un documentario tipo Zizek! ), cos’è allora? Non è forse l’indicazione di un possibile itinerario teorico avviato "con altri mezzi"?

Pensieri del genere vengono alla mente comparando The Pervert’s Guide allo straordinario Niente da vedere niente da nascondere, il "documentario" di Emidio Greco dedicato a Alighiero Boetti nel 1978 – ed ora reso disponibile, insieme ad un indimenticabile e commovente "ritratto scritto" di Annemarie Sauzeau Boetti, da Luca Sossella editore (maggio 2006). Ho detto documentario, ed ecco che me ne pento: anche qui, le categorie fanno acqua e più che aiutarci ci portano fuori strada. Il lavoro di Emidio Greco è infatti insieme un documento su Boetti, ma è anche un’opera che è sia di Boetti che, indiscutibilmente, di quel grande regista che è Emidio Greco. Giustamente Stefano Chiodi, in una nota acclusa al dvd, avvicina questo lavoro allo stupefacente (lo riveda chi può!) esordio cinematografico di Greco, cioè L’invenzione di Morel (1975) tratto da un racconto di Bioy Casares (l’amico fraterno di Borges). Qui come lì, è centrale il tema del tempo, della ripetizione, della differenza, della mediazione e da ultimo dell’arte (tutti temi tipicamente boettiani).

E allora, non è forse in queste confluenze – piuttosto che nel banale tentativo di restaurare l’idea altisonante di un’opera "totale", visivo-cinematografico- filosofica, o non so che altro – che prende corpo la possibilità di un’opera autenticamente creativa? Niente da vedere niente da nascondere non era già forse l’indicazione di un possibile itinerario artistico avviato "con altri mezzi"?

Pubblicato su Exibart, 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 21 dicembre 2006