L’"abisso calmo" di Philippe Forest

Carla Benedetti



Non esiste una parola per indicare la condizione del genitore a cui sia morto un figlio. Mentre il figlio che perde il genitore è "orfano", l’ inverso resta per la lingua una casella vuota. Questa singolare asimmetria linguistica mi è tornata in mente leggendo Per tutta la notte di Philippe Forest (Alet, traduzione di Domenico Scarpa), che ruota attorno alla morte della figlia, una bambina di quattro anni divorata dal cancro.

Poiché questo era già il "tema" del suo precedente romanzo, Tutti i bambini tranne uno (premio Femina per il miglior esordio), mi chiedevo come mai lo scrittore e critico francese vi fosse tornato una seconda volta. La risposta che mi sono data è che la perdita della figlia non è per lui un "tema" , né un vissuto da raccontare , ma un "buco" senza nome, che coincide con il nucleo germinativo della sua scrittura. Come i "cerchi invisibili" che i due coniugi tracciano con la macchina nel paesaggio di colline e vigneti attorno al cimitero, girando in tondo per vari giorni ("dettava il percorso un compasso dalla punta piantata nel luogo dov’erano sepolte le ceneri"), così questi libri sono l’espandersi circolare di frasi attorno a quella crepa del senso, che brucia e trasforma tutto il mondo fenomenico in un "abisso calmo". Perciò questo libro, che non è di "finzione", non è nemmeno un mémoire". I due concetti, di solito usati in opposizione, rivelano qui l’assurdità della loro distinzione. La scrittura si mostra qui capace di fare qualcosa che va oltre, e che il comune metalinguaggio critico (compreso quello di Forest stesso, autore di saggi come Il romanzo, l’Io ) non è capace di definire.

Qualcosa di stupefacente accade in queste pagine. Per dirlo con parole prese dal libro, una "lentezza nuova" tiene il lettore avvinto alla pagina. Non lo prende in trappola con una piccola struttura narrativa lineare, ma lo conduce in un’incrinatura del tempo. E lo tiene in uno stato di continua emozione e scoperta, grazie a una "voce lunga" che riempie tutto lo spazio, mentre "avanza così piano, che si ascolta da sé senza darsi la minima fretta". Un’emozione simile l’ho provata davanti allo scorrere lento delle immagini dell’Ignoto spazio profondo di Herzog, accompagnate dai canti dei tenores sardi.

Soprattutto nella prima parte del libro, Forest porta al limite le possibilità del racconto, facendolo sgorgare proprio dalla condizione in cui, in teoria (per i poveri dogmi di oggi spacciati per teoria), non potrebbe esserci racconto. "Comincia tutto dalla fine. Non c’è più quel grande vuoto verso il quale si precipita il racconto. Non si volta pagina per controllare se davvero è accaduto l’impossibile. Si è nell’impossibile".








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 19 dicembre 2006