La rissa cieca

Tiziano Scarpa



Quando penso alla situazione attuale del genere umano sul pianeta Terra, mi viene in mente la pagina che potete leggere qui in fondo.

Apparentemente è la descrizione di una rissa che si risolve con un colpo di scena.
In realtà, racconta l’irruzione di un livello dell’essere dentro un altro livello. È anche un apologo sulla cecità: i due rivali si lasciano risucchiare completamente dentro il loro conflitto, dimenticando dove si trovano.

Di questa scena, mi colpisce moltissimo lo sguardo del vincitore sul nemico sconfitto (sconfitto non da lui): resta lì, "guardando il corpo che solo pochi secondi prima era avvinghiato al suo", senza capire che cosa è successo. Non è colpa sua; non ha la facoltà di capirlo.

Nel libro questo episodio è una visione di passaggio, senza dirette connessioni con la trama del romanzo. Voglio dire: è un passo che potrebbe essere soppresso senza compromettere la comprensione della storia. A maggior ragione si tratta di una di quelle pagine necessarie, un’epifania irrinunciabile proprio perché non funzionale, un improvviso squarcio di verità non consequenziale.

Un’ultima cosa. Questo breve racconto, tutto sommato, non è pessimista. Per uno dei due finisce bene.
Per noi che badiamo solo ai nostri conflitti infischiandocene del luogo dove si svolgono, no.


Improvvisamente un’esplosione di zanne, pelo, urla e furore eruppe dall’angolo e si avventò su di lui facendolo balzare indietro e sbattere la schiena contro il muro alle sue spalle, il cuore che martellava impazzito e il respiro strozzato dallo shock. I due grossi cani rotolarono sull’asfalto sfiorandolo, una zampa gli graffiò i pantaloni, uno stringeva tra le fauci il muso dell’altro, il pelo ritto sulla schiena, gli occhi bianchi sbarrati, dalle gole di entrambi un ringhio furioso. In un attimo superarono l’orlo del marciapiede e furono sulla strada, un furgone che arrivava veloce frenò di colpo, si udì un tonfo e il corpo di uno dei due fu scagliato a qualche metro di distanza, senza un guaito. Il furgone sterzò evitando di passargli sopra con le ruote e proseguì. Il cane rimase steso sull’asfalto, immobile, la bocca spalancata ancora piena di sangue e di bava biancastra. L’altro arretrò lentamente fino al marciapiede, guardando il corpo che solo pochi secondi prima era avvinghiato al suo. Due automobili evitarono il cadavere, la terza lo prese in pieno e gli passò sopra, sobbalzando e trascinandolo per un attimo fino ad abbandonarlo vicino al marciapiede. Alessandro era rimasto addossato al muro, e il cuore continuava a battergli forte. Adesso era più facile evitare il corpo, e il traffico riprese il suo flusso normale, le macchine sfioravano il cane morto senza più dover sterzare. L’altro cane aveva la bocca maciullata e un lungo guinzaglio al collo, e quando si voltò e si avviò nella direzione da cui era venuto, sempre ansando con la lingua penzoloni, il guinzaglio strisciava sul marciapiede. Svoltò l’angolo e scomparve.

Raul Montanari, Sei tu l’assassino, Marcos y Marcos, 1997, pp. 26-27.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 8 novembre 2006