1969-2019 (VII)

Sergio Baratto



Pietro
Morto un indiziato, se ne fa un altro. L’hanno trovato a Roma nella giornata del 15. Nella notte, a Milano, il malore attivo da tabagismo di Pinelli. La polizia ha bisogno di fare in fretta, deve trovare un altro aspirante colpevole da gettare in pasto alla stampa e all’opinione pubblica, far cadere nel dimenticatoio la faccenda di Pinelli.
Il 16 dicembre, il telegiornale apre con la clamorosa notizia. In collegamento dalla questura di Roma un giovane giornalista RAI dall’aspetto stranamente oleoso annuncia: arrestato il colpevole della strage di Piazza Fontana, è un anarchico, si chiama Pietro Valpreda. Ha 37 anni, fa il ballerino. Un tassista milanese, Cornelio Rolandi, riconosce in lui l’uomo che nel pomeriggio del 12 dicembre ha accompagnato nei pressi di Piazza Fontana: "Aveva una grossa borsa. È sceso dicendo di aspettarlo, l’ho visto dirigersi verso il palazzo della Banca della Agricoltura, è tornato dopo qualche attimo a mani vuote. ’Vada via, vada avanti...’ mi ha detto. Si è fatto lasciare a duecento metri in via Albricci... subito dopo c’è stata l’esplosione…". La sua testimonianza risulterà in seguito farlocca.

Valpreda viene scarcerato il 29 dicembre 1972. Si è fatto tre anni di galera e una nomea di mostro.

Sempre nel 1972, vengono arrestati Franco Freda e Giovanni Ventura, due militanti dell’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo. Sono i nuovi sospettati della strage di Piazza Fontana. La pista anarchica cede il posto a quella fascista (anzi, "nazista", visto che Freda si dichiara ammiratore di Himmler e fautore della supremazia della razza ariana).

Per Valpreda, la sentenza definitiva di assoluzione arriverà solo nel 1985. La Corte d’Assise del tribunale di Bari assolve – per insufficienza di prove – gli imputati Pietro Valpreda… Franco Freda e Giovanni Ventura. Fasci e anarchici, stesso processo, stesso verdetto. Diceva quel personaggio di Ecce Bombo: rossi, neri, tutti uguali…

Il giornalista oleoso si chiama Vespa Bruno. Farà carriera.

Marcello
In quei giorni convulsi il presidente della Camera dei deputati, l’onorevole Sandro Pertini, si reca a Milano. Incontra le autorità, gli inquirenti. Incontra anche il questore di Milano. Il dottor Guida Marcello, per l’appunto. L’unico a cui rifiuta di stringere la mano. I due si conoscono, anche se non si sono mai scambiati dei libri in regalo. Nel 1942 entrambi si trovavano nel penitenziario dell’isola di Ventotene. Pertini in qualità di detenuto antifascista, il Guida – fedelissimo sostenitore di Mussolini e funzionario zelante – in qualità di direttore del carcere (qui un piccolo esempio del tipo umano).
Non è il solo episodio luminoso nel suo curriculum vitae.
Nel 1943, una volta lasciata Ventotene, il dottor Guida è stato per breve tempo – si era alla vigilia della caduta del regime – direttore del campo di concentramento di Farfa (Rieti).
Negli anni Settanta viene promosso (come del resto tutti gli agenti presenti nella stanza della questura alla morte di Pinelli). Terminerà la sua brillante carriera come alto funzionario del Viminale.

Indro
"Negli uffici della Questura Pinelli fu interrogato a lungo, senza brutalità."

"Fu detto che Calabresi e gli altri avevano fatto credere a Pinelli che i suoi compagni di fede si fossero confessati autori dell’attentato, e che il ferroviere, disperato, s’era buttato dalla finestra. Fu insinuato che il suicidio fosse derivato dalla violenza e intimidazioni cui Pinelli era stato sottoposto. Fu prospettata l’ipotesi di una caduta accidentale, per malore o altro [altro cosa? - Corsivo mio – s.b.]. Ma nessuna di queste tesi, anche le più avverse alla polizia, soddisfaceva la sinistra, per le quali una sola ricostruzione dei fatti era logica e provata: Pinelli era stato buttato dalla finestra. Un assassinio: mai avallato dalla magistratura, che si limitò a indagare su un possibile omicidio colposo, derivante da negligenza."

"La polizia aveva messo le mani, nella sua caccia ai dinamitardi, su Pietro Valpreda, ballerino di fila in una compagnia di avanspettacolo, conoscente di Pinelli, e come lui anarchico, ma in stile assai diverso. Valpreda non si limitava a teorizzare: era un fautore dell’azione. La motivazione della sentenza di secondo grado (1981) che a Catanzaro lo assolse, come quella di primo grado, per insufficienza di prove, ne illustrava duramente la personalità. Un estremista che aveva fondato il circolo anarchico XXII Marzo, staccandosi dal circolo Bakunin che gli pareva ancorato a metodi di lotta moderati e superati: da rimpiazzare con metodi basati sulla violenza. Il suo motto era ’bombe sangue ed anarchia’. Il sospettare che questo sbandato avesse potuto essere il ’postino’ della bomba non era del tutto campato in aria."

(Tutte le citazioni sono tratte da: Indro Montanelli, Mario Cervi, "L’Italia degli anni di piombo", in I. Montanelli, Storia d’Italia vol. XI, 1965-1993, Corriere della Sera 2004, pp. 85-86)

Due video
"Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli", regia di Elio Petri, con G.M. Volontè (1970): 1a e 2a parte (11 minuti circa in tutto).

"Per non dimenticare, Piazza Fontana 35 anni dopo". Filmato sulla strage di Piazza Fontana proiettato al Teatro Dal Verme di Milano.

[7 - continua]








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 19 dicembre 2006