Le pastiglie per l’alito e la fine del mondo

Tiziano Scarpa



È pomeriggio, Attilio si sveglia da un sonnellino. Fra due ore ha un appuntamento con Eloisa. È da un po’ che si frequentano. Probabilmente oggi faranno l’amore per la prima volta. Attilio ci mette un intero paragrafo, diciotto righe, a farsi la barba, soppesando ciò che comporta radersi con una lametta nuova. Si fa la doccia, si lava i denti. Si veste con biancheria pulita e abiti stirati. Esce, sale in macchina. Fa una sosta in farmacia a comprare pastiglie per profumare l’alito. Le preoccupazioni per l’alito cattivo occupano ventidue righe.

Fino a qui sono trascorse due pagine e mezza. Ne mancano meno di due. L’aria è stranamente caliginosa e elettrica. Mentre Attilio supera i Mercati Generali, il cielo si incrina, la terra si squarcia, gli edifici crollano, gli autotreni si rovesciano, il vento strappa gli alberi dal suolo. Poi si fa silenzio, al posto della Terra c’è un vuoto nero. Fine.

Il racconto è fatto di due metà. La prima è l’inizio sommesso, convenzionale, minimo. Una storia piccola. Un uomo che si prepara a un appuntamento amoroso. La seconda è la fine assoluta, convenzionale, massima. L’apocalisse improvvisa, senza ragione.

"L’avventura" di Achille Campanile sta nel montaggio sagacemente incongruo di questi due tronconi mozzi, incommensurabili. C’è un destino minuscolo che incontra il destino universale. C’è qualcuno che bada con la massima cura alle sue faccende irrilevanti (far stagnare il sangue delle piccole ferite della rasatura, comprare le pastiglie per profumare l’alito), nel suo orizzonte non è previsto che il mondo possa finire. Questa fine è molto maleducata, interrompe una storia che, benché insignificante, cominciava a interessarci.

Che disdetta: il divertimento stava avendo la meglio ancora una volta, contro tutte le aspettative, raccontandoci una piccola avventura amorosa. E invece arriva questa rompicoglioni dell’apocalisse.

Non ci meritiamo nemmeno una fine originale, ma l’ennesima ripetizione di cliché cinematografici: "Pareva, in proporzioni infinitamente maggiori, la scena del terremoto di San Francisco, nel film famoso", scrive Campanile. Fuori luogo, impudente, beffarda, la fine interrompe una storia qualunque rifilandoci un’apocalisse qualsiasi come finale assoluto di tutte le storie grandi e piccole.

La fine del mondo? Ma scherziamo? Abbiamo altro da fare. Dobbiamo passare in farmacia a comprare le pastiglie per l’alito perché fra mezz’ora abbiamo un appuntamento con una.

Achille Campanile, "L’avventura", in Manuale di conversazione, Rizzoli, 1976, pp. 79-83.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 7 novembre 2006