Romanzo e storia: una recensione a una recensione

Sergio Nelli



"Chiamiamola pure cronaca di una mia avvincente sconfitta. Tutto avrei immaginato, tranne che un giorno mi sarei trovato a celebrare un "Generation Pride". Poniamo pure me lo fossi figurato, non mi sarei mai aspettato che la generazione in questione fosse proprio la più inutile, la più amorfa, la più indefinibile, la più smidollata, la più rivoltante, la meno glamour di tutte: la mia.
E’ da qualche tempo che con un tono un po’ tronfio vado predicando che la letteratura italiana è spacciata, perché la nostra società non produce miti degni di essere esportati, perché da noi la Storia è stata sostituita dalla Cronaca, perché siamo più da operetta che da capolavori, perché Berlusconi e Prodi non sono all’altezza del nostro infinito ingegno, perché magari avere JFK, Nixon, Clinton, Blair; perfino uno straccio come Chirac… Chi mi conosce sa che non parlo d’altro. Ultimamente, però, ho iniziato a interessarmi di alcuni casi che sembravano smentirmi. I due libri e i due scrittori di cui vorrei parlare sono le smentite che ritengo più significative e, sebbene non abbiano niente in comune, li sento legati da una segreta corrispondenza di intenti: scrivere di Storia con la S maiuscola tramite un genere sputtanato come il romanzo. Mario Desiati e Giuseppe Genna. Ecco i loro nomi. Devo dire, per scongiurare qualsiasi equivoco, che sono entrambi miei amici e che, quindi, in senso stretto, sto compiendo un atto mafioso. E la mia confessione non mi rende meno colpevole, ma tant’è…" (Piperno su Vanity fair)
Periodicamente un critico o uno scrittore, magari uno che ha avuto un certo successo mediatico, ritirano fuori questa giaculatoria: la letteratura italiana è incapace di confrontarsi con la Storia. Eppoi, niente mitopoiesi, niente maestri, niente affreschi, siamo da operetta, non esistono capolavori o opere importanti ecc. ecc. Questo da una parte. Poi, molto frequentemente ci si alza un mattino e ci si accorge che per fortuna ci sono delle eccezioni. Nel caso di Piperno, i due sono suoi amici e si chiamano Genna e Desiati.
Non vedo perché, se ha ragione, dovremmo considerare la sua una dichiarazione mafiosa.
Non ho nulla contro Genna e Desiati, non potrei, nemmeno volendo, perché non li ho letti ancora. Invece Piperno pur facendo lo scherzoso, rifila queste attestazioni come se nulla fosse. Parla in un contesto disimpegnato perché tutti ascoltino e noi siamo qui ad ascoltare.
Perché Genna e Desiati sono, sarebbero, quei due da cui dipendono le sorti nazionali?
Questo ho capito: Genna ha scritto un libro di 800 pagine (il dato del volume dell’opera ritorna sempre più insistentemente e in modo preoccupante nelle recensioni) sulla vicenda di Alfredino. Tale vicenda mette in gioco "Craxi, Moana, i Fratelli Berlusconi, i Duran, Maldini, la Parietti, Nordahl, la Milano da sbronza, la Sardegna più orrendamente volgare che sia mai stata raccontata, perfino l’argonauta intergalattica, e chi più ne ha più ne metta". Pensavo che questa fosse Cronaca ma qui è diventata Storia. Piperno non ci dice perché lo è diventata. Ci avverte invece che mentre tutta l’Italia si commuove in realtà su se stessa, melodrammaticamente, fingendo di commuoversi su Alfredino, il narratore si commuove invece davvero per la morte del padre… Tutti gli italiani sono degli stronzi, mentre l’Autore è sensibile come un fiorellino. Io ricordo invece che la commozione per Alfredino era vera. Ricordo Pertini e la gente che stava in pena, anche se il contesto era atrocemente mediatico. Ricordo un senso di solidarietà che qualche volta esce fuori, in certe situazioni, in cui la commozione per l’altro è anche come sempre commozione per noi stessi…
E comunque, ritornando alla promozione di Piperno, perché la commozione vera dell’autore dovrebbe far passare dalla cronaca alla storia?
"La metafora del pozzo accompagna tutta la narrazione del Dies Irae dalla prima all’ultima pagina. Eccolo là il buco stretto, fangoso, buio, umido, mortale in cui il personaggio Giuseppe Genna rimarrà rinchiuso per tutta la vita: il trauma originario da cui è impossibile riprendersi."
Non si doveva parlare di Storia? Ecco che dalla Storia si ripassa al Trauma e agli Archetipi: il confronto col padre, il lutto, il Sé. "Ogni grande libro è un guanto di sfida lanciato in faccia al proprio padre, da Kafka a Martin Amis"… Rincara il nostro che ha perso un po’ il filo. E la madre, le madri?
Per capire qualcosa di più sulla presenza della storia devo leggere altre recensioni che il sito giugenna mette a disposizione.
E’ molto interessante leggere tutte insieme queste recensioni e anche impressionante perché, salvo eccezioni, si ha l’impressione di una condivisione di linguaggi e di prospettive.
Questo pezzo di Alessandro Bertante, dalla Repubblica di Milano, cerca di dire qualcosa della storia.
Nella prosa di Genna la realtà precipita e si confonde fra ricordi infantili, voci di morti, devastazioni umane e famigliari, malattia mentale, spacciatori e pubblicitari drogati, corruzione politica, televenditori e imbonitori, prima manifestazione estetica di quella follia del quotidiano che sembra essere diventata la cartina tornasole per l’interpretazione sociale contemporanea.
Vermicino crea una nuova Italia, formatasi seguendo il solco tracciato della Loggia P2, dal craxismo e dalle televisioni commerciali di Berlusconi. E in questa nuova nazione plasmata dalla brutalità, Genna riesce a cogliere una poetica struggente e melanconica, espressa con un linguaggio visionario e di grande suggestione letteraria ma anche capace di momenti esilaranti, specie quando lo scrittore si sofferma sulle sue vicissitudini nello sconfortante mondo del precariato intellettuale.

L’idea è certamente più chiara ma nondimeno non ho ancora capito. Non è l’unico Giuseppe Genna a considerare questi anni bui. Non è l’unico a evocare la brutalità, la volgarizzazione… Non solo ci sono altri, ma queste cose si possono dire in altri modi. Forse allora, come potrebbe suggerire un filosofo ironico e scettico, c’è qui (in Piperno) un vocabolario che si fa prepotente, incapace di accorgersi che ci sono altre posizioni, prospettive e posture. Che l’esemplarità di questo crudo quotidiano nella narrativa viene anche da altri sfondi e visioni e previsioni e persino lontananze…
Su Desiati di male in peggio. Il titolo, Vita precaria e amore eterno, dice Piperno, non è azzeccato. Perché? A me piace moltissimo. Il riferimento al precariato a fronte dell’eterno amore già è una cosa molto molto buona. Ma vediamo le ragioni di questo libro esemplarmente mitopoietico e masticatore di storia.
Intanto il giovane protagonista vive vicino alla base Nato di Sigonella ed è ossessionato dal volo. Piperno ci spiega: forse scioccato dalla vicenda di Ustica. Ma via, Ustica è uno choc mediatico. Come si fa ad aver la fobia del volo per via di Ustica. Si avrà paura di salire sull’aereo, così come in treno per via degli attentati terroristici. Le ossessioni sono di altra natura. Martino Bux è un sociopatico, vive di lavoretti, razzista, qualunquista, misogino, omofobo, "una sorta di American Psyco in versione piccolo borghese". Ora a parte Sigonella, che richiama a Piperno tante di quelle cose da diventare una cascata, scopriamo poi che la sostanza del libro è il sesso. Sesso tosto. Con una mossa a sorpresa, Piperno fa il nome di Houellebecq, un Houellebecq più tenero, ma altrettanto allucinato.
Pensavamo che la slot machine desse storia-storia-storia, invece dà sesso-sesso-sesso.
Bene. Il romanzo ha grandi possibilità in questo ambito, non soltanto perché si possono scrivere finalmente cose diverse dal passato, ma anche perché si può sfidare l’approssimazione e l’irrealtà che sul sesso in modo alluvionale arrivano dalla televisione, dalla pubblicità, dalla pornografia, mettendo finalmente in gioco creature integre nelle loro… nelle loro…
A perdere il filo ora sono io.
Anche qui insomma sfuggono le ragioni per cui la Storia irrompe a vivificare e trasvalutare… Siamo come in presenza della complessità, tutti ne parlano, ma poi ci troviamo di fronte a un misero elenchino.
"Ma la cosa che accomuna questi due libri è che essi - scritti in una prima persona particolarmente impudica - si pongono l’obiettivo di parlare di cose universali."
E noi che pensavamo che questa fosse l’ambizione di ogni libro!
Insomma, ora Piperno, ora questo ora quell’altro ci richiamano a certe cose, mancanze o pregi della nostra letteratura, che poi non argomentano; e se lo possono permettere solo perché la maggioranza di quelli che scrivono di libri sui giornali, condividono, insieme magari a un fantasmatico lettore di maggioranza, il loro linguaggio, il loro punto d’osservazione.
In realtà:
1. Non si capisce perché qui c’è la storia e non la cronaca.
2. Non si capisce perché qui sì e non altrove, in altri libri italiani intendo.
3. Ci troviamo di fronte a un’idea di storia, che è prevalentemente postmoderna, come se - mi rifaccio ancora all’oracolo del filosofo ironico e scettico, del quale peraltro non condivido quasi niente - questo linguaggio decisivo fosse l’unico linguaggio possibile.
Infine, ma qui il discorso ricomincia:
4. Perché la storia, e non l’esperienza e la realtà e la verità dell’esistenza?

Perché c’è più realtà e verità in Americana di Don De Lillo che in Ricordi di mia madre del giapponese Inoue? Perché l’obiettivo di parlare di cose universali è certificato dall’evento storico (e di cronaca) invece che dal racconto tout court?
La storia a cui si fa riferimento in questi contesti è quasi sempre la storia "narrata" in un accezione postmoderna (la faida faction/fiction ne rappresenta un fenomeno tutto interno): cioè complotti (vedi la coda processuale su Vermicino), intrighi, segreti, messe in scena (gli aerei che sfrecciano su Sigonella o la bolla di ghiaccio in cui è rinchiuso il cadavere di Alfredino), il mondo mediatico, la società dei consumi e delle merci, i simulacri, il meticciamento del genere letterario alto (diciamo così) con i generi ecc. I modelli: Thomas Pynchon, De Lillo, Tom Wolfe, Eco, il giallo e i polizieschi ... L’idea stessa di una narrativa grande (qualcuno parla di massimalismo tanto per fare ancora più confusione, come se non bastasse "minimalismo", che non prende assolutamente niente, sia che si parli di uno scrittore come Carver, sia che si parli di storie che non possono essere minime a meno di non essere sciocche) contro la piccola, agitata da teorici consapevoli e inconsapevoli, sembra il rovesciamento del blocco indicato da Lyotard ne La condizione postmoderna, il blocco delle metanarrazioni a favore di una pluralizzazione e di una valorizzazione delle molteplicità e delle differenze (così si dice, credo; ma anche solo a prendere in mano questo filo, ci si ritrova nelle sabbie mobili!).

Dunque? In queste dichiarazioni oltre a una sfiducia nelle possibilità della letteratura, che deve farsi o reportage e testimonianza oppure cassa di risonanza di un’esperienza quasi dopata (guadagnare mondo infatti, entrare nella vita, "spremere la realtà", come disse in un suo intervento Mauro Covacich, sono cose sulle quali bisogna intendersi), c’è una storia configurata come un ingrediente da menu ipertrofico, a totale svantaggio di quella letteratura portatrice di universalità che si dice di volere; proprio come succede quando si amplifica il peso della trama, insistendo sulla comunicazione, piuttosto che su altre qualità, come ho cercato di dire, sempre in queste pagine, parlando (vedi qui) di altri libri.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 6 novembre 2006