Una scrittrice nigeriana

Carla Benedetti



Nel mondo anglofono ha suscitato grande interesse il romanzo di esordio di una giovane nigeriana, finalista del prestigioso Orange Prize: L’ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie (Fusi orari, pp. 263, 15 euro, traduzione di Maria Giuseppina Cavallo). E c’è chi parla di una "nuova generazione di romanzieri nigeriani" che sul solco di Achebe e Soyinka raccontano la Nigeria odierna.

I temi del libro sono il fanatismo religioso dei neoconvertiti al cristianesimo, il conflitto ancora sanguinante tra il nuovo mondo postcoloniale e le culture tradizionali, e la condizione della donna in entrambi. A narrare è una ragazza quindicenne, chiusa in un silenzio pieno di paura, immobilizzata dalla legge paterna e testimone di una tragedia familiare e sociale.

Crescono sotto i nostri occhi personaggi vivi e di inquietante complessità. Il padre è un ricco imprenditore che regala ai poveri mazzette di banconote per Natale ("non vengono da me ma da Dio"). E’ anche il coraggioso editore di un giornale dissidente sotto il regime militare, ma è accecato da un fanatismo religioso che lo mette in un conflitto lacerante con i figli, la moglie e la famiglia di origine ibo. Un "tipico prodotto coloniale" come dice di lui la sorella.
E poi emerge con pari grandezza drammatica la figura dolce e incantatrice del nonno, che rifiuta di convertirsi, e che il padre tiene lontano dai nipoti per timore che li contagi con l’"empietà" del paganesimo.

Adichie scrive in inglese, una scelta quasi obbligata. Così fu anche per Achebe, a cui molti la avvicinano e da cui lei stessa dichiara di aver preso l’impulso a scrivere. "Dopo aver letto Il crollo mi resi conto che le storie del mio popolo erano degne di narrazione, e incominciai a descrivere il mondo che conoscevo".

Alcuni recensori inglesi le hanno rimproverato la "passività" del personaggio narrante, forse non rendendosi conto che la cosa più affascinante del romanzo è proprio l’invenzione di questa voce intimorita e stupita, che si fa piccola per entrare in intimità con cose tanto più grandi. Invece verso la fine, quando il personaggio "cresce", tutto ripiega nella forma più ovvia (e più apprezzata dai critici) del romanzo di formazione. Ma resta un libro di straordinaria pienezza esperenziale che ancora una volta ci mostra come le vie del romanzo siano infinite. Mai dire cosa può o non può più essere, come invece si tende spesso a fare in Italia.

(pubblicato su "l’espresso" n. 46, 2006)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 19 dicembre 2006