Una fantasia compensativa (III)

Sergio Baratto



9. Scene dalla vita di un gregge (II)

Può darsi che Sayel Jabara – quarantasei anni ma ne dimostrava qualcuno in più – fosse uno stronzo, che avesse alle spalle una storia di soprusi e prevaricazioni inflitte a mogli e figli. Può darsi invece che fosse un fiore d’uomo. Uno di quegli esseri rari che tutti amano e che si fanno amare da tutti con naturalezza. Chissà. La cosa non ha più molta importanza da quattro minuti, ossia da quando il colono Yehoshua Elitzur, arrivando a razzo con la propria jeep, ha inchiodato a pochi metri da Sayel, in mezzo al campo polveroso dietro il villaggio di Salem, è sceso stringendo un fucile d’assalto M16 e ha fatto fuoco come in un film d’azione americano di basso livello. Sayel ha alzato le braccia, avvertito una pesantezza di piombo alle giunture, detto qualcosa nella sua lingua sputacchiosa, forse "non sparare" o "sono disarmato", prima di afflosciarsi per terra, sventrato.
Per la corte che lo giudicherà, il colono Elitzur avrà commesso un omicidio colposo. Bontà di Dio.

10. Shmuel (III)

"Sarà la parte più atroce, più faticosa, ma ne varrà la pena, credo. Mi documento, sfoglio giornali, riviste, scorro siti internet, passo intere giornate raccogliendo appunti e ritagli. Faccio una prova. Individuo il pitbull del mio vicino di pianerottolo, quell’animale orribile che si avvicina sempre alle mie gambe con un respiro sordo, cattivo. Nella mio testa lo posso vedere mentre si aggira per la cucina, a pochi metri da me oltre il muro. Lo afferro mentalmente e con uno strappo violentissimo che mi toglie il fiato e la vista per qualche secondo lo scaglio su Sansone.
Il cane rotola nella polvere, si rialza, si scuote, si guarda in giro, comincia ad abbaiare. È vivo, questo è l’importante. L’atmosfera funziona, il trasferimento si può fare. Sono felice. È ora che passi a qualcosa di più impegnativo.
Man mano che il tempo passa, divento sempre più agile e veloce; persino il rinculo dopo ogni lancio perde via via intensità, lo ammortizzo benissimo in un paio di secondi. A volte li prelevo a uno a uno, dai loro palazzi rinascimentali o mentre sull’altare stanno officiando la messa. Qualche cardinale sudamericano ha avuto la sfortuna di essere afferrato mentre defecava quietamente in un bel cesso pulito. In altri casi faccio le cose più in grande e li raccolgo a manciate.
Finiscono tutti nella polvere di Sansone. Il pianetino, è vero, ha pochi svaghi e pochi accessori, somiglia più cha altro a una pianura cementificata, ma l’aria è buona, ricca di ossigeno e priva di inquinanti. Ai nuovi abitanti ho messo a disposizione alberi da frutta e sorgenti di acqua incontaminata. Il tutto dovrà durare poco, ma sarebbe un peccato se qualcuno di loro morisse così, di fame e di sete.

Lavoro per giorni, incurante di ciò che accade intorno a me. Solo ogni tanto getto uno sguardo ai telegiornali: il panico in tutto il mondo, la scomparsa di migliaia e migliaia di persone più o meno note, un fenomeno assurdo, le gerarchie delle principali religioni volatilizzate…
Rido tra me e me. Sono certo che, se un Dio esiste nei modi in cui questo o quel clero ce lo ha descritto, verrò duramente punito per la mia arroganza. Per ora non me ne frega niente. Invocherò l’infermità mentale.
E finalmente la mietitura è finita. Contemplo il lavoro e mi compiaccio.
Aguzzo la vista: è bellissimo. Ci sono Joseph Kony e i suoi sottopancia dell’Esercito di Resistenza del Signore, tutto lo stato maggiore di Al-Qaida e un buon numero di cellule terroriste ramazzate qua e là in Europa e in Asia.
Ci sono fascisti israeliani circondati da zeloti inferociti, le milizie janjawid, qualche predicatore statunitense obeso. Si sono guardati intorno per un po’, si sono annusati. Ho deciso di seminare un po’ di zizzania e ho sguinzagliato il pitbull del mio vicino. Dicono che per certi musulmani il cane sia un animale impuro.
Ci è voluto un po’ perché superassero il trauma del trasloco, lo spaesamento. Si sono ripresi bene: non si può andare contro la propria natura.
Mi siedo sul divano, chiudo gli occhi e con il telescopio della mia mente li guardo azzuffarsi tra loro. Li ho persino dotati di armi non convenzionali. Ci sono bracci doccia, ombrelli, scolapasta, vibratori, pompe di bicicletta. Il pontefice stringe in mano un rullo per macchina da scrivere, un imam non meglio identificato agita furibondo il volume IV dell’Enciclopedia Britannica. Trascorro così il pomeriggio. È il giorno più bello della mia vita. Mi manca solo il gran finale, quando il piccolo sole di Sansone vivrà il suo momento di gloria."

11. New Horizons (II)

Da qualche giorno New Horizons non smette di osservare quella ridicola imitazione su scala microscopica del sistema solare. Se fosse dotata di reazioni umane, la si potrebbe dire incuriosita. In teoria New Horizons non può incuriosirsi. E allora cos’è quello scintillio appena percettibile che imbianca la superficie del suo occhio cieco?
È stupore.
New Horizons guarda stupita il planetoide in fiamme alla sua sinistra scardinare la propria orbita e dirigersi verso l’altro planetoide, che ruota ignaro alla sua destra nella sua placenta biancastra di gas atmosferici. Prima lentamente, poi sempre più veloce.
È una palla di fuoco, un proiettile nucleare.
La collisione è devastante. Sansone e il suo sole provvisorio scompaiono nella luce. Lo spazio si incendia. Tutto è luce e calore immenso. New Horizons si lascia avvolgere in quella luce e in quel calore. Il suo corpo fonde, il suo occhio cieco si liquefa. Se non si fosse tanto sciocchi da negare un’anima alle macchine, si potrebbe chiamare il sorriso che le increspa l’obiettivo con il suo vero nome. Pace e letizia.

[Fine. Qui la prima parte, qui la seconda.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica racconti il 5 novembre 2006