1969-2019 (VI)

Sergio Baratto



16 dicembre
Mezzanotte appena scoccata. Aldo Palumbo, un cronista dell’Unità, sta attraversando il cortile della questura. Sente un tonfo, poi un altro, poi un altro ancora.
Pinelli precipita dal quarto piano, sbatte contro i due cornicioni sottostanti, si schianta a terra e finalmente lascia la questura. Per sempre.
Palumbo si avvicina. Nell’aiuola spelacchiata in cui si arresta la caduta di Pinelli c’è della neve sporca. Il corpo resta immobile a terra, nel buio e nella nebbia.
Arriva un’ambulanza. Lo portano di corsa al Fatebenefratelli. Muore intorno alla una e cinquanta senza riprendere conoscenza.

Alle due e un quarto, in piena notte, appena venti minuti dopo la morte di Pinelli, il questore di Milano Marcello Guida tiene una conferenza stampa.
Dice:
"I suoi alibi erano tutti caduti ed era fortemente indiziato. Aveva presentato un alibi per venerdì pomeriggio ma questo alibi era caduto completamente".

Il Corriere chioserà così: "È successo qualcosa che ha inspiegabilmente spezzato in lui quell’apparente maschera di serenità e di distacco. Si è reso subito conto che gli inquirenti erano venuti a conoscenza di qualcosa che gli premeva tenere nascosto".

Guida dice anche:
"Nell’ultimo interrogatorio il funzionario dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire al capo dell’ufficio politico dottor Allegra. Col Pinelli erano rimasti nella stanza tre sottufficiali di polizia e un ufficiale dei carabinieri che assistevano all’interrogatorio. Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto. Lo scatto del Pinelli è stato rapidissimo. L’uomo ha spalancato le ante della finestra e si è lanciato nel vuoto senza che nessuno dei sottufficiali potesse accennare a un qualsiasi tentativo per bloccarlo in tempo".

E Calabresi, seduto vicino a Guida:
"Lo credevamo incapace di violenza… E invece è risultato implicato".

La Notte, 16 dicembre 1969:
"Si è ucciso sotto il peso di una colpa che non gli concedeva tregua? Si è gettato nel vuoto per disperazione o rimorso? Certo che ’pulito’ probabilmente non lo era…"

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Pinelli muore contemporaneamente in quattro modi.

1) Suicidio comprensibile. Vedendosi scoperto, Pinelli compie un balzo felino, grida "È la fine dell’anarchia!" e si getta dalla finestra aperta, gettando al tempo stesso nella costernazione generale gli agenti presenti nella stanza; la finestra è aperta perché nella stanza c’è molto fumo.

2) Suicidio incomprensibile. Pinelli era un brav’uomo, sapeva di essere innocente, durante gli interrogatori era tranquillo, ha persino scroccato una sigaretta a uno degli agenti. Poi, inaspettatamente, è scattato verso al finestra; il brigadiere Panessa Vito con uno scatto a sua volta felino cerca di afferrarlo e di impedirne il suicidio, ma Pinelli sfugge alla presa e al brigadiere Panessa Vito resta in mano soltanto una scarpa.

3) Omicidio. Pinelli viene picchiato violentemente, una delle percosse gli è fatale. Viene gettato dalla finestra per simulare il suicidio. La perizia medico-legale sul corpo di Pinelli sceglie questa possibilità.

4) Morte accidentale. La legge sceglie questa variante. La sentenza che archivia la morte di Pinelli dice: "morte accidentale per malore attivo".

Un’Alterazione del centro di equilibrio da intossicazione acuta da fumo
"…Dall’istruttoria è emerso che esistevano al momento del fatto per il Pinelli condizioni favorevoli per un malore.
Egli, dalle 18,30 del 12 dicembre sino a pochi minuti prima delle 24 dei 15 dicembre, fu sottoposto ad una serie di stress, non consumò pasti regolari e dormì solo poche ore, una sola volta steso in una branda.
Pinelli infatti fermato intorno alle 18,30 fu collocato in un salone del quarto piano dell’Ufficio Politico ove via via vennero accompagnati e lasciati i numerosi fermati, subì certamente l’emozione derivante dall’apprendere i particolari e l’efferatezza degli attentati e dal constatare che, ancora una volta, la Polizia concentrava quasi tutta la sua attenzione sui gruppi di sinistra ed in particolare sugli anarchici.
Alle 3 dei mattino fu sottoposto al primo interrogatorio (…).
Rimase ancora nello stesso stanzone senza possibilità di stendersi e di beneficiare di un sonno ristoratore sino alle 23,30 del 13 dicembre, ora in cui venne accompagnato nelle camere di sicurezza della Questura.
La mattina del 14 fu ricondotto nel salone dell’Ufficio Politico e subì lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio. Finalmente dopo le 20,40 e cioè dopo che il Gaviorno Pietro rese la sua deposizione (dal relativo verbale risulta che essa fu resa alla ore 20,30 del 14 dicembre 1969) subì ancora lo stress di un nuovo interrogatorio (…) che, questa volta, la sua esperienza doveva suggerirgli non sarebbe stato solo diretto ad ottenere da lui elementi di prova contro il «sanguinario» Valpreda, ma anche a fargli fare ammissioni che lo compromettessero.
Il fatto che venissero man mano rilasciati tutti i compagni anarchici fermati dopo di lui, non dovette poi certo tranquillizzarlo.
Alle ore 19 del 15 dicembre, senza che avesse potuto beneficiare di un sonno ristoratore in un letto, fu chiamato di nuovo per l’interrogatorio. «Valpreda ha confessato» esordì il commissario Calabresi. Era vero o era il solito «saltafosso» della Polizia? Il dubbio dovette, quanto meno, sfiorargli la mente, se è vero che disse al Valitutti: «Se è stato un compagno lo uccido con le mie mani».
Ma non poteva concedersi il lusso di pensarci sopra; l’interrogatorio proseguiva e doveva prestare la massima attenzione alle domande che gli venivano rivolte; doveva ben meditare le risposte che andava dando per evitare di cadere in contraddizione e prestare così il fianco al gioco degli inquirenti.
La mancanza di sonno, di un’alimentazione adeguata (non aveva cenato ed i pasti da quando era in Questura erano costituiti da panini ripieni), le numerosissime sigarette fumate, dettero il loro contributo allo stato di stanchezza che ne derivò.
(…) Ciò posto è opportuno precisare che nel termine malore ricomprendiamo non solo il collasso che, com’è noto, si manifesta con la lipotimia, risoluzione del tono muscolare e piegamento degli arti inferiori, ma anche l’alterazione dei «centro di equilibrio» cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati.
È opportuno precisare pure che in medicina è pacifico che alterazioni dei centro di equilibrio possono essere provocati da intossicazioni acute da fumo (e Pinelli aveva fumato moltissimo), da stati ansiosi e stressanti (e Pinelli aveva passato tre giorni di seguito in stato di stress), da surmenage (e Pinelli non si era pressoché riposato per tre giorni e si era mal nutrito).
Se appare quindi poco verosimile l’ipotesi di precipitazione per collasso (…), appare verosimile invece l’ipotesi di precipitazione per improvvisa alterazione del centro di equilibrio.
L’interrogatorio è terminato e nulla è emerso contro Pinelli, ma lo stato di tensione per lui non si allenta. Il commissario Calabresi si è allontanato senza dire una parola. Cosa deciderà di lui il dott. Allegra? Finirà a San Vittore con l’infamante marchio di complice di uno dei più efferati delitti della storia d’Italia o tornerà finalmente libero a casa?
Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto.
Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi."

(Dalla sentenza del tribunale civile e penale di Milano, 27 ottobre 1975)

[6 - Continua]








pubblicato da s.baratto nella rubrica condividere il rischio il 16 dicembre 2006