Come mi hanno soffiato mia moglie

Tiziano Scarpa



Vi voglio raccontare come mi hanno soffiato mia moglie. Ma prima vi devo descrivere la mia situazione.
Dunque, io mi chiamo Tiziano Scarpa.
A Venezia ci sono molti Scarpa. Occupiamo tre pagine dell’elenco telefonico. A Pellestrina, un’isola della laguna di Venezia, c’è addirittura un intero quartiere denominato Scarpa, tutto abitato da gente che di cognome fa Scarpa. Si racconta che, un tempo, l’isola di Pellestrina avesse una squadra di calcio con undici Scarpa. Tutte Scarpe, dal portiere al numero 11. Sul serio.

Una volta, quindici anni fa, ho lavorato al censimento, dovevo inserire i dati nei terminali del mio Comune. Così ho fatto una ricerca e ho scoperto che avevo sette omonimi registrati all’anagrafe. 7! Sette altri Tiziani Scarpa che girano nella mia città. Scoprire di non essere unici a questo mondo è un’esperienza formativa. Un trauma narcisistico molto salutare. Già da bambino, la prima volta che avevo visto tutti quegli Scarpa sull’elenco del telefono, avevo imparato che io non sono merce rara. Ora ne avevo l’ennesima conferma: non valevo niente, sul mercato ne esistevano altri sette che offrivano il mio stesso io. Aggiungete che ho un cognome che si presta alle battute più umilianti. A calcio, "essere una scarpa" vuol dire non saper giocare. E fin dalla prima elementare è stato tutto un trionfo di Vecchio Scarpone, Ciabatta, Pantofola, Babbuccia… Anche questo mi ha insegnato ad abbassare la cresta.

Comunque, quando un cognome è così diffuso, non è improbabile che qualcuno che si chiama come te sia riuscito a farsi un nome. È statistico. E così, la domanda più ricorrente che mi fanno quando mi presento è: "…Parente?" Così, con i puntini di sospensione prima.
Ormai lo so già che si riferiscono a uno dei due Illustri Scarpa della mia cognomerìa (che termine si usa per gli omonimi di cognome? Omògnimi? Omognòmi?)
Illustre Scarpa n.1 è Carlo, uno dei più importanti architetti italiani del Novecento. Illustre Scarpa n.2 è Romano, uno dei più importanti disegnatori italiani di fumetti del Novecento: l’inventore di parecchi personaggi Disney, fra cui Trudy e Paperetta Yè Yè.
Nessuno dei due è (era: sono morti entrambi) mio parente.

Una sera, a Roma, stavo per andare in scena a fare una delle mie letture teatrali. "Tra il pubblico c’è anche Famosa Attrice, è venuta apposta per sentirti!" mi bisbiglia una voce in un orecchio.
"Venuta apposta per me? Ma se nemmeno ci conosciamo!", cinguetto io lusingato. "Cioè, venuta no", si corregge la voce. "L’abbiamo dovuta portare su per le scale a forza di braccia, in quattro, seduta su una sedia, perché è troppo grassa, e senza ascensore non ce la fa."
Dopo lo spettacolo vado a presentarmi a Famosa Attrice. Mi chino sulla portantina, guardo per la prima volta da vicino la sua facciotta rotonda, dopo averla vista tante volte al cinema e in tivù. È molto anziana; è come guardare la citazione in carne e ossa di un volto che credevi di conoscere.
Lei mi fa un bel sorriso e mi dice a bassa voce: "Sa, tanti anni fa io frequentavo molto suo padre. Mangiavamo da Cipriani a Venezia, all’Harry’s Bar. Eravamo grandi amici".
I conti non tornano. I conti dell’Harry’s Bar, voglio dire. Mio padre quei locali non ha mai potuto permetterseli, né tanti anni fa né adesso. Lui da giovane nei ristoranti ci lavorava. In cucina. Capisco che Famosa Attrice mio padre non l’ha mai visto in vita sua. Si sta riferendo a Illustre Scarpa n.1, l’architetto Carlo. Crede che io sia figlio suo.
"Ah, lo conosceva? Non era mio padre," dico.
"E come l’ha scoperto?"
"Prego?"
"Dev’essere uno shock mica da poco, quando tua madre ti rivela che sei figlio di un altro."
"Non ci siamo proprio, guardi. Io non sono parente dell’architetto Carlo Scarpa. I miei non hanno mai avuto niente a che fare con lui."
"Peccato."
"Be’, sì, in effetti non mi sarebbe dispiaciuto avere in famiglia uno come lui. Uno zio, magari." Sono fin troppo conciliante con l’anziana cicciona, considerando che ha appena messo in dubbio la probità coniugale di mia madre.
"Eh, ma non si sa mai," insiste lei.
"Cioè?"
"Pater semper incertus, eh eh!", sghignazza maliziosa.
Ma come ti permetti, vecchia rimbambita!
Com’è che, passati gli ottanta, alle babbione vengono tutte queste fantasie scoperecce? Vedono dappertutto gente che s’ingroppa, corna, tradimenti, frutti del peccato. E poi, notare l’incongruenza: secondo lei una andrebbe in giro a concepire figli con altri uomini, purché abbiano lo stesso cognome del marito!

Un’altra volta il mio nome&cognome mi ha procurato un incontro che non dimenticherò mai. Dovevo andare in una libreria di una piccola città (permettetemi di non nominarla), a fare la presentazione di un mio libro. Gli organizzatori avevano fatto le cose in grande, tappezzando le strade con tantissimi manifesti. Alla fine dell’incontro con i lettori, la libraia mi conduce in una saletta del negozio.
Seduto a un tavolo, c’è un anziano signore vestito modestamente, molto emozionato.
"Lei è Tiziano Scarpa", mi domanda.
"Sì."
"Proprio Tiziano. Proprio Scarpa."
"Proprio Tiziano Scarpa," confermo.
"Lei si chiama come mio figlio."
Comincio a intuire il peggio.
"Sa, ho visto quel nome… Quel nome!" Mentre parla gli occhi gli diventano traslucidi, come d’alabastro, si mettono in contatto con un’altra dimensione. "Sui manifesti. Così tanti! Dappertutto. Quel nome. E sono venuto qui a vederla."
Mi lascio guardare. "Ma suo figlio…" azzardo.
"Mio figlio non c’è più."
Il peggio si avvera. Si avvera sempre, il peggio.
"Mi dispiace. Come è mancato?" Cerco di usare l’espressione meno dolorosa possibile.
"Non è mancato. Si è tolto la vita."
"Oh. Mi dispiace tantissimo." Ci resto male davvero. Quest’omino disperato che insegue una traccia alfabetica… Che corre a conoscere un altro essere umano che si chiama come suo figlio… E poi provo la strana compassione per un Tiziano Scarpa che non ce l’ha fatta a sopportare il peso di sé stesso. "Avrebbe trent’anni, adesso." Mi fissa in volto. "Quanti anni ha, lei?" "Quaranta. Io ne ho quaranta." Pronuncio la cifra come per difendermi dal suo sguardo. Per arginarlo.
"Giocava a tennis. Era bravo." Mi guarda negli occhi. "Gioca a tennis, lei?" "Mai presa in mano una racchetta in vita mia," mento, allontanando la sua domanda con le mani aperte a paletta.
"Le potrei… Le posso regalare una foto di mio figlio?"
E così, da due anni io possiedo un ritratto di Tiziano Scarpa che non sono io. O forse sì, un po’ lo sono anch’io, quel ragazzo. Un giovane che sorride alla macchina fotografica, con la fascia di spugna da tennista sulla fronte. Sorride a tutti i Tiziani Scarpa che sono attesi al varco dal loro nome, i Tiziano Scarpa che non hanno ancora veramente incontrato la parola che li chiama.

Ma vi avevo promesso la storia di mia moglie (io non sono sposato). È una storia che si riduce a una lettera. Ve la ricopio:

Gentile Tiziano Scarpa,
non ci conosciamo, posso darti del tu? Come avrai sicuramente già notato, fra noi c’è una grande intimità di parole, quindi permettimi questa confidenza. Ci tenevo a scriverti perché io sono in debito con te. O forse, adesso, siamo pari. Giudica tu. Ti scrivo da un paese lontano (lascia stare il timbro sulla busta: la lettera l’ho fatta imbucare da un mio amico in Italia). Ascolta quello che mi è successo. Un giorno, quattro anni fa, a Venezia, ho ricevuto una lettera da un paese lontano. Evidentemente era indirizzata a te, ma chi l’aveva scritta si era procurato l’indirizzo sbagliato. Era una tua lettrice (italiana) che diceva di avere molto amato il libro che hai dedicato a Venezia. L’avevo letto anch’io; l’abbiamo letto un po’ tutti, in città. È un libro con qualche venatura sentimentale che, te lo concedo, può far presa sulle donne. Non come le altre sconcezze che scrivi di solito. Comunque, erano così belle le cose che questa lettrice ti scriveva sul tuo libro, che io ti ho invidiato. E ho pensato di prendermi il risarcimento che mi spettava. Sì, perché da qualche anno i miei amici mi sbeffeggiavano a causa tua. Sapevano che scrivo poesie, ma al contrario di te, che ormai riesci a farti pubblicare anche la lista della spesa, io non ho mai avuto l’onore di vedere stampata neanche una mia riga. Eppure, non credere che io scriva tanto peggio di te (tranquillo, non ho nessuna intenzione di mandarti un mio manoscritto). Così ho risposto alla tua lettrice, spacciandomi per te. Ho imitato il tuo modo di scrivere, il tuo stile (come ti sembra? So essere convincente nei panni di Tiziano Scarpa? Trovi che ti assomigli? Saresti capace, tu, di imitare te stesso?). Lei si è appassionata alle lettere di Tiziano Scarpa (complimenti: come sai infervorarle, le donne, con la scrittura!), voleva venire in Italia a incontrarmi, a Venezia, ma io facevo di tutto per rimandare, preferendo approfondire la nostra relazione su carta. Finché sono andato io da lei. All’aeroporto ha avuto una brutta reazione, voleva cacciarmi, farmi risalire sul primo aereo, ma poi, passato il primo grande sconcerto, mi ha concesso una possibilità. In fin dei conti aveva già imparato a conoscermi, ormai ci eravamo scambiati trentuno lettere! Le avevo raccontato tutto di me. Di me Tiziano Scarpa. Te la faccio breve. Ci siamo sposati. Io ora vivo in quel paese lontano, da tre anni. Aspettiamo un bambino. Lo chiameremo… indovina come.
Tuo
Tiziano Scarpa

Questo racconto si trova nell’agenda Smemoranda 2007 – edizione 12 mesi.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 4 novembre 2006