1969-2019 (I)

Sergio Baratto



"È possibile che in Italia non si trovino mai i colpevoli?"
On. Avv. Gaetano Pecorella

Scaglia
Mezzogiorno e mezzo, nebbia fitta. Il signor Scaglia guarda fuori dalla finestra. La stalla, per esempio: sa che è proprio lì di fronte, dov’è sempre stata. Ma ora è come se non esistesse più niente. Il signor Scaglia si siede a tavola, versa il vino, squarcia il pane con le dita callose. Mangia un po’ prima, oggi, perché deve andare alla stazione. È tentato di portare con sé il figlio più grande – l’ha già fatto altre volte, al ragazzo piace andare a Milano, si diverte come un matto… figurarsi adesso, sotto natale. Però no – il signor Scaglia scuote la testa. No, oggi no. Troppa nebbia, e poi deve fare di corsa, una scappata in banca e poi magari trovare qualche regalino. No, oggi no, sarà per la prossima volta.
Il figlio ci resta male, non esce nemmeno sull’aia quando il padre inforca la motoretta e scompare nel vapore lasciandosi dietro la sagoma grigiastra della cascina.
Il signor Scaglia guida con più attenzione del solito, non si vede veramente un cazzo, gli tocca seguire con l’occhio destro il ciglio della strada, mentre col sinistro, divaricando lo sguardo, cerca di scrutare davanti a sé. Non sia mai che una macchina gli sbuchi davanti di colpo.
Attraversa i campi invisibili finché, con le prime case, la nebbia si dirada un poco. Supera Piazza Cavour, imbocca Corso XX settembre. La motoretta scatarra allegramente per tutto il centro di Abbiategrasso. Il signor Scaglia arriva alla stazione. In orario per il treno.

Il paese scivola sullo sfondo. I campi, le forme incerte dei capannoni industriali del Giambellino, Milano San Cristoforo. Mezz’ora di treno in tutto.
Il signor Scaglia se lo domanda ogni volta, standosene in piedi col naso attaccato al finestrino del tram. Pensa alla propria cascina, ai fossi, ai funghi, ai boschi del Ticino a dieci minuti da casa, e si domanda come cazzo riesca la gente a vivere così, in quel casino pazzesco, con tutte quelle macchine, le luminarie, i palazzoni, i viali. Però gli piace. Viverci no, lui è uno che viene dalla campagna, non si troverebbe bene, per non parlare della moglie… Però quando capita ci fa un giro volentieri.
E mentre il tram sferraglia lungo Via Torino nella foschia e nel freddo cane, tutte le luci, i neon, i fari della vigilia della festa luccicano sugli occhi dell’Angelo Scaglia. Che non si commuove. È uno pratico, lui. Però gli piace.

Nella nebbia, il Duomo sembra tutto sfuocato. I pedoni con le borse. Il signor Scaglia guarda l’orologio. Conviene spicciarsi.
Il signor Scaglia sbuca trotterellando in Piazza Fontana. Entra, si mette in fila. È impaziente, vorrebbe cavarsela in fretta per potersi unire ai colleghi che al centro dell’atrio discutono e contrattano animatamente.

16:25
Milano, Piazza della Scala.
Più o meno nello stesso momento in cui, a poche centinaia di metri da lì, il signor Scaglia si allontana dallo sportello e si mescola alla folla assiepata nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura, alcuni impiegati della Banca Commerciale Italiana stanno osservando con aria perplessa una borsa di finta pelle. L’avrà persa qualcuno? si domandano. La aprono. Contiene una cassetta metallica. "Casso, Lovàtt, cosa l’è sta roba chì?"

16:37
Milano, Piazza Fontana, Banca Nazionale dell’Agricoltura.
La bomba nascosta sotto il tavolo delle contrattazioni esplode.
La deflagrazione è devastante, il boato scuote il centro di Milano.
Una novantina di feriti, tredici morti. Altri se ne aggiungeranno. Il signor Scaglia non muore. Non subito. È un tipo tosto. L’agonia per lui durerà fino al due di gennaio.

16:38
Milano, Piazza della Scala. Banca Commerciale Italiana.
"Su no, mì, Luisìn… Se l’è ’sta roba chì?" Gli impiegati si grattano la testa, la punta del naso, il dorso della mano destra. Uno ha la forfora, un altro la pirosi, il terzo fa il filo alla collega giovane e carina, belle gambe, soprattutto bei polpacci. Non sanno che dentro la cassetta metallica c’è una bomba. Non sanno nemmeno il culo che hanno: la bomba è difettosa e non ha fatto o non farà il suo dovere.

Mariano
Da tempo il fardello di un lavoro ansiogeno, in qualità di dipendente dello Stato italiano con mansioni di primaria importanza, costringe il signor Mariano (segno dei Gemelli) a trascorrere lunghi minuti di purissima sofferenza. Accovacciato in un angolo, a luce spenta, aspetta in perfetta immobilità che qualcosa si muova. Anche solo una promessa di smottamento, uno scricchiolio, uno scuotersi e un contrarsi delle anse salamiformi. Invece un cazzo. Il tempo è brutto su Roma, è quasi Natale e bisogna pensare ai regali, la pelle invecchia, una domanda insolente lo molesta da diversi minuti – mai, nell’arco dell’intera vita, nemmeno nei giorni fugaci delle deflagrazioni ormonali a tradimento durente l’avemaria, aveva osato sfiorare i vergognosi misteri della figa (la domanda riguarda il destino ultimo degli spermatozoi caduti durante la corsa per la conquista dell’ovulo) e un tappo inamovibile trattiene la marea igienica dei materiali di scarto. Nel caso specifico, polta di coda alla vaccinara, bucatini, pane, mela e spinaci bolliti.
Finalmente, alle sedici e trentasette il tappo salta e in perfetta quantunque casuale sincronia con i movimenti peristaltici della storia l’onorevole sfintere di Mariano fa seguire a brevissima distanza un sibilo gassoso, la detonazione e l’espulsione del bolide.
Di tutta la faccenda, quello sarà verosimilmente l’unico stronzo a cadere.

16:55
Roma, Via San Basilio.
Una bomba esplode all’interno della Banca Nazionale del Lavoro. Quattordici feriti.

17:22
Roma, Piazza Venezia.
Una bomba esplode alla base del pennone alza-bandiera dell’Altare della Patria.

17:30
Roma, Piazza Venezia.
Una bomba esplode all’ingresso del Museo del Risorgimento, sito nella parte posteriore dell’Altare della Patria. Quattro feriti.

18:00
Nel tardo pomeriggio, mentre in Piazza Fontana sono al lavoro decine di ambulanze, per gli uffici cominciano a circolare certe voci. "Han detto che in centro è esplosa una caldaia". "Eh, la peppa! Ha fatto disastri?". "Mah… dicono che ci sono dei morti". È ora di timbrare e uscire nella palta di nebbia.
Il Giambellino intorno alle sei pullula di pendolari. I tram escono dall’oscurità come i vermi dalle mele. La gente cammina parlando di cronaca nera. Piazza Tirana (quando il clima è più benevolo qui si materializza un’enorme bisca clandestina a cielo aperto), la stazione di San Cristoforo.
I treni partono, si fermeranno via via a depositare la brava piccola gente della provincia milanese – Corsico, Trezzano, Gaggiano, Abbiategrasso, tutti quei paesi e paesoni in mezzo alla campagna – prima di superare il Ticino e scomparire nel profondo pavese.

Su uno di quei treni ci sono mio padre, mia madre, mia zia. Belli, ventenni, vigorosi, prematrimoniali. Io non sono ancora nemmeno un’idea astratta, un abbozzo di desiderio. Non esisto ancora nemmeno nei loro sogni. Mio padre gioca a carte, mia madre chiacchiera con le vicine di sedile, mia zia ha smesso di andare in chiesa e legge Marx. Vorrei per una volta nella vita con la macchina del tempo riuscire a sedermi di fianco a loro, senza identificarmi, senza nemmeno rivolgere loro la parola, al limite. Mi basterebbe poterli osservare in silenzio, appoggiato al finestrino gelido e appannato, sentire le loro voci, constatare l’assurdità delle loro pettinature e dei loro dopobarba (i dopobarba del boom economico sono tutti verdi e hanno odori fortemente alcolici), dei loro discorsi da ventenni.

[1 - Continua]








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 12 dicembre 2006