Vivere con un leone

Tiziano Scarpa



Bisogna avere nervi saldi per convivere con un leone. Anche se è vecchio e ha bisogno di cure, è pur sempre una belva. Così, quando ho saputo che a Venezia c’è qualcuno che tiene con sé un leone al lavoro, mi sono fatto coraggio e sono andato a trovarlo.

Francesco Grimaldi è restauratore di beni culturali nel laboratorio ligneo a Santa Apollonia, accanto ai locali del Museo Diocesano, dietro San Marco. Lo seguo su per le scalette strettissime del chiostro, il mio cuore comincia a accelerare. Mi racconta che è stato allievo di Benito Ghezzo e Maximilian Leuthenmayr: "i miei maestri", dice con sincera gratitudine. Superiamo un’inferriata, che sembra la porta di una gabbia. Per non mostrarmi troppo fifone, evito di domandargli se l’ha installata apposta per non far scappare la bestia.

Siamo arrivati di sopra. Respiro profondo, entro. A sinistra c’è un banco massiccio, con i morsetti e le pialle, uguale a quello che usava mio nonno falegname. A destra un uomo basso si tiene la pancia sanguinolenta. Che sia stato azzannato dalla belva? Francesco mi rassicura: anche se non ha l’aureola, è una scultura di Rocco, o qualche altro sant’uomo sofferente. Non ha il solito bubbone sulla coscia, ma le viscere aperte, una piaga gonfia, enorme. Il santo la contempla perplesso, quasi meditando su quella sua seconda testa addominale.

Io continuo a guardarmi intorno preoccupato. Alla fine lo vedo. È disteso su un tavolo. Mi avvicino. È un leone di San Marco di legno dorato. Fino alla rivoluzione francese se ne stava sulla cima del grande organo della Basilica, poi è stato messo in pensione nel Museo Marciano.

È emozionante vederlo da vicino. Ha un’espressione dolcissima, per nulla aggressiva, gli occhi malinconici. Sulla fronte, la ruga di chi ne ha viste tante.

Francesco Grimaldi mi spiega che ha più di cinque secoli: è della fine del Quattrocento. Mi mostra il retro della bestia, il nerbo scavato per alleggerire la massa del legno e non farlo incurvare. Mi fa apprezzare la tecnica di intaglio, l’assemblaggio dei masselli: si vedono le linee di sutura sotto il tronco, sulle zampe. Purtroppo ci sono anche molte altre cicatrici. I tarli. Le escoriazioni dello strato dorato. Il mento un po’ smangiato. E i nomi dei turisti. Stento a crederlo, ma questo leone è tatuato da decine di nomi: sui garretti, sulla schiena. C’è perfino chi gli ha inciso sul fianco una grande zeta di Zorro. Anna, Anto, Bruna, Dani, Lisa, Mario, Pina, Pucci, e tutti voi che avete lasciato il vostro graffito con la punta di una chiave: mi verrebbe da richiamarvi qui uno per uno, per scrivervi una parola poco gentile sulla fronte con un pennarello indelebile.

Mi chiedo come dev’essere restaurare un oggetto che è anche un simbolo vivo, che cosa serve per mettere le mani su una cosa che ha un’anima. Francesco mi fa vedere tutte le documentazioni storiografiche, le schedature degli studiosi, si infervora, si entusiasma. Comincio a capire: ci vuole tecnica, filologia e passione.

Disteso sul fondo della stanza, su un altro tavolo, c’è il secondo paziente illustre del laboratorio. È il Cristo Deposto di San Geremia. Accanto alla testa ci sono le foto di com’era ridotto prima degli interventi: il collo fracassato, la decoesione del legno. Oltre a rimediare agli altri danni, il restauro ha ricostruito la leggibilità del volto, rimettendo a posto i frammenti caduti della barba e dei capelli: molto verosimili, perché sono fatti di crini veri. Ci sono altri dettagli che colpiscono in questa scultura. Innanzitutto il realismo anatomico. "Guarda i muscoli irrigiditi, le scanalature intercostali, l’addome incavato – mi fa notare Francesco –, un anatomopatologo ha detto che corrisponde con precisione allo stato di un cadavere circa dodici-quindici ore dopo la morte", L’altra particolarità sono le spalle snodabili: è una statua che può stare distesa in una teca, ma anche essere portata in processione sulla croce, allargandole le braccia.

Francesco mi parla di altri effetti speciali delle sculture barocche. È molto orgoglioso del restauro del Cristo di San Pietro di Castello. Quel crocefisso ha le labbra dischiuse, e una lingua mobile; i sobbalzi durante le processioni la facevano sussultare lievemente dentro la bocca: serviva a rappresentare l’ultimo respiro di Gesù sulla croce.

Avere il privilegio di vedere queste opere da vicino permette di apprezzare anche i trucchi del mestiere applicati alla devozione. Per esempio, gli occhi di vetro della Madonna col Bambino che viene dalla Chiesa del Rosario di Burano. Francesco mi fa notare che l’iride è dipinta sulla scultura, sotto lo spicchio di vetro; la pupilla invece è un puntolino nero applicato direttamente sul vetro, ma sul lato interno. La cornea ha due livelli di bianco, uno dentro e l’altro fuori. Insomma, c’è tutto in gioco di trasparenze e coloriture stratificate per rendere la profondità dello sguardo umano.

"Ma chi li paga questi restauri?", chiedo prima di andare. "Dipende: privati, sponsor, istituzioni. Una ditta di asfalti, un benefattore devoto…"

È ora di andare. Saluto Francesco. Do un ultimo sguardo ai ricoverati convalescenti. La Madonna, Gesù, il leone. Mentre oltrepasso la porta d’uscita, dietro di me sento un ruggito.

Pubblicato nel Gazzettino di domenica 10 dicembre 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 11 dicembre 2006