Preghiera Laika

Giorgio Falco



La fetta laterale concessa dal finestrino prossimo o vicino al posto vuoto a destra, la porzione di cielo riempie il tettuccio quotidiano circoscritto dalle guarnizioni metalmeccaniche di stelle e turni serali offerti alla lucentezza funebre del parabrezza scheggiato dalla pioggerella di lampioni gialli, ah, il cielo, approfitto delle luci comunali periferiche e sospiro ansioso, ruoto le pupille stanche verso le ciglia secche e cerco una traccia di me stesso sull’etichetta della maturità, qui ora o tra trent’anni dentro la vecchiaia, la cassa tra pochissimo da morto, le code risplendenti di comete o i fuochi provvisori di meteore, il vuoto ritornare soddisfatto o triste al posto, la posizione mutevole del Sole sopra il supermercato, un lavoro come tanti, il Sole grande cento volte da allagare tutti i pomeriggi dei parcheggi sulla Terra, che senso ha la Luna quando mi giro sudato dentro il letto per contrastare o assecondare la silenziosa rotazione terrestre, l’evasione evanescente delle stelle, il loro invecchiamento inesorabile, le copertine, le nuove collane, i quattro nonni stesi nelle bare, alcuni astri si muovono più velocemente di altri astri che indugiano nella pigrizia di tutto quello spazio, di tutto quello strazio e spreco immemore di tempo, la Terra è grande nei documentari ma non è poi così grande l’azzurro scivoloso dei fiumi o la tonalità convenzionale del blu marino accecato dalla schiuma di navi e merci galleggianti o il verde temporaneo della pianura edificio il cui sacrificio è così necessario per salvare il verde collina da cartolina, la strada ciottolata ripulita e pronta all’ideologia dell’agriturismo, che senso ha il marrone autunnale dei monti raggrinziti da cui lanciare meglio soffici preghiere e clonarle in bestemmie della stessa intensità per poi planarle finalmente nella bocca arsa dei deserti sempre più vicini.

È sconsolante l’astronomia, il Sole poi precipita dietro il frigorifero, la religione non è la soluzione, la geografia ci tiene incollati al suolo, cosa posso fare, come completo la totale emigrazione della Terra verso il Sole, cammino nelle strade del quartiere e invecchio a ogni passo, colpito dal candeggio di luce che scivola sui muri acquistati con l’aiuto delle banche, mi sdraio nel letto, i piedi spuntano dalla coperta senza forze, fuori i ragazzini tacciono addormentati dall’autunno, attendiamo i giorni dei morti aspirando l’aria umida degli appartamenti, quante volte le foglie sono state scritte per carpire il segreto consumato, il disavanzo dei secondi ordinati dalle trame, dai colpi di scena, dagli sviluppi dei flashback che piacciono e passano, i cani abbaiano dietro le inferriate mimetizzate da siepi dopate sempreverdi.

Il cane nasce nel 1955, una delle foto lo ritrae sdraiato in una cuccia a forma di sigaro spaziale, guarda verso l’obiettivo, la bocca leggermente aperta, si intravede la lingua, come in una corsa al termine della quale il cane chiede una ricompensa, una carezza tra le sponde di pelle grigia della cuccia, il muso timido appuntito, chiazzato di nero, la stessa foto è visibile in bianco e nero e in verde oliva da cocktail cospirativo.

La cuccia a forma di sigaro spaziale è dentro Sputnik 2, il secondo satellite sovietico pronto sulla rampa di lancio in una località sconosciuta al centro di un deserto alieno precipitato da qualche pianeta pauroso, ancestrale, il secondo satellite sovietico pronto sulla rampa di lancio a Baikonur, Kazakhistan, l’odierno Kazakhistan, cosa è odierno, ora che scrivo il cane nello spazio di una possibile reception, la stanza 2, lo Sputnik Hotel, a Baikonur, Kazakhistan, l’eccellente qualità gestita da un team europeo, se state viaggiando per affari, lo Sputnik Hotel focalizza ciò che rende il vostro soggiorno un successo, lo Sputnik Hotel è un salmone a due piani, il parcheggio per l’auto a noleggio, lo Sputnik Hotel ha una posizione strategica centrale, circondato dall’alba delle vie dello shopping, dal perdurare delle aree notturne, lo Sputnik Hotel vi offre molti servizi tradizionali inclusi e tutti i comfort a duemila chilometri da Mosca, a Baikonur, Kazakhistan ma sotto la giurisdizione russa, la cucina mediterranea, anche italiana, volendo, a pochi metri dalla mattina, il 3 novembre 1957, il secondo satellite sovietico Sputnik 2 parte dal cosmodromo di Baikonour, Kazakhistan, mezza tonnellata, e attorno, il buio, pesa esattamente 508,3 chilogrammi, pesa esattamente 509,3 chilogrammi, in entrambi i casi, compreso il cane, il cui nome è incerto, Kudriavka o Kudrjavka o Kudryavka o Zhuchka o Muttnik o Limonchik o Limoncino, ma è universalmente conosciuto come Laika.

Il cane è una femmina, anche se Nikolaj Bulganin, il Primo Ministro sovietico, non è sicuro, stretto dai flash dei fotografi, dai gomiti dei taccuini accorsi che ammonticchiano le necessarie narrazioni di un domani incerto ma senza dubbio migliore, di un domani incerto senza dubbio peggiore, Bulganin si gratta la testa e dice, sì, a giudicare dal nome dovrebbe essere femmina, però, ecco, non so, è un cane.

Il cane fa parte di un gruppo di cani spaziali.

Laika

Bars

Lisichka

Belka

Strelka

Pchelka

Muskha

Damka

Krasavka

Chernushka

Zvezdochka

e molti altri.

Laika, morta, già adesso, inizio pezzo, prima di partire, raccontate questa fiaba ai bambini, le carezze muoiono assieme ai bambini e agli animali che muoiono anche se vivono disegnati sui secchielli.

Bars e Lisickha morte bruciate dentro il Vostok bruciato il 28 luglio 1960.

Belka e Strelka, i cani di Sputnik 5, lanciati il 19 agosto 1960 assieme a topi e ratti e razze secondarie già assuefatte alla morte dentro i razzi, Belka e Strelka tornano vive e famose dopo un giorno in orbita, sollevate da ambiziosi presentatori televisivi, accucciate negli anni e riprodotte e nemmeno mai morte del tutto nel tempo dei biglietti strappati alla cassa, Museo della Cosmonautica di Mosca, Belka e Strelka imbalsamate dentro la base dell’obelisco spaziale, Belka e Strelka cittadine dell’Universo, i primi corpi a tornare vivi da un viaggio spaziale orbitale, Belka e Strelka esposte sottovetro, lo sguardo verso il cielo soffocante da bacheca trasparente, le unghie, le code, i satelliti, le navicelle, i modellini di rutilanti reattori nucleari come gli elettrodomestici dei bigodini, le uniformi spaziali, i cibi in tubetto, i ritagli dei giornali.

Pchelka e Muskha, i cani di Sputnik 6, 1 dicembre 1960, il giorno in orbita esplode, Muskha destinata alla morte non famosa, la morte laterale, secondaria, Muskha scartata per Sputnik 2 perché non sa mangiare nella navicella come Laika, Pchelka morta più anonima di Muskha.

Damka e Krasavka lanciate dentro Vostok 1 il 22 dicembre 1960.

Chernuska il cane nero di Sputnik 9 il 9 marzo 1961.

Zvedockha, il cane di Sputnik 10 nello spazio assieme a un finto degno cosmonauta, manichino in legno, ventriloquo del dolore, 25 marzo 1961.

All’alba esattamente tutta, l’Unione Sovietica, il bianco delle raffinerie e delle cokerie, gli ulivi di un centro climatico sul Mar Nero, le navi di antiche merci sul Dnepr, il Volga e i villaggi affacciati approdo delle quiete scie di chiatte e battelli, le terre nere della decomposizione di graminacee in fine arena argillosa, i fanali degli autobus parcheggiati nella Siberia orientale, le mandrie sonnolente del Tagikistan, le statue di Lenin, alle 5.38 del 3 novembre 1957, il Dow Jones guadagna da luglio, il ventuno per cento sulla superficie dei grafici elevati a viscere e anime erotiche ignote alle masse eccitate da timidi spogliarelli, Sputnik 2 sulla pista di lancio, un uomo raffigurato nell’idea di tecnico sovietico, senza testa, il primo piano del busto muto e braccia forti e mani, imbraca Laika, il cane, la cagnetta, il cagnolino, il nome personaggio che allontana da se stessi, il nome che stordisce, Laika, l’eroina spaziale turba i sogni d’Occidente, è Sputinik 2 una minaccia militare, un ordigno, ha in pancia un essere vivente.

Il secondo satellite sovietico è più grande del primo, pesa sei volte più del primo e raggiunge oltre millecinquecento chilometri d’orbita, il terzo è più grande del secondo e il quarto è più grande del terzo, strabilia il mondo il secondo satellite sovietico, si presenta nell’orbita come un leggero scheletro metallico con un cruscotto sulla parete anteriore, gli strumenti per lo studio dei raggi cosmici, solari, ultravioletti, e misuratori termici, un contenitore sferico con due radiotrasmittenti, batterie elettriche, la cabina ermetica in lega d’alluminio contenente il cane, si prevede il ritorno sulla Terra del cane, è vivo, sta bene.

Laika indossa la tuta a pressione, dalla parte del muso è una maschera antigas, ha tutto per la respirazione, aria condizionata, viveri in abbondanza, il Professor Bazkin è certo, Laika torna fra una settimana, il Professor Blagonravov assicura la sopravvivenza, Laika viene espulsa dall’abitacolo a trecento chilometri dal suolo ma ancora non sappiamo esattamente quando, il Professor Scevliakov non esclude il ritorno sulla Terra.

L’ormai popolare Laika nella cabina vanto del progresso scientifico sovietico, il secondo satellite sovietico alle 6.30 è nel cielo di Berna, poco dopo nel cielo di Edimburgo, Laika è in un cilindro pressurizzato contenente aria, recipienti di cibo, bevande, una campanella annuncia i pasti secondo il sogno di Pavlov, lassù strumenti collegati al cervello, al cuore, ai polmoni del cane, per trasmettere informazioni sulla Terra.

Il nome Laika deriva dalla voce russa abbaiare, anche se abbaio chi mi sente dalle gerarchie degli angeli? scriverebbe Rilke, l’Elegia di Laika, gli scienziati inglesi sentono il battito del cuore, la condizione di un cane derubato dall’acconto di carezze in una società totalitaria, gli apparecchi registrano per venticinque minuti un battito cardiaco irregolare, quando lo Sputnik 2 entra in orbita cessano gli effetti dell’accelerazione, la velocità assume un ritmo normale, abitudinario, centoventi pulsazioni al minuto è il ritmo del cuore di un cane, di un cane di media grandezza più grande di Laika.

Dai primi dati radiotelemetrici ricevuti, gli scienziati russi si convincono che, nelle sue prime ore di volo al limite estremo della ionosfera, Laika si comporta bene, assorbe gli effetti dell’accelerazione fortissima fra il momento del lancio e l’ingresso nell’orbita, i frutti della sera continuata non hanno conseguenze sensibili sulla cagnetta, le condizioni generali sono soddisfacenti, Laika ripete l’alfabeto dislessico dei versi, mugolii, latrati, potrebbe essere uccisa dalle radiazioni, però è viva.

Eugenio Montale scrive un pezzo per dire che non vuole scrivere di Laika, scrive, Laika trovi pure altri ammiratori e poeti, Montale scrive dei suoi cani, Montale scrive il bastardo Morino, un altro piccolo bastardo di colore ruggine, a nome Galiffa, e il cane lupo, Buck, e Pippo lo schnauzer, e orrore, sdegno, disgusto dalle associazioni animaliste inglesi, manifesta la Lega per la Difesa Canina, cinque delegati accompagnano due cagne razza boxer dentro l’ambasciata, Modin, ambasciatore sovietico a Londra, li riceve accarezzando i boxer, Modin ama i cani, Modin dice, il mio cane muore nella Seconda Guerra Mondiale, gli animali non hanno nazionalità, Miss Sandra Hobdel fa la segretaria in un ufficio della City londinese, si chiede, perché non mandano le scimmie? Mai permetterei di lanciare la mia Susy, la mia Susy barboncina al posto di una scimmia.

Le scimmie lanciate nello spazio americano del quarantasei, i genitori bambini, la dinastia morente di scimmie Albert, Albert I, Albert II, Albert III, Albert IV, Albert V, Albert VI, le scimmie spaziali scoppiate e le Arche di Noè uccise in un decennio americano di esplosioni nucleari a Bikini, i pescatori giapponesi contaminati nel cinquantaquattro dai dollari parzialmente risarciti, Irina Volk su Literaturnaia Gazeta sottolinea l’ipocrisia occidentale per la sorte del cane, nessuna lagnanza per la morte quotidiana di animali a Bikini e ovunque, nell’Istituto Nazionale di Sanità del Maryland ottocentomila all’anno uccisi per esperimenti, a Leningrado ci sono monumenti, a Lenin e al cane ignoto.

Laika è addestrata al volo spaziale, al buco nero che fa rumore intorno, sa rimanere sdraiata in una cabina analoga a un epilogo, è allenata per vederci morire dall’alto, ha confidenza con gli apparecchi scientifici, mangia docilmente le sue razioni di cibo a intervalli di quattro ore, cibi speciali, forse fosse liquide, Laika succhia da recipienti con particolari sistemi di chiusura, moderni biberon spaziali.

Dispostivi speciali la difendono dalle radiazioni, la tenuta di volo la preserva dal pericolo di un improvviso abbassamento della pressione barometrica dell’aria all’interno della sua cabina, la proteggono dal vagabondaggio di meteoriti, dal sangue in ebollizione dentro il pentolone solare a causa dell’assenza di pressione, sappiamo così poco del Sole, ci basta quel poco che sappiamo, i raggi abusivi nei giorni invernali e quelli esuberanti nei giorni primaverili e i raggi in eccedenza nei giorni estivi e quelli già dimenticanza dei giorni autunnali, quando colorano di giallo arancio tutto ciò che attende.

Procede il battito del cuore immerso dentro il regolare kit di dolore, le conseguenze biologiche dell’assenza di peso e delle radiazioni non sono conosciute, lo Sputnik 2 si separa forse in due o più tronconi, Radio Mosca dice, la riserva di cibo per Laika è di otto giorni, il cane è già in Unione Sovietica prima che scada il cibo, le condizioni di Laika sono soddisfacenti dopo decine di giri di rivoluzione attorno alla Terra, Laika si mostra molto resistente, lo Zar, se fosse vivo, non userebbe mai un cane del genere, l’esemplare nel satellite non è nemmeno dei migliori, Laika non deve partecipare a un concorso di bellezza tuttavia il suo corpo è già pronto al culto del corpo ridotto a mondialismo mondano.

È imminente il lancio del satellite americano Jupiter C, Von Braun, un pool di cervelli scientifici e il discorso di Eisenhower infondono speranza, l’America sa difendere il mondo libero, la nitida visione panoramica di Cape Canaveral una mattina di sole, la striscia sottile di terra, attorno paludi e strade sterrate, l’accesso alle rampe, gli spiazzi sferzati dal vento di Florida e poi notte, il cielo incendiato da navicelle e tralicci, le fiamme del fuoco più acceso, la segretezza delle onde nell’Atlantico amico, non sembra la Terra, un posto già altrove.

E tuttavia, quel cane. La gente dimentica i rincari perduranti, l’asiatica, il virus di Singapore, tutti pensano a Laika, è forse ipnotizzata a distanza dai sovietici, in ibernazione, accolta in una forma di vita assopita, ha un minimo consumo di energia, le atomiche sono certamente in volo sull’Europa, i missili Nike proteggono il mondo occidentale, il cielo pattugliato, sempre, soprattutto ora che Laika potrebbe già essere a Mosca.

Più famosa di politici, attori, sportivi, l’attenzione è per la sorte del cane, le condizioni di Laika preoccupano il mondo libero, la graziosa cagnetta spaziale vive la prima esperienza di un essere ai limiti estremi dell’atmosfera terrestre, in condizioni di gravità zero, sotto il bombardamento delle radiazioni cosmiche e solari, Laika potrebbe avvertire disturbi da variazioni di velocità, accecamento, emorragie cerebrali multiple, gli ingegneri di Radio Ceylon sono certi, captano il respiro ma Laika è pronta al sacrificio.

La forma muta dell’orbita muta continuamente, nell’orbita più bassa il satellite incontra la lieve resistenza dell’aria, un’amichevole carezza fino a mille chilometri d’altezza, il vuoto ingombra il paesaggio poi il satellite discende lentamente, la cuccia dondola a trecento chilometri d’altezza, la cabina di Laika può volare fuori, catapultata con un paracadute ma scendendo verso Terra potrebbe bruciare, una stella filante sfibrata, dimagrita come un meteorite nella sua caduta verso strati sempre più densi dell’atmosfera dove l’attrito è così grande e rende incandescente il satellite, il cruscotto, i pulsanti, la ciotola di Laika.

Muore Laika nella verità postuma svelata, la teoria di Pavlov fallisce in cinque ore di lancio, Pavlov ha senso nei giardinetti, nei condomini, nei cortili delle scuole, delle fabbriche, degli uffici, dei giornali, delle case editrici, non a millesettecento chilometri d’altezza, lì si abbraccia la fotografia dal cielo della Terra, la fotografia che contiene tutte le possibili fotografie, le immagini di pixel moribondi, i chilometri quadrati delle dittature, il meccanismo di morsicatura dei giovani rettili nelle democrazie, le pensioni dei cartelli stradali, le azioni sindacali nella pigrizia degli autunni, la mattina in cui le spine dei cactus conoscono la neve, le auto abbandonate allo scadere delle rate.

Laika è certamente morta, è ufficialmente morta ma nessuno sa dire dove sia in questo istante, i ragazzi membri del Komsomol raccolgono fondi per un monumento alla cagnetta, Mr. Haley, Presidente della Società Internazionale d’Astronautica è sicuro, la cagnetta è viva, i sovietici tacciono per ragioni militari, Laika è in una base militare, Laika continua a girare attorno alla Terra, a Natale, continua durante l’inverno l’inquieto incedere incauto che ci fa pensare ai giorni come blocchi nello spazio più completo di duemila orbite viventi.

Quante cagnette si chiamano Laika, abbaiano in ogni luogo della Terra, ruotano attorno ai semicerchi ombrosi delle catene, legate attorno ai tronchi di alberi malati, le cortecce come epidermidi squamate, corrono i cani felici verso i filmini dei giorni di festa, seduti sui sedili posteriori allo stridere di gomme ruotano la testa.

Il secondo satellite sovietico Sputnik 2 percorre centotredici milioni di chilometri, la distanza di mille utilitarie, sfiora le ombre di mari e crateri e catene lunari, precipita il 14 aprile 1958 alle tre di mattina sopra Morawhanna, città mineraria nelle Indie Occidentali Britanniche, la Guyana ricca di oro, diamanti, manganese, bauxite, uranio, e proprio gli impiegati americani di una miniera di manganese avvistano per novanta secondi un oggetto splendente nel cielo, come un meteorite grande quanto un grano luminoso di riso consumato dagli sguardi.

Nelle aree pianeggianti e costiere della Guyana si accumulano depositi alluvionali, ovunque, perfino questa stanza è l’approdo alla base dei giorni dove i sette colori dell’iride sono un lusso, uno spreco assorbito dalla tassa dell’aria vorace di piccoli eventi, e allora impauriti aspiriamo alla seriosa fissità delle nuvole disegnate, interroghiamo le previsioni meteorologiche per sapere se possiamo afferrare anche solo la durata di un litigio o il coraggioso definitivo mutamento, il ritorno ai coloranti dei tramonti, ai gas rarefatti dentro strati più elevati dell’atmosfera, ma le particelle cariche elettricamente ci precipitano sulla quantità meccanica di rabbia nelle strade, si uniscono alle marmitte e individuano la colonna brillante di luce, gli stop intermittenti, la discrepanza dei secondi, il lento aggiornamento di frazioni e di effusioni, e allora un uomo e una donna ricominciano, si riproducono perfino con fiducia in una nuova era, protetti nel ricovero di brevi decenni, in un passaggio asettico senza paesaggi di insetti appiccicati ai denti o intrappolati tra le palpebre semiautomatiche o nascosti nelle cavità di un cerume mezzo arcobaleno, sì, non ci interessano i sogni e nemmeno più le secchiate di stelle di webcam, amiamoci, gioiamo eccitati sotto speciali scafandri che custodiscono la rinnovata pigrizia del cuore, il grado quotidiano di solare rotazione che ci uccide, bruciamoci nel lieto fine.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il dolore animale il 3 novembre 2006