Quanta arroganza! Quanta paura!

Antonio Moresco



Gli scrittori di oggi hanno dei padri o non hanno dei padri? Si stenta a crederlo ma è su questa riciclata e inconsistente questione che si è dibattuto nei giorni scorsi al Premio Mondello, così almeno parrebbe dai giornali. Vedo (Corriere della Sera del 25-11) che anche persone intelligenti e dotate si sono ficcate in questa diatriba artificiale e senza spessore e in questa trappola. Se adesso gli scrittori nascono in provetta nuovi di zecca e scegliendosi al massimo solo “genealogie immaginarie senza continuità con spazio e tempo” o se invece è ancora possibile individuare delle discendenze. Come se anche la nascita degli scrittori e delle scrittrici non abbia a che fare col dramma e con la potenza della conformazione, della separazione, della prefigurazione, della creazione e dell’invenzione. E poi perché si parla sempre e solo dei padri? E le madri? Visto che gli scrittori -come tutti gli altri- non hanno solo dei padri, hanno anche delle madri!

E’ saltato questo, è saltato quello, abbiamo rotto i ponti con questo, abbiamo rotto i ponti con quello… Sono le letture teoriche di questi anni, le semplificazioni di questi anni, ad opera di un personale intellettuale che si è andato a chiudere da sé in questo vicolo cieco, proprio quando ci sarebbe invece bisogno del massimo di intelligenza creativa e coraggio perché, nella situazione in cui siamo, il passaggio è terribilmente stretto, è una cruna. Una sorta di ceto intellettuale in perdita di statura e di status che legge tutta la realtà attraverso i propri piccoli schemi teorici e sociologici separati, che crede di essere in un posto e invece si trova in un altro infinitamente più drammatico e grande. Il tutto stando bene al caldo nel suo piccolo posticino, senza neppure le sia pur risibili furie modernistiche astratte delle Avanguardie Storiche, prese in contropiede dai tempi a venire.

C’è in giro una lettura annichilente della vita e della “letteratura”, da parte di figure che si sono già date per vinte. Sono anni, sono decenni che lo stesso sguardo si ripresenta sotto aspetti diversi ma con lo stesso piccolo obiettivo di fondo. Adesso non si può più questo, non si può più quello… No, si può ancora, si può sempre. Siete voi che non potete. Non bisogna avere paura della grandezza perché la grandezza è sempre possibile.

Tutte queste piccole teorie da macchine celibi, da spaventati, da figure specializzate che hanno paura di sapersi e di sentirsi dentro la stessa terribile grandezza e lo stesso rischio che vedono nel passato, in un passato pietrificato e disinnescato che leggono attraverso le loro lenti culturali consolatorie. Bisogna davvero essere molto insicuri della propria grandezza e dei propri sogni per avere una simile paura della grandezza! Bisogna avere un’idea davvero limitata e superficiale dello spazio e del tempo per porre la questione in questi termini sociologici e storicistici astratti! Per immaginarsi ancora dentro questa piccola freccia orizzontale del tempo il cui volo si può interrompere o meno a nostro culturale comando. Per stare dentro la turbolenza della vita, del mondo e del cosmo chiusi in questa malinconica capsula.

Invece siamo nati tutti quanti -scrittori compresi- dalla carne e dal sangue e nello stesso tempo siamo nuovi di zecca. Anche per questo tutto è ancora così drammatico e aperto, a livello personale e di specie, tanto più oggi. E invece i discorsi sono sempre gli stessi. Sembra non poterci venire più niente di scomodo, di illuminante e di forte da quella parte, proprio da chi dovrebbe essere più attrezzato per guardare in faccia quello che abbiamo di fronte e sostenerne lo sguardo. Ogni cosa viene letta sotto l’unica lente della separazione, dell’astrazione e della finzione. Sia che si difenda sia che si rinneghi la “tradizione” l’atteggiamento è speculare, è lo stesso. Per me la tradizione è l’esplosione, non è niente se non è sentita per come essa è: un’esplosione. Per quanto mi riguarda, io non ho rotto i ponti con niente, non solo riguardo al Novecento (dove si vorrebbe far cominciare e finire ogni cosa), ma non ho rotto i ponti neppure con L’epopea di Gilgamesh, con L’Iliade, con i Vangeli, con Il principe Genji, con Dante, con Cervantes, con Shakespeare, Dostoevskij, Melville… neppure con Il sogno della camera rossa, con la Dickinson, neppure con l’“empio” Lucrezio, che aveva già visto da lontano la cruna e che ci continua a indicare coraggiosamente il passaggio:

In qualsiasi luogo si supponga la materia venga meno, proprio là si aprirà per l’universo la porta della morte: di là fuggiranno in folla tutti gli atomi della materia.








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 1 dicembre 2006