Temi svolti d’italiano

Roberto Varese



così il sogno è per lui l’aurora dell’eternità
Jean Paul

Tema n° 1: "Ieri sera, mentre in Vespa tornavi a casa, hai messo sotto un gatto. Descrivi le tue emozioni e racconta in quale modo sei riuscito, poi, a dormire tranquillamente".

Svolgimento

Prima di tutto, io non ho colpa. Era buia quella strada vicino a Villa Borghese. Sapete com’è. Uno se ne torna a casa tranquillo, magari è stato con gli amici a bere e a scherzare dicendo un mucchio di stupidaggini, ed ecco quel gatto che t’attraversa la strada quando mai te lo saresti aspettato. Così, d’un tratto. Non fai in tempo a frenare e allora…
Quasi mi ammazzavo. Per venti, trenta metri la Vespa ha ondeggiato paurosamente ed ero lì per cadere, ma per puro miracolo sono rimasto in sella. Ho tirato il motorino sul cavalletto e sono andato a vedere. Intanto s’era fermata anche una macchina. Mi sono avvicinato e ho visto.
Un bel gatto, grande. Proprio un bel gattone. Non c’era un filo di sangue. Nemmeno un graffio sugl’occhi, niente. Il pelo grigio, folto.
Mi sono avvicinato di più. Non respirava.
Era morto, quel bel gattone. E io lo avevo ammazzato. Proprio io, che amo tanto i gatti. Che li adoro. Io che sono, come dicono a Roma, un gattaro
Lo so, non ci sono uomini, voglio dire maschi, che accudiscono i gatti randagi, ma soltanto donne, soltanto gattare. Ma io sono il primo gattaro della Storia: ogni pomeriggio, dopo il caffè, scendo in cortile per dare ai micetti gli avanzi del mio pranzo. Li conosco tutti, parlo ad ognuno e controllo come stanno e come non stanno. Certe volte li porto dal veterinario, pago la visita e li riporto a casa, cioè nel cortile del mio condominio. Se potessi li farei vivere con me, però mia moglie non vuole. Dice che non sopporta il pelo, che le viene l’allergia. Altrimenti svegliandomi ogni mattina me li troverei sul letto: Pallina, Rosso, Juve, Albicocca… Sarei felice. Ma non mi lamento, perché mi basta scendere le scale e fischiare per ritrovarli.
"E’ morto" ha detto qualcuno dietro me. Mi sono voltato e ho visto uno con la faccia spiritata, allucinante sotto i fasci di luce delle automobili che passavano appena rallentando e suonando il clacson rabbiosamente. Infatti ieri sera era sabato, un sabato sera, il momento dello svago e del divertimento da realizzare a tutti i costi combattendo contro tutto e tutti, anche contro quel capannello di persone che s’era fermato intorno alla sagoma immobile di un animale.
"Si muove?" ha domandato una seconda voce. Se il primo individuo era magro, quest’altro era grande e grosso. Bella coppia. Sembravano due comici, tipo Stanlio ed Ollio, però con un’aria strana, inquietante, da angeli decaduti in transito sui territori del Caos e della Desolazione, dominati da Satana, signore di questo mondo.
Ecco i messaggeri del Fato cinico e baro di cui sopra, mi sono detto. (Il Fato di cui parlo ha la effe maiuscola, come si compete ad un Fato metafisico, universale, che si contrappone al Caso, anch’esso con l’iniziale maiuscola – entità però innocente, democratica e tranquillizzante).
"Certo che non si muove" ha risposto Stanlio, "sei proprio un imbecille. Se è morto, non si muove. Hai mai visto qualcuno che è morto e poi s’è mosso?".
"Oh no, non l’ho mai visto, in effetti" ha ammesso Ollio. "Però una volta ho letto sul giornale che uno era stato dato per morto e poi dopo un paio d’ore s’è alzato dal letto e a ha chiesto un bicchiere d’acqua perché non era morto manco per niente".
"Ma questo invece è proprio morto" ha detto Stanlio, con l’aria di chiudere la questione.
Povero gatto. Povero gattone grigio dal pelo folto e bellissimo, ho pensato. Vedi che cosa hai combinato? Proprio adesso dovevi attraversare la strada? Ma perché? Che cosa andavi cercando? Inseguivi una gattina? Ma non potevi stare attento? Lo vedi in che condizioni sei ridotto? E a me non ci pensi, non te ne importa niente di come mi sento? Eh, te ne importa qualcosa? Mi tocca starmene qui in compagnia di questi due mostri, e sono triste e quasi disperato perché mi dico che potevo andare piano e fare più attenzione… ma chi ci pensa a quest’ora di sabato sera dopo il vino e gli amici e gli scherzi?
Povero gattone. Quanto mi dispiace. Io lo so da dove venivi, che vita facevi. Vi conosco bene, a voi gatti di Villa Borghese. Andate in giro tutto il giorno spensierati e felici, e l’unica vostra occupazione è aspettare la gattara che vi porta il cibo. Poi, con la pancia piena, perlustrate ogni aiuola per cercare le puzze magiche sul tronco degli alberi, le pipì e gli schizzi di umore, mescolanze di odori che fanno di una puzza qualcosa di paradisiaco che noi umani non potremo mai comprendere: puzze divine, misteriose, portentose e psichedeliche! E così cacciate tutto il giorno gli uccelletti che se ne stanno beati a cinguettare sui grandi alberi davanti alla Galleria Borghese o sulla ghiaia del Giardino del Lago o sull’erbetta sparuta della Valle dei Cani. Basta un attimo, e voi felini con un balzo vi lanciate sui piccoli pennuti e li sbranate senza alcuna pietà alcuna, quando loro non chiedevano altro che di continuare a cinguettare e a farsi i cavoli loro. Li ammazzate, crudeli, e li lasciate lì per la felicità degli insetti, ai quali servite un bel piattino prelibato e per giunta gratis!
"Ora non andrò più per i prati e le salite e le ghiaie di Villa Borghese" diresti tu, povero gattone, ho pensato, se potessi parlarmi, "e le puzze divine mai più sentirò nella mia freddezza glaciale di gatto schiacciato dalle ruote della Vespa. Non gusterò le albe colorate sulla terrazza del Pincio, le voci all’imbrunire dei bambini che giocano a pallone, i baci infuocati e le carezze furtive degli innamorati… Non giocherò alla lotta con gli amici felini nei lunghi pomeriggi estivi al Parco dei Daini, rincorrendoli sui tronchi degli alberi e fin sopra i rami… E non correrò mai più dietro le belle gattine in calore, delizia e tormento della mia semplice esistenza… Nulla. Niente più. Finito. Soltanto dura fredda terra perenne. Morto, un gatto morto, ecco quello che sono diventato. E tutto questo perché sono finito sotto le ruote della tua stramaledetta Vespa. Grazie, grazie tante davvero!".
"Ma non è colpa mia" avrei risposto io a quel bel gattone ormai morto, se avessi potuto, "perché prendersela con me quando sei stato tu ad attraversare la strada improvvisamente? Sei stato tu a correre sull’asfalto in modo del tutto irresponsabile. Cosa potevo fare io? Non ti ho visto, ti giuro, caro gattone, proprio non t’ho visto!".
"Potevi andare più piano, scemo".
"Ma mica andavo molto forte! E tu non potevi guardare a destra e a sinistra come mi ha sempre detto mia madre? Non ce l’hai una madre tu, eh?… Ah già, scusa, capisco che tra voi gatti non si usa badare troppo a queste cose. Le vostre madri svezzano i cuccioli e poi li abbandonano al loro destino, li lasciano in pace e in santa pace, ciao e ognuno per la sua strada. Mentre le madri degli umani stanno sempre lì a dire: attento a quando attraversi la strada! E anche: mi raccomando, prima di attraversare guarda bene a destra e a sinistra! Del resto siete gatti, e questo bisogna pur considerarlo… perdona dunque la mia stupidità. Invece a noi umani ci rompono le palle fin dalla culla con questa storia dell’attraversamento della strada. Anche quando diventiamo adulti, vaccinati, civilmente e penalmente responsabili, anche se facciamo figli e paghiamo le tasse e prendiamo l’aereo e facciamo il giro del mondo visitando i luoghi più malfamati e pericolosi della Terra, anche se facciamo la rivoluzione proletaria combattendo sulle barricate con le camice sbottonate mostrando impavidamente il petto villoso ai fucilieri della Reazione per conquistare il Palazzo d’inverno e anche se ci capitasse invece di fare i poliziotti che per guadagnarsi la paga mensile devono trascinare giù dalle barricate quei giovani e belli e impavidi rivoluzionari con le camice sbottonate sui petti villosi per manganellarli sulla testa, insomma qualsiasi cosa un essere umano faccia o non faccia una volta cresciuto e maturato (il grande manager di una azienda parastatale piena di debiti, il comandante supremo dell’esercito, il Re, il grande filosofo che fonda una scuola diventando un esempio en una guida per i giovani, l’impiegato di banca, il nullafacente, il poliziotto manganellatore, il giovane rivoluzionario impavido), dico qualsiasi attività egli svolga gli risuonerà sempre nelle orecchie il fatidico: stai attento quando attraversi la strada!".
"Sì capisco" diresti tu, gentile e comprensivo, se potessi parlarmi, pensavo guardando il cadavere sull’asfalto…
"Allora noi ce ne andiamo" hanno detto Stanlio ed Ollio in coro. Io non ho detto niente.
Quello grande e grosso e imbecille mi ha dato un’ultima occhiata fredda e piena di rimprovero. Sono saliti sulla macchina sbattendo le portiere per partire sgommando verso i loro ignobili divertimenti.
Stronzi. Per fortuna non li rivedrò mai più, ho pensato mentre s’allontanavano sulla loro grande scatola di lamiera con quattro ruote. Eccoli lì, gli angeli dell’Apocalisse, i messaggeri del Fato. Addio.
"Dunque non ti muovi e non ti muoverai mai più" avrei detto al mio dolce gattone morto, se avessi potuto parlargli in mezzo al traffico serale, mentre le macchine rallentavano un solo momento per ripartire poi frettolosamente in vista delle ore da trascorrere nel divertimento, nella vacuità, nella dimenticanza. "Bisogna rassegnarsi, è la vita. Si dice sempre così, no? E’ la vita, anzi è la morte. Dico bene, gattone? Ah già, tu non puoi rispondermi perché sei un gatto e anche perché sei morto e soltanto con l’immaginazione posso farti parlare, giusto?".
"Certo, è proprio così" avrebbe risposto lui, "non c’è altro modo per farmi parlare, essendo io un gatto ed oltretutto un gatto morto, come hai detto tu stesso. Le mie parole corrono sul filo del delirio e del sogno, viaggiano senza freni dalla tua mente alla mia e viceversa, immagine dopo immagine, parola dopo parola, ecco come si compie questo strano sogno. Hai capito bene tu, ci sono odori che ti prendono all’angolo di una fontana e ti lasciano vinto sulla ghiaia, puzze che sanno di carne e che ti possono ammazzare, quasi come le ruote di una Vespa. Ci sono albe dalla terrazza del Pincio che io ho contemplato interamente, mentre nelle case gli uomini, appena svegliati, comprendevano soltanto che si stava facendo giorno: dietro una siepe l’umido della notte si confondeva col tepore del primo sole; e credimi, sono stato felice di vivere quei momenti.
Oh tu, umano, non potrai mai sapere cosa si prova a sentire sotto le unghie le penne di un passero appena catturato. Affondare le unghie in quella carne, spalancare le fauci per vedere specchiata nel suo terrore la propria sfacciata ebbrezza… e azzannare il collo sentendo il sapore del sangue!
Tu sogni le mie parole, ma non potrai mai veramente sapere cosa passa per la testa di un gatto dal pelo grigio che vive, o meglio che viveva, fra gli alberi e i sui prati di Villa Borghese.
Tu ora mi osservi, qui sull’asfalto della strada, con il capo reclinato sullo scalino del marciapiede e contempli tristemente il mio bel pelo folto e ti dispiaci e ti rimproveri per non aver frenato in tempo eccetera eccetera, ma vedi: ciò che mi è successo è perfettamente normale, direi quasi naturale. Avrebbe potuto sbranarmi un cane sfuggito al controllo del padrone, oppure avrei potuto morire avvelenato dalla polpetta di qualche pazzo deficiente… Invece, ecco cosa mi è accaduto: sono finito sotto le ruote della tua Vespa semplicemente perché stavo facendo un giro più largo del solito per tornare a casa (la mia casa è sopra un albero, sullo spiazzo dei Daini, sai, vicino alla postazione della polizia a cavallo). Mi era stato detto da un conoscente - un gatto rossiccio e malandato sempre bene informato - che c’era da mangiare dietro un cancello vicino a Porta Pinciana. La solita gattara. Ma roba buona, mi confidava l’amico: pollo ben cotto e saporito. Allora ho dovuto attraversare la strada. Non ho guardato a destra e a sinistra come avresti fatto tu, soprappensiero ho tagliato trasversalmente la curva di Porta Pinciana e così…
Tranquillo, non c’è problema. Doveva andare in questo modo, evidentemente. E poi, in fondo, è stato meglio che crepare lentamente per una brutta malattia o in mezzo ad atroci dolori per un avvelenamento.
Stai sereno. Torna a casa e dormici sopra. Non preoccuparti per me. Domani mattina passerà il camion della nettezza urbana e mi porterà via. Mi prenderanno e mi getteranno nel trita rifiuti, insieme all’immondizia".
"Cazzo, mi dispiace".
"Ma no, dài, non c’è alcun problema. Va benissimo così. Cosa ce ne frega del corpo! Lo sai che in India lo considerano come un vestito da smettere e liquidare? E’ l’anima che conta veramente, lasciamo stare queste inezie. Vai a casa, buonanotte. Se c’è un paradiso dei gatti, correrò lungo i Campi Elisi insieme ai miei fratelli morti ormai da tanto tempo. Tu non sai che bella cucciolata fu quella! Che nostalgia ho sempre avuto per mia madre e perfino per mio padre, quel cacciatore di belle gattine, quel gran figlio di puttana! Se poi il Paradiso dei Gatti dovesse coincidere con quello degli uomini (tutto è possibile nel Regno dell’Impossibile!), allora un giorno ci ritroveremo, e tu e mi prenderai sulle ginocchia per accarezzarmi e farmi fare le fusa. Ciao, amico".
Ciao, bel gattone…
Allora ho ripreso la Vespa e me ne sono tornato a casa.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica racconti il 2 novembre 2006